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L’obiettivo è ricucire con l’Islam. Ma il viaggio del pontefice apre tanti problemi: da quello della sicurezza al rapporto con l’Unione europea. di Giuseppe Di Leo
Papa Ratzinger vola in Turchia, tra polemiche, minacce e insidie diplomatiche. Obiettivo: ricucire il dialogo con l’Islam dopo lo “strappo” di Ratisbona. Missione (quasi) impossibile, secondo una curia che guarda a questo viaggio con crescente perplessità. Alle sue spalle, Benedetto XVI lascia un governo della Chiesa in gran parte ridisegnato, e una nuova nomenclatura del potere. I riflettori della politica internazionale sono accesi. Ratzinger va in una nazione al centro delle tensioni mediorientali, per una visita storica che ha personalmente e pervicacemente inseguito dall’inizio del suo pontificato. Per questo sa di non poter fallire.
Il viaggio sarà decisivo per il dialogo fra cristiani e musulmani. Ma avrà altre implicazioni: interne ed esterne alla Chiesa.
Papa Ratzinger sa di visitare un Paese che gli mostra indifferenza e in buona parte gli è dichiaratamente ostile. E nessuno, neppure in Vaticano, nasconde i rischi riguardo all’incolumità fisica del pontefice. Ma dietro l’angolo c’è anche l’incognita di un possibile fallimento politico-diplomatico. Il premier turco Erdogan, ad esempio, non lo incontrerà (salvo sorprese dell’ultima ora). Non sono da escludere pericolose contestazioni (mercoledì a Istanbul sono stati arrestati 40 Lupi Grigi che avevano occupato per protesta un’ex basilica adibita a museo e per questa domenica i fondamentalisti del Saadet hanno chiamato in piazza un milione di persone) e le forze di polizia sono da settimane in stato di massima allerta.
Il problema della sicurezza fisica del papa tiene col fiato sospeso il mondo. Ma è un viaggio rischioso non solo per questo. Con il discorso di Ratisbona, Ratzinger ha inteso aprire una fase nuova nei rapporti con l’Islam. Non tutti in Vaticano hanno gradito e condiviso la sua sterzata. Come non hanno condiviso il piccolo tsunami delle nomine ai vertici della Chiesa. E proprio quella parte dubbiosa o addirittura scontenta della curia aspetta oggi al varco Benedetto XVI e tirerà le somme dopo il suo viaggio in Turchia. Se fallisse, il pontificato ratzingeriano ne verrebbe condizionato al punto di modificare gli equilibri interni alla Santa Sede. E le conseguenze si misurerebbero anche sul piano politico: in Europa soprattutto, ma anche fuori. Per tutte queste ragioni Benedetto XVI, che da cardinale non si è mai tirato indietro nelle grandi sfide, ha preparato questo viaggio calibrandolo in una miscela di sapienza teologico-dottrinale e di prudenza politico-diplomatica per affrontare tre ordini di difficoltà. Il primo riguarda l’aspetto ecumenico. Il secondo attiene al complicato rapporto fra Cristianesimo (sarebbe però meglio dire cristianità) e Islam. Il terzo investe le complicazioni politiche per l’eventuale ingresso in Europa della Turchia. Per ciascuno di questi obiettivi, Benedetto XVI ha scelto la stretta collaborazione di un “esperto”. Tre specialisti, tre cardinali: Walter Kasper, Paul Poupard e Tarcisio Bertone.
Tre le tappe del viaggio che comincia il 28 novembre: Ankara, Istanbul, Efeso. Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, incontrerà Benedetto XVI nella chiesa patriarcale di San Giorgio a Istanbul. In un contesto difficile per i cristiani.
Dalla caduta dell’impero bizantino fino ai nostri anni la presenza dei cristiani (ortodossi e latini) in Turchia è diminuita fino al punto da diventare la testimonianza di una sparuta minoranza, spesso minacciata. Anche fisicamente. La morte di don Andrea Santoro, il parroco della piccola chiesa di Trebisonda ucciso da un ragazzo di appena 16 anni lo scorso 5 febbraio, ha costituito l’esempio più drammatico di questa condizione. Il viaggio di Benedetto XVI ha lo scopo di testimoniare la vicinanza della Chiesa di Roma a quella che il teologo Ratzinger considera la “Chiesa sorella” di Costantinopoli.
Un punto condiviso in pieno dal principale collaboratore di papa Ratzinger per le tematiche ecumeniche: il cardinale tedesco Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo ecumenico.
