Il fermento intellettuale e politico dei siriani frenato dal regime totalitario. E dai rischi di una guerra civile. di Pino Di Maula
«Sono un dirigente del Labour party di Damasco. Lavoro nell’istituto di ricerca agraria del governo. Ho un master in economia agricola alla London University e ora sto cercando di ottenere il PhD all’università di Napoli». È Ahmed Saad Hiddim che parla. Non è sicuro che pubblicare il suo nome sia una buona idea, ma insiste affinché lo facciamo. «Appartengo a un partito ex marxista che ora fa parte di un fronte che si chiama Alleanza democratica nazionale, che comprende anche l’ex Unione socialista, il Partito comunista d’azione, il Partito popolare siriano (l’ex Partito comunista siriano) e il piccolo Movimento socialista arabo. L’Alleanza è nata nel 1980 durante la crisi tra partito Baath al potere e i Fratelli musulmani, che si concluse, nel 1982, con la distruzione della città di Hama, per proporre una terza via, un’alternativa ai due partiti in lotta. Una via che consisteva essenzialmente in una serie di riforme politiche necessarie a costruire una democrazia pluralista in Siria».
Qual è ora la situazione nel Paese? Prima dell’estate circa 130 intellettuali siriani e 130 libanesi hanno pubblicato su internet la “Dichiarazione di Beirut-Damasco”. È un documento fortemente critico con il regime siriano e offre possibili soluzioni alla questione libanese. Da parte siriana gli intellettuali erano essenzialmente tutti dell’opposizione, mentre tra i libanesi c’erano perlopiù personalità che non facevano parte né di Hezbollah né di March14, che esprime la leadership del governo Seniora. La reazione dell’esecutivo è stata rapida e dura: sono stati arrestati dieci dei firmatari. Praticamente hanno preso una persona per ogni “gruppo” (alawiti, sunniti eccetera) per intimidire tutti gli altri. E anche alcuni esponenti di ong che si occupano di diritti civili. È stato arrestato Michael Kilo, attivista del Comitato per la rinascita della società civile in Siria, nato dopo la morte di Assad. È ancora in galera. Ci aspettavamo la scarcerazione. Ma poi niente. Alcuni invece sono scomparsi.
Chi? Sulaiman Ashummar, membro della dirigenza del Labour party, Halid Hussain del Kurdish stream for future e l’attivista indipendente Mohammad Mahfud.
Latitanti o rapiti? Latitanti, probabilmente.
In generale quali sono le condizioni dei diritti civili oggi? Stiamo andando indietro. Dopo la morte di Assad, c’era stata la promessa di Bashar, con il discorso del luglio 2000, di migliorare le condizioni delle libertà civili nel Paese. Lui aveva detto che tutti erano liberi di esprimere le proprie opinioni. Molti forum nacquero nelle case degli attivisti. Qualcosa si mosse e cominciò a organizzarsi. Ma dopo il ministro dell’Interno ha “circondato” il movimento chiedendo a chi vi aderiva di registrarsi nella speranza vana di ottenere permessi ufficiali di associazione.
Sta parlando del ministro che si è ucciso l’anno scorso? No. All’epoca il generale Ghazi Kanahan era a capo dei servizi siriani in Libano. Il ministro dell’Interno Ali Hammud.
Cosa ha determinato il cambiamento di politica interna? Due eventi tra tutti: la guerra in Iraq e l’assassinio di Hariri in Libano. Le indagini sulla sua morte preoccupano il regime. Il “suicidio” del generale l’anno scorso è un sintomo del problema.
Molti pensano che non sia stato suicidio, che fosse in contatto con qualche potenza straniera e stesse pianificando un colpo di Stato. Sapeva senz’altro qualcosa dell’assassinio di Hariri. Questa almeno è l’opinione di Abdul Harim Khaddam che era il vicepresidente siriano. Lui si è dissociato dal regime all’inizio del 2006. Ora vive in Europa e collabora coi Fratelli musulmani che hanno il loro quartier generale a Londra. È convinto che il generale sia stato ucciso perché aveva le prove che il regime siriano, incluso Bashar in persona, fosse coinvolto nell’assassinio di Hariri.
Quante chance ci sono di un cambiamento autonomo del regime? Molto poche. Specie dopo la guerra di luglio in Libano. Ora in Siria tutti sono convinti che le potenze estere vogliono solo perseguire i loro interessi nella regione, disarmare Hezbollah senza fare nulla nei confronti di Israele. Gli attacchi degli israeliani quest’estate hanno persuaso l’opinione pubblica siriana che un crollo del regime condurrebbe la Siria in una situazione simile a quella irachena. Questo è un ostacolo al cambiamento, oltre all’oggettiva debolezza dei movimenti di opposizione. I siriani, in un contesto di grande corruzione, confusione e ignoranza politica, voterebbero quindi per la Fratellanza, ramificata nella società.
Prevede un peggioramento della crisi libanese? Sì. L’uscita di Hezbollah dal governo, prima del voto sulla commissione d’inchiesta sulla morte di Hariri, indica che vuole ostacolare a tutti i costi la formazione di questo tribunale speciale. E chi, e io non so chi sia, ha assassinato Pierre Gemayel, vuole spingere il Libano in uno stato di grave instabilità, o addirittura verso una nuova guerra civile. Per quanto riguarda la missione Unifil, i soldati francesi già oggi vengono presi a sassate dai ragazzini di Hezbollah. Loro tengono a ricordare all’Unifil che possono rendergli la vita complicata.
Cosa farà Hezbollah? Hezbollah non si disarmerà mai. La sua esistenza dipende dalle armi che possiede. Hezbollah non è propriamente un partito “libanese”, anche se i suoi membri lo sono. Il loro progetto è funzionale agli obiettivi iraniani nella regione. Non c’è nessun Paese arabo in grado di contrastare Israele, attualmente. Solo l’Iran può, ma vuole farlo oltre i propri confini.
I siriani hanno un’opinione positiva di Hezbollah? Sì e no. La gente riconosce che Hezbollah sta combattendo contro Israele, ma è anche preoccupata per l’ingerenza iraniana. Su Internet dicono che il regime siriano coopera con quello iraniano. In passato, in verità, ha collaborato con tutti e nessuno, cercando di avere una posizione indipendente. Negli anni 70 era vicino agli Usa e all’Arabia Saudita, ma lasciava aperti canali diplomatici con la Russia. Dopo l’80 si è alleato con la Russia pur mantenendo contatti con gli Usa. Durante gli anni 90, invece, si spostò verso l’Iran restando vicino all’Arabia Saudita. Ora, dopo l’assassinio di Hariri e la guerra in Iraq, gli è rimasta solo l’opzione Iran, ma non più in maniera paritaria bensì di sudditanza. Molti siriani si lamentano perché il regime sta permettendo a tanti imam iraniani di venire a operare in Siria e convertire la gente da sunniti a sciiti. L’Iran va avanti col programma nucleare e vuole partner locali in tutti i Paesi arabi dove ci sono numerose comunità sciite. Li usa per contrattare con le potenze occidentali sul piano nucleare e sull’influenza nella regione.
C’è una via d’uscita? Sì, purché non sia come in Iraq. Su questo l’Europa ha grandi responsabilità: deve richiedere la tutela dei diritti
politici e opporsi a qualsiasi ingerenza statunitense. è bene sapere che una Siria stabile è fondamentale per tutta la regione. E non solo.
1 dicembre 2006 |