Responsabilità, un valore civile
Da Manea a Sassen, a Ruffolo e a molti altri. Una riflessione a più voci sul nuovo numero di Lettera internazionale

Per la seconda volta nel giro di un mese ho deciso di recensire una rivista. Dopo aver parlato di Una città (mensile, Forlì) vorrei ora presentarvi l’ultimo bellissimo numero (il 102) di Lettera internazionale (trimestrale, Roma), che ruota intorno al tema della responsabilità (personale, collettiva, civile, storica), sapendo che “responsus” significa rispondere, confrontarsi con domande ineludibili. Dei molti  saggi, materiali, interviste, recensioni del numero (di Ruffolo, Esposito, Sassen, Bavcar, Drakulic ecc.), vorrei segnalare in particolare due scritti. Uno è di Norman Manea, grande intellettuale rumeno in esilio negli Stati Uniti dagli anni Ottanta, “Monumenti alla vergogna”. Vi si sostiene la tesi che occorrerebbe elevare dei monumenti non solo all’eroismo ma anche all’infamia, non nel senso di celebrare  efferatezze, errori e crimini del passato ma per non rimuoverli. Se un popolo (o un individuo) crea una autonarrazione  sufficientemente ampia, che censuri di sé il meno possibile, allora si troverà un po’ più protetto nei confronti dei propri demoni. Quanto più pretendiamo di cancellare, di  escludere una parte di noi, tanto più questa parte si vendica, ritorna come sintomo, ci governa oscuramente e fatalmente. Poi il minisaggio d’apertura, di Cornelius Castoriadis, filosofo libertario francese di origine greca, scomparso nel 1997, “Elogio della politica”.

Anche qui: occorre illuminare  le zone più in ombra della condizione umana, tenere a mente il suo carattere tragico (non sappiamo mai con esattezza dove sta il bene e dove sta il male in ogni situazione concreta). Altrimenti succede che persino un’opera decisiva come la kantiana Critica della ragion pratica ignori l’omicidio in tempo di guerra e così pecchi di astrattezza. C’è bisogno di un’etica dell’autonomia (nessuno decide per me) intrecciata però con una politica dell’autonomia: posso agire autonomamente solo se opero dentro istituzioni che permettono e favoriscono questa mia autonomia. Castoriadis parteggia per Aristotele contro la morale  privatistica stoica e contro quella cristiana, che ci pone obblighi irrealizzabili e ci colpevolizza a priori. è la democrazia a sostanziare qualsiasi etica.
Ma soprattutto mi pare straordinaria la citazione di Edward Said che fa nel suo editoriale Biancamaria Bruno, direttrice della rivista: «Ho capito che noi possiamo creare le nostre stesse origini. Non sono date, sono atti di volontà...». Insomma, le cosiddette radici hanno sempre a che fare con l’immaginario, con la cultura, con la mitologia, non certo con il “sangue”. E dipendono sempre da una nostra scelta consapevole, benché ovviamente all’interno di alcuni elementi dati e condizionanti. Qui mi permetto di correggere Castoriadis. Va bene, ho bisogno di istituzioni giuste, democratiche, per sentirmi davvero libero. Però non devo aspettare che qualcun altro le crei per me. Tutto ciò che il singolo può fare, qui e ora, e anche  in modo non organizzato, per ridurre anche di poco l’ingiustizia, è già a tutti gli effetti “politica”.

di Filippo La Porta

5 febbraio 2010