Per Ratzinger bisogna essere uniti come cristiani per avere chiari i termini del confronto, franco e schietto, con i musulmani e per delineare i confini culturali e geografici dell’Europa. Papa Wojtyla insisteva molto sulle radici ebraico-cristiane del continente europeo e, più in generale, dell’Occidente. E papa Ratzinger non è da meno. Ma è anche consapevole che proprio in Turchia si è registrata una civiltà bizantino-islamica, che nel suo Tramonto dell’Occidente lo storico Oswald Spengler ha definito “magica”. Ma c’è un ma, appunto. Ad Ankara Benedetto XVI incontrerà il presidente per gli Affari religiosi. Sui temi del rapporto fra Chiesa di Roma e Islam il principale collaboratore di Benedetto XVI è il cardinale francese Paul Poupard, presidente del Pontificio consiglio per la cultura. Poupard è uomo coltissimo e non privo di esperienza diplomatica maturata nella Segreteria di Stato. Non è propriamente un esperto di Islam, ma negli ambienti accademici musulmani è un porporato stimato. Equilibrato e ben informato è considerato il Grande dizionario delle religioni (tradotto in varie lingue) che Poupard ha diretto, in cui le parti che riguardano la fede islamica sono trattate con equilibrio e da islamologi di fama internazionale.
È stato il porporato francese, insieme al neosegretario di Stato della Santa Sede Tarcisio Bertone, a suggerire le iniziative da intraprendere una volta esplosa la polemica per il discorso papale di Ratisbona. Per Poupard il dialogo fra cristiani e musulmani sul piano religioso può essere di due tipi. Il “dialogo-discussione”, in cui il credente cerca di persuadere e di convertire l’altro (tipologia del passato). E un secondo tipo di dialogo, più esigente perché si trova quando gli interlocutori, più passivi rispetto all’itinerario dell’altro, cercano solo di conoscersi e giungere in tal modo a sopprimere i pregiudizi più evidenti (è la tipologia tratteggiata dalla dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II). Ciò è stato sufficiente a creare un’alleanza fra cristianità e Islam durante il pontificato di Giovanni Paolo II (che si è concretizzata, per esempio, alla Conferenza del Cairo sulla popolazione del 1995). Ma dopo l’11 settembre la dimensione religiosa del dialogo islamo-cristiano non può far dimenticare l’aspetto politico e culturale. In questo contesto si innesta la difficoltà che la Turchia sta incontrando per entrare nell’Unione europea.
Secondo papa Wojtyla, il fatto che la Turchia avesse ospitato i primi concili ecumenici della Chiesa bastava a far sì che i turchi facessero parte dell’Europa. Per papa Ratzinger questo non può bastare. Ufficialmente, sull’ingresso della Turchia nella Ue la Santa Sede si è dichiarata neutrale. Ma dietro il riserbo continuano a rimanere intatte le riserve papali. Il neosegretario di Stato, cardinale Bertone, ha esplicitato tutto ciò in maniera diplomaticamente ineccepibile affermando che la Turchia dovrà assolvere il ruolo di «ponte fra l’Occidente e il mondo musulmano». Come per confermare che la Turchia è qualcosa di più di un semplice Paese islamico, ma
anche qualcosa di meno di un Paese europeo. Senza dimenticare che in passato i turchi hanno soggiogato una parte del mondo islamico e tentato di fare lo stesso con l’Europa.
Il principale ostacolo, che a parere di papa Ratzinger rende improponibile l’ingresso della Turchia nella Ue, è la mancanza di libertà religiosa che si esplicita in un regime giuridico discriminatorio nei riguardi delle altre fedi, compresa la cristiana, che si trovano in minoranza. Ricevendo in Vaticano quindici giorni fa il presidente di Cipro Tassos Papadopoulos, Benedetto XVI si è mostrato molto preoccupato per la situazione difficile in cui versa la comunità cristiana cipriota. Ci sono stati infatti di recente profanazioni e saccheggi degli edifici di culto cristiani nella parte settentrionale dell’isola, occupata dall’esercito turco. Se la mancanza di libertà religiosa è un fattore non trascurabile, per Benedetto XVI l’altra difficoltà è la questione demografica.
La Turchia, a differenza della maggioranza dei Paesi europei, cresce di popolazione e con gli attuali meccanismi di votazione previsti dal nuovo Trattato costituzionale europeo questo aspetto non può essere sottovalutato. La demografia, che con Wojtyla fu comune denominatore fra Chiesa di Roma e Paesi islamici, diventa uno dei fattori di divergenza fra il governo di Ankara e la Santa Sede.
Su tutto questo, pesa l’incognita politica. Il premier turco Erdogan si trova fra l’incudine degli ultranazionalisti musulmani che gli chiedono di non incontrare il papa di Roma e la pressione di molti governi occidentali e di una parte dell’opinione pubblica della nazione turca che invece gli chiedono il contrario. Nessuno può escludere una sorpresa dell’ultimo minuto. Un incontro anche breve, che per Benedetto XVI sarebbe il suggello di questa missione (quasi) impossibile.
24 novembre 2006 |