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Due incidenti in pochi mesi alle porte di Roma. Siti insicuri, contaminazioni vaganti. L’allegra gestione della Sogin. E una nuova emergenza nucleare.
di Daniela Preziosi


Sono le 11 di mattina del 30 ottobre. Fuori, l’ultimo tiepido sole della stagione giocherella con il prototipo degli specchi di Rubbia, un sistema di generazione di energia pulita brevettato dal Nobel per la fisica licenziato dal governo Berlusconi dalla direzione dall’Enea, l’ente per l’energia e l’ambiente. Dentro, nel magazzino 9 dell’Impianto Plutonio, alla luce dei neon, il geometra sta provando il sistema antincendio recentemente riparato. All’improvviso si scatena l’inferno: si scaricano tutte insieme 36 bombole di anidride carbonica. Le serrande di ventilazione si bloccano, nell’ambiente si crea una pericolosa sovrappressione. Per fortuna la porta blindata è rimasta aperta, l’onda si abbatte su quella antincendio e la scardina, facendole fare un volo di dieci metri. Una dopo l’altra, saltano due porte di sicurezza. I vigili del fuoco le troveranno in mezzo al prato antistante. Se quella porta fosse stata chiusa, l’onda di sovrappressione si sarebbe abbattuta sui fusti dei rifiuti radioattivi conservati nel magazzino. E sul geometra, che invece per miracolo è rimasto illeso. La contaminazione dell’impianto sarebbe stata inevitabile. Quella dell’ambiente intorno molto probabile. Due incidenti in cinque mesi sono troppi, per un sito nucleare.

Siamo all’Enea Casaccia, a due passi da Roma e a 400 metri dalla scuola elementare di Osteria Nuova. In questo stesso impianto, nel giugno scorso, sette lavoratori vengono contaminati dal plutonio mentre lavorano alla bonifica delle glove-box, le scatole a guanti dentro le quali si trattano i materiali radioattivi. Il plexigas è vecchio, nelle giunture si sono formate delle crepe da dove il plutonio potrebbe fuoriuscire. Ma non è da lì che proviene il plutonio che gli ignari lavoratori respirano da chissà quanto tempo. Sopra alle loro teste, al posto di uno dei guanti utilizzati per manipolazione del materiale all’interno della glove-box, qualcuno ha sostituito un sacchetto. Risulterà contaminato. Chi dovrebbe fare i controlli non se n’è accorto. Solo il 20 luglio i sette vengono informati che dalle analisi risulta una contaminazione. Hanno inalato plutonio, anche se in modesta entità, almeno secondo l’azienda. La prassi, in casi del genere, prevede che i soggetti contaminati vengano sottoposti a un’analisi più accurata, al Wbc, il Whole body counter. Invece dovranno aspettare il 19 settembre. Nel frattempo la zona dove si è verificata la contaminazione resta accessibile al personale dell’impianto e a quello delle ditte esterne di manutenzione. Nessuno ha ricevuto disposizione di indossare protezioni aggiuntive. Nessuno ha convocato il collegio dei delegati alla sicurezza, come dispone la legge.

Tutto normale, secondo la Sogin, la società che gestisce gli impianti nucleari. Almeno finché a metà settembre un gruppo di lavoratori viene a sapere dell’accaduto e si rivolge alla direzione dell’Enea Casaccia per reclamare un incontro con il capo del sito, Vittorio Santinelli, e con i sindacati interni. Un mese dopo, come abbiamo visto,  il nuovo «episodio» (la Sogin insiste a non utilizzare la parola «incidente»). Ma è un episodio con il botto, più difficile da passare sotto silenzio. Questa volta ne parlano i giornali e parte l’ispezione dell’Apat, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente. Per la Sogin «non ha comportato alcuna contaminazione a persone o cose; non ha provocato alcun danno di altra natura e, soprattutto, non ha interessato in alcun modo il magazzino materiali nucleari», insomma non è emersa «alcuna anomalia».

In questi giorni fra le duemila persone che lavorano alla Casaccia il malumore è palpabile. Le bocche restano cucite, anche perché è stata messa in circolazione la voce che chi parla con i giornalisti rischia una denuncia per «procurato allarme». Ma cosa rischia chi mette a repentaglio la salute dei dipendenti?

