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Il processo a don Bertagna Stampa E-mail
Il 5 maggio a processo un nuovo caso di crimini sui minori ad opera di un prete. Ecco la storia di un gruppo cattolico di preghiera, dove si consumavano violenze sui bambini.
di Vincenzo Mulè

E' fissata per il prossimo 5 maggio la prima udienza del processo nei confronti di don Pierangelo Bertagna, il religioso arrestato lo scorso 11 luglio per pedofilia dopo la denuncia di un bambino di 13 anni. Nei giorni immediatamente successivi al fermo, l’ex abate di Farneta, nei dintorni di Arezzo, è stato un fiume in piena, confermando non solo l’accusa del tredicenne ma svelando la sua vita irraccontabile, fatta di abusi compiuti su adolescenti in tutta Italia. Diventato sacerdote a 39 anni, don Pierangelo ha confessato violenze risalenti addirittura a dodici anni fa, quando ancora non era entrato in seminario. Vittime ragazzi che nel nord Italia frequentavano la comunità. Violenze poi perpetrate in nome di Dio anche al seminario ad Arezzo, dove il prete pedofilo era entrato in età matura, quasi 35enne. Anche all’interno dell’istituto che forma i nuovi sacerdoti, si erano verificati episodi gravi: atti di libidine li definiva il vecchio codice di procedura penale, oggi inclusi nel più generale reato della violenza sessuale.

Dal 2000, anno in cui il vescovo di Arezzo, Gualtiero Bassetti, lo ha ordinato sacerdote (lo stesso che una settimana dopo l’arresto lo ha sospeso “a divinis”), la sua attività si è svolta fra le mura massicce dell’Abbazia di Farneta, nel comune di Cortona. Per tre anni al fianco del vecchio parroco, morto nel 2003, poi come capo della comunità locale, don Bertagna ha portato con sé le regole e i discussi principi di un’organizzazione cattolica, i Ricostruttori nella preghiera, nata a Roma e frequentata da persone di ogni età, giovani e anziani, ma soprattutto quaranta -cinquantenni, nostalgici, si direbbe, di un certo modo di vivere “in comunità” e attratti proprio dalla acomponente new age di questo gruppo di preghiera che ammicca a tipici modi di pensare del ’68.

Conduceva una vita ascetica, dormendo spesso per terra e mangiando solo verdure, tenendo barba e capelli incolti. Fedele alla linea di padre Gian Vittorio Cappelletto, il gesuita fondatore del gruppo ecclesiale dei Ricostruttori nella preghiera, Bertagna utilizzava un casolare non lontano dall’abbazia per pregare con la comunità di giovani che seguivano il suo stile di vita.  Quello che si andrà a consumare nel tribunale di Arezzo, con il sostituto procuratore Ersilia Spena, che ha condotto indagini “blindatissime” e il gip Umberto Rana, sembra un processo dall’esito scontato, a maggior ragione dopo la confessione di don Pierangelo, per il quale i suoi legali hanno chiesto e ottenuto il rito abbreviato, con lo scopo dichiarato di ottenere uno sconto di un terzo della pena. Ma il processo potrebbe ugualmente riservare delle sorprese. Sono molte, infatti, le testimonianze, i dossier, i racconti raccolti  di prima mano da Left  fra le persone che hanno abbandonato il gruppo dei Ricostruttori nella preghiera. Alcuni chiedono di allargare il campo di indagine non solo al sacerdote reo confesso, ma a tutto il movimento dei Ricostruttori. Le accuse, rivolte principalmente a padre Cappelletto, sono pesantissime. Su tutte, quella di essere stato a conoscenza delle violenze sessuali di don Pierangelo. Racconta, Marco (nome d’invenzione) che dopo lunga frequentazione ha deciso di  lasciare i Ricostruttori nella preghiera: «Circa dieci anni fa a Roma i genitori di un ragazzo, che come tutte le altre vittime frequentava il movimento dei Ricostruttori, comunicarono a padre Cappelletto in modo chiaro e circostanziato ciò che era  avvenuto, delle attenzioni particolari ricevute dal loro figlio da parte di Bertagna. I genitori - continua l’uomo visibilmente scosso dall’esperienza - uscirono dal gruppo di preghiera, ma nulla trapelò. Don Pierangelo rimase al suo posto a fianco dei ragazzi, gli è stato permesso di terminare gli studi ed è anche stato ordinato sacerdote. Nessuno ha pensato di avvisare i genitori dei ragazzi che venivano affidati al sacerdote».

