A Beirut i cinque ministri di Hezbollah sono usciti dal governo. Preferiscono stare all’opposizione. E fomentare l’instabilità. di Lorenzo Trombetta
Militari dispiegati di notte nei quartieri cristiani di Beirut est o lungo gli ampi vialoni che portano alla periferia sud, abitata in prevalenza da sciiti. Angoli deserti e silenziosi di una città che è entrata nei mesi autunnali sotto l’ombrello di un’altissima tensione politica. Nelle vie del centro i giovani sono tornati da tempo ad affollare locali notturni e caffè. A guardarla da qui, sotto la luce artificiale dei neon colorati, Beirut sembra immortale e invulnerabile, al riparo da nuove divisioni e contrasti. Che però sono tornati in primo piano da quando, all’inizio di ottobre, l’opposizione “prosiriana”, composta da Hezbollah, dall’altro movimento sciita Amal di Nabih Berri e dalla Libera corrente patriottica del cristiano maronita Michel Aoun, ha iniziato a chiedere a gran voce la formazione di un governo di unità nazionale. Richiesta giustificata dal fatto che l’attuale esecutivo, guidato dal sunnita moderato Fu’ad Siniora, non avrebbe difeso la posizione della “resistenza islamica” (termine usato per indicare l’ala armata di Hezbollah) dagli attacchi militari israeliani e da quelli verbali di Washington durante e dopo il conflitto di quest’estate.
Nell’esecutivo libanese, secondo una regola non scritta ma quasi sempre rispettata, devono essere rappresentate le principali comunità confessionali del Paese. Per questo motivo, dopo le elezioni legislative dell’estate 2005, Siniora arruolò nella sua squadra di governo una maggioranza di ministri appartenenti o vicini al fronte “antisiriano” (15 su 24), mentre i “prosiriani” sciiti di Hezbollah e Amal e i sostenitori cristiani del presidente della Repubblica Emile Lahoud ottennero le restanti nove poltrone. Ma uno dei vincitori delle elezioni del 2005, l’ex generale cristiano Aoun, preferì non entrare nell’esecutivo e conservare una discreta presenza nell’Assemblea nazionale con 14 seggi sui 128. Rimase così all’opposizione, assieme a Hezbollah (14 seggi), Amal (15 seggi) e altri partiti minori vicini al regime di Damasco. Nel Libano dai delicati equilibri confessionali, è la norma che partiti come Hezbollah o Amal, pur presenti nell’esecutivo, si schierino in Parlamento all’opposizione. Un “conflitto di interessi” che si è risolto la scorsa settimana con le dimissioni dei cinque ministri di Hezbollah e Amal. Da oggi sono fuori dal governo. Anche in questo caso, il motivo ufficiale è stata la disapprovazione del comportamento della maggioranza, che non ha preso in considerazione le richieste dell’opposizione, ovvero la formazione di un governo di unità nazionale. Ma gli osservatori locali non hanno dubbi: dietro la decisione del Partito di Dio e degli uomini di Nabih Berri c’è la volontà di tenere il Paese sull’orlo dell’instabilità.
Dall’ottobre del 2004 il Paese dei Cedri è vessato da una guerra a bassa intensità tra alleati del fronte siro-iraniano e sostenitori dell’asse franco-americano. Ciascuno degli attori internazionali e regionali gioca le sue carte con lo sguardo ad altri tavoli: la Siria vorrebbe riprendersi il Libano dopo esserne uscita nel 2005, l’Iran si confronta con l’altra potenza del Medio Oriente e cioè Israele, la Francia desidera tornare a giocare un ruolo di primo piano nelle sue ex colonie (Siria e Libano) per ostacolare l’espansionismo Usa, mentre questi ultimi vorrebbero chiudere il cerchio aperto a Kabul e Bagdad dopo il 2001.
Il tavolo verde a Beirut è più ristretto ma gli interessi di tutti sono molto chiari: i clienti dei siriani sono rappresentati dall’attuale raìs Emile Lahoud e, in parte, dagli alleati di Teheran, Hezbollah e Amal, fortissimi nel sud del Paese e nella periferia meridionale di Beirut. Il generale Aoun, che tanto aspira alla poltrona presidenziale e che è sostenuto da una propria base nelle province meridionali del Monte Libano, pur essendo uno storico oppositore di Damasco, va ormai a braccetto con Nasrallah del Partito di Dio e con Nabih Berri di Amal. Da qui, la definizione di “prosiriani” che la stampa ha da tempo affibbiato a questa variegata coalizione.
A questo fronte si oppongono gli “antisiriani”, ovvero quei partiti o movimenti sostenuti apertamente da Parigi e Washington e riunitisi sotto la bandiera del “Via i siriani dal Libano!”. Dopo l’attentato mortale contro l’ex premier Rafiq Hariri del 14 febbraio 2005, attribuito al regime di Damasco e ai suoi alleati libanesi, quel che rimane del movimento popolare che dette vita alla “primavera di Beirut” oggi rimane una coalizione politica disomogenea e non sempre unita: la famiglia Hariri con i suoi affiliati sunniti nei principali centri urbani nel Paese, il clan druso dei Jumblatt dominante nello Shuf a sud-est della capitale, l’ultradestra delle Forze libanesi cristiane di Samir Geagea, arroccate nel nord del Monte Libano e a Beirut est, e altri partiti minori espressione di famiglie e clan cristiani come i Jemayyel.
Con le dimissioni dei ministri sciiti dal governo il confronto si è acceso ancor più attorno alla questione del tribunale internazionale che dovrebbe giudicare i presunti responsabili dell’attentato contro Hariri. La stampa accusa il regime siriano e i suoi affiliati, tra cui il presidente Lahoud (quattro suoi fedelissimi generali sono in carcere dall’agosto 2005 perché accusati di essere coinvolti nel crimine). Hezbollah e Amal, ora assieme ad Aoun, cercano in ogni modo di ritardare l’istituzione del tribunale, che invece è fortemente voluto dalla maggioranza del governo di Siniora, dominata dagli “antisiriani”. Lunedì scorso, orfano di sei ministri (dopo i cinque sciiti, si è dimesso anche il cristiano Ya‘qub Sarraf, vicino a Lahoud), l’esecutivo si è riunito a Beirut e ha votato comunque l’approvazione del testo proposto dall’Onu per l’apertura del giudizio contro mandanti ed esecutori dell’attentato.
Ma sono già due settimane che Hezbollah e i suoi annunciano imponenti manifestazioni di piazza nel caso non si arrivi a un cambio di governo, sostenendo che migliaia di persone sono disposte a scendere per le vie della capitale, con i giovani aounisti già pronti a creare scompiglio nel corteo dei militanti sciiti. A questi annunci, ha risposto immediatamente Samir Geagea delle Forze libanesi (Fl): «Siamo pronti a difendere la nostra Repubblica. Se l’opposizione scende in piazza, scenderemo anche noi». La tensione cresce, anche perché da giorni, sulla collina di Mansuriyye, nei pressi della capitale, giovani delle Fl e aounisti si scontrano a colpi di spranghe e manganelli. In un Paese dove ogni famiglia conserva ancora i kalashnikov della guerra civile, questi segnali non promettono niente di buono. Dopo le dimissioni dei ministri e l’approvazione della bozza sul tribunale Hariri, Nasrallah ha annunciato di voler aspettare ancora, ma presto verrà deciso se usare la piazza come strumento di pressione sulla maggioranza “prosiriana”. Beirut, a guardarla da qui, sembra una città in
bilico.
17 novembre 2006 |