I due incidenti sono gli ultimi di una serie. Nel 2002, nell’area di stoccaggio dei liquidi irraggiati, in corrispondenza di un vecchio serbatoio interrato a meno di venti metri dal frequentatissimo viale principale della Casaccia, viene riscontrata una forte contaminazione di cesio 137 e di stronzio 90. Radiazioni gamma. L’allora direttore dell’impianto, Gianfranco Caporossi, non si adopera per far entrare la bonifica dell’area nell’ambito degli interventi da attuare con urgenza stabiliti dall’Ordinanza del presidente del Consiglio 3267 del 2003 sulla sicurezza nucleare. Tant’è che quando, nel 2004, va in pensione, riceve in dote un contratto di consulenza per occuparsi dei guai del serbatoio, evidentemente non ancora risolti. A tutt’oggi non risulta che l’area sia stata definitivamente bonificata. Il serbatoio è ancora interrato, le radiazioni persistono. Ma i responsabili, sostengono i bene informati, si appresterebbero a firmare lo stesso un rinnovo del contratto. A differenza dell’attenzione mediatica nazionale che ha suscitato qualche mese fa una vicenda analoga accaduta nel sito nucleare di Saluggia, nel vercellese, gestito dalla stessa Sogin, qui a Casaccia i panni sporchi, anche se radioattivi, si lavano in casa. O, nel caso, non si lavano affatto. «E così il sito diventa ogni giorno più pericoloso», denuncia una nostra fonte che chiede l’anonimato: «A quarant’anni dalla loro costruzione, le apparecchiature dell’impianto diventano ogni giorno più vecchie e scassate; le glove-box dalle quali è fuoriuscito il plutonio hanno 40 anni. Sogin procede all’attività di pre-decommissioning (lo smantellamento dei siti degli impianti nucleari, successiva al referendum dell’87, ndr) ignorando le procedure internazionali che, tra l’altro, prevedono il rispetto degli standard indicati dalla Iaea, l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, tra i quali, il principio della riduzione al minimo possibile dell’esposizione dei lavoratori alle radiazioni e delle quantità di rifiuti radioattivi prodotti. Negli anni la società ha sistematicamente allontanato le professionalità più esperte e chi conosce la storia degli impianti, a vantaggio da una parte delle assunzioni clientelari e dall’altra di giovani tecnici inesperti. E questi sono i risultati».

«Sprechi, clientele, appalti discutibili, anomalie. Come quella di un presidente, il generale Carlo Jean, già iscritto alla Loggia massonica coperta Adriano Lemmi dell’Oriente di Roma, secondo gli atti della commissione P2. Jean è anche commissario straordinario per l’emergenza, e quindi decide cosa fare e poi lo ordina a se stesso. La Sogin è ormai fuori controllo», dice Aleandro Longhi, deputato dei Ds, che nella scorsa legislatura ha presentato ben otto interrogazioni parlamentari. «Secondo le notizie che ho raccolto, decine di assunzioni di tecnici e dirigenti, identificabili per nome e cognome, sono state fatte su raccomandazione di consiglieri della stessa Sogin, di deputati e senatori di An e Forza Italia, dell’ex ministro dell’Economia, di un funzionario dell’ex ministro dell’Ambiente, di un ex sottosegretario alla Salute, di un consigliere dell’Ente Eur e dello stesso Jean». Dal governo Berlusconi nessuna risposta. Nella nuova legislatura il deputato ha già presentato due interrogazioni e proposto di istituire una commissione di inchiesta. Anche Rifondazione ha presentato due interrogazioni (una alla Camera, una al Senato). A oggi però, neanche dal nuovo governo è arrivata risposta.

Ma ci sono altre inadempienze, sulla strada della Sogin. «Il Lazio è l’unica fra le cinque Regioni chiamate a gestire l’emergenza nucleare a non avere mai chiesto la convocazione di un tavolo della trasparenza, istituito dalla legge per consentire, alle Regioni e agli enti locali interessati dai siti di stoccaggio di scorie nucleari, di avere tutte le informazioni sulle procedure di sicurezza adottate, per i lavoratori e per l’ambiente», spiega il consigliere regionale Alessio D’Amato, capogruppo di Ambiente e Lavoro, che con l’associazione Rossoverde ha organizzato in questi giorni un sit in sotto la sede della Sogin a Roma. D’Amato si è rivolto al presidente Piero Marrazzo e dall’assessorato all’Ambiente assicurano di aver ingranato la quarta per recuperare il tempo perso dalla precedente giunta.

Ma il tempo stringe. Il 31 dicembre scade la proroga dello stato di emergenza per i rifiuti radioattivi. E il governo dovrà decidere se rinnovarlo o meno. E come affrontare tutta la partita dello smaltimento dei rifiuti nucleari in Italia, aperta da troppo tempo. 

17 novembre 2006

 
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