L’arresto di don Bertagna condotto da due carabinieri avrebbe fatto saltare tutto l’impianto, creando grossi imbarazzi tra gli stessi aderenti al gruppo gesuita. I genitori si sono così rivolti alla loro guida che, sempre secondo l’ex componente del gruppo, nel luglio scorso avrebbe confessato - durante un ritiro a Zagarolo, località alle porte di Roma - «di essere a conoscenza del terribile segreto e di aver commesso un errore a non rivelarlo». Questa versione è, però, smentita dallo stesso padre Cappelletto che dichiara a Left di «non essere mai stato messo al corrente delle attenzioni di don Bertagna verso i ragazzi se non dopo il suo arresto. Se lo avessi saputo prima sicuramente avrei preso dei provvedimenti. La sua vicenda  - continua il fondatore dei Ricostruttori - è stata una schiaffo morale spaventoso, per me e per tutta la comunità. Non posso far altro che ammettere di non essere stato capace di selezionare. In don Pierangelo ritenevo di aver riconosciuto i doni per animare i gruppi giovanili. Aveva la mia piena fiducia».

Ma le accuse al sacerdote “alternativo” non si fermano alla vicenda di pedofilia che ha investito un suo allievo: «Padre Cappelletto - denuncia al nostro settimanale una giovane donna che chiede di restare anonima - sostiene che il fine della meditazione sia acquisire facoltà medianiche per vedere i morti, i santi e gli angeli. Durante i ritiri si vantava di averli visti». E aggiunge: «Terminato il corso propedeutico di meditazione con il mantra,necessario per essere ammessi al gruppo di preghiera, durante i colloqui personali - racconta ancora la ragazza - padre Cappelletto mi diceva di vedere il mio angelo che si spostava per la stanza e mi indicava dov’era. All’improvviso, quando meno me l’aspettavo, incutendomi un certo stato di soggezione. E - aggiunge - una volta andammo a pregare di notte in un cimitero. Ricordo solo il buio completo e una grande paura che bloccò ogni tentativo di sottrarmi». Alla ricerca di una pretesa preghiera primordiale i Ricostruttori ammettono di organizzare  incontri fra le tombe. Ci avete mai provato? «È bellissimo - dice padre Cappelletto -. Anche i primi cristiani si riunivano nelle catacombe». Mentre nel frattempo cerca appoggio nel misticismo orientale. Nella premessa al libro Yoga per pregare, testo di riferimento dei Ricostruttori, padre Cappelletto fissa nell’incontro con un monaco indiano la svolta della sua vita: «Era un tantrico - si legge - che praticava antichissimi metodi yoga pre religioni classiche. Mi chiese se volevo esser iniziato ai segreti della meditazione profonda. Non desideravo niente di meglio. Era quello che avevo sempre sognato». Così padre Cappelletto adattò i metodi della meditazione orientale al cristianesimo. «Con un rigido diario di cose da fare o non fare per un controllo totale sulla vita, psicologica e materiale, degli adepti». Che obbliga a una vita spartana, fatta di molta preghiera e poche letture, nessun uso del “demone internet” e pochi contatti con chi è estraneo al gruppo. Così raccontano le presunte vittime. Persone, come si usa dire, informate dei fatti, incomprensibilmente, però, non ancora verificati dai magistrati. E forse oggetto di indagini secretate. Raggiunto per telefono padre Cappelletto non esita a dire: «Ho tante debolezze e sono un povero uomo, sono un peccatore. Abbiate pazienza e perdonatemi». Ora la parola tocca davvero ai magistrati. In nome degli innocenti violati. 
 
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