| Un vero che «c’ha faccia di menzogna» |
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La nuova letteratura sceglie l’invenzione. Ma per essere più fedele alla realtà profonda delle cose. Un dibattito a Cagliari
Sapete cos’è un reality book? Se il reality show - trasformare la realtà in spettacolo - è il format dominante della nostra epoca, la letteratura non può restarvi indifferente. E infatti sono usciti recentemente alcuni libri che sembrano replicare quel format: Walter Siti con Altri paradisi e con Il contagio, Mauro Covacich con Prima di sparire, Chiara Gamberale con La zona cieca, Massimiliano Parente con Contronatura, Francesco Ceccamea con Silenzi vietati. Di ciò si è parlato a Villacidro, Cagliari, in occasione del premio Dessy. Vorrei subito sottolineare la differenza tra tv e letteratura. A un certo punto nell’Inferno Dante definisce la sua stessa opera: è un «ver c’ha faccia di menzogna». La letteratura è sì una “menzogna”, un artificio, che però - questo è il punto - dice la verità. Mentre il reality show è, parafrasando Dante, “la menzogna c’ha faccia di vero”, ossia una finzione che si presenta come vera ma che dice una bugia. Nel reality infatti uno è invitato a recitare se stesso, ma l’autenticità recitata non è più tale. Si censura la parte di sé opaca o depressa. O meglio: anche la depressione deve diventare, entro quel format, spettacolare, dotata di glamour. Ora, credo che la letteratura “lavori” su ciò che nessun reality potrà mandare in onda. Su ciò che non è rappresentabile, se non in modo indiretto: la qualità impalpabile delle nostre relazioni con noi stessi e con gli altri, il sottosuolo dell’esistenza sociale, le pulsioni più nascoste e innominabili, l’infelicità senza desideri e senza rimedio. Si potrebbe dire: il reality tv, che pure accoglie l’intera gamma dell’emotività dei suoi protagonisti, non riesce a dare cittadinanza al tragico. Ed eliminando il tragico non si può dire alcuna verità significativa sulle cose. Lo scrittore inoltre ha bisogno di impiegare tutta la sua immaginazione (Machado: «La verità si inventa»), mentre nel reality non si inventa nulla perché la realtà vi è tutta immanente, specchio unicamente di se stessa. Nei romanzi prima citati gli autori mettono se stessi in scena dentro la narrazione. Si trasformano in protagonisti: è un modo onesto di rispondere alla crisi del personaggio-uomo a suo tempo denunciata da Giacomo Debenedetti, alla crisi cioè dell’immaginazione narrativa, incapace ormai di creare personaggi solidi e corposi. Così l’autore stesso si fa personaggio.Parlano di temi diversi, oscillano tra autocommiserazione e autodenigrazione, ma tutti in un modo o nell’altro fanno i conti con il lato oscuro dell’esistenza. L’eros dei romanzi di Siti è distruttivo e funereo, Covacich conclude con un lutto (la perdita del bambino della donna amata), la Gamberale racconta una malattia, Ceccamea immagina una realtà consegnata per intero alla morte, Parente rappresenta l’esistenza di chi forse non esiste. Insomma credo che l’unico reality book interessante sia quello che stravolge dall’interno la filosofia del reality, apparentemente simulando la realtà ma poi mostrando ciò che nessun reality potrà contenere o riassorbire: e cioè il tragico dell’esistenza che non si spettacolarizza. di Filippo La Porta 10 ottobre 2008 |