spacer
la notizia al centro,
il cuore a sinistra.

Dir. responsabile: Donatella Coccoli Dir. editoriale: Ilaria Bonaccorsi
è un sito MyCyrano!


Parla con Left


Americhe
Asia
Europa
Africa e Medio Oriente


Trasformazione
Libri
Cinema
Musica
Teatro
Arte

Mercati


Chi siamo
Contattaci
Redazione
Pubblicità
Credits

Abbonamento cartaceo


 
I furbetti del programmino Stampa E-mail
dal 17 novembre in edicolaDiego Cugia parla di televisione. Lo fa con lo spirito da ultima spiaggia di Jack Folla, la sua creatura radiofonica. Ma soprattutto da autore che ha inventato per Celentano il tormentone “rock e lento”. Ce n’è per tutti. «Perché siamo in un regime di demenza coatta. Nessuno escluso».
di Emiliano Coraretti


Cugia, visto che l’ha inventato lei: cos’è rock e cos’è lento oggi nella televisione italiana?  
Rock è Benigni che legge il Paradiso, Celentano che duetta con Manu Chao in Francamente me ne infischio, il Vayont di Paolini, Morandi che in prima serata su Rai Uno chiacchiera gentilmente con due coppie di gay spagnoli appena sposati. Rock sono Il Tempo e Il Giornale che s’incazzano per questo. Lento è nessun giornalista di sinistra che lo coglie, tranne il sito Gay.it che celebra il piccolo evento. Lento era Mimun, rock ci è nato Mentana, così come rock sono Report e Blob. Lenti, lentissimi, i treni dei desideri, le miss Italia, i reality, gli autori leccaculo, i funzionari senza palle, i format, la paranoia dello share, la paura di osare. Ti basta?

Non ancora. Tutti parlano dell’esplosione della volgarità. Ma cerchiamo di capirci: per lei è più trash “La pupa e il secchione” o la Franzoni da Vespa?
Franzoni, ovvio. Il delitto che diventa perbenista; la tv ora pro nobis; il sangue per famiglie; l’ipocrisia benpensante di Rai Uno “San Gennaro” che  trasforma in miracolo televisivo il sangue degli innocenti. La Franzoni che piange da Vespa è l’equivalente delle madonnine che trasudano sangue. Un trash che titilla il voyerismo pappone nazionale, da pic nic a Cogne. In confronto, l’Italietta salomonica spaccata in due, quella di Peppone e don Camillo, per intenderci, era roba da palati raffinati. Anzi, ora che ci penso, Don Camillo era scritto da Guareschi o da Milan Kundera?

Il primo che ha detto, se ricordo bene. E Crozza e Fiorello che fanno l’imitazione del Papa sono così irriverenti da meritarsi gli anatemi della Chiesa?
La Chiesa sta debordando. Zapatero è stato l’unico in Europa a rappresentare noi atei. Ricordo che feci carte false perché Crozza stupisse l’Italia con l’imitazione di Ratzinger a Rockpolitik. Ce l’aveva accennata a casa Celentano. Papa Crozza fingeva di avere una colomba in mano, alla finestra di San Pietro. Le faceva spiccare il volo, e la colomba precipitava sui fedeli, stecchita. Si era beccata l’aviaria. «Pofera colombine!». Una gag surreale, apocalittica. Eravamo piegati in due dalle risate, Celentano e Claudia Mori compresi. Poi, al solito, è prevalsa la genuflessione al potere temporale, la mortificazione della satira, il Moige interiore di produttori, conduttori, autori. Non solo più realisti del Re, ma più papisti del Papa. Che palle.

Poi però Crozza l’ha fatto, il Papa…
Non ho visto la versione su La7. Ma penso che ci sia una differenza abissale tra il proporre una gag sul Papa in uno show di Celentano o in qualsiasi altro. Era il cattolico Adriano che poteva sacralizzarla, renderla epocale, e forse l’Avvenire (perché i Vescovi tutto sono ma non scemi) ci sarebbe andato più cauto. Lo show di Crozza, poi, risente della mancanza di una spalla vera. È il problema di tutti i comici che tentano il one man show. Fanno tutto da soli o quasi, e lo spettacolo ne risente, sa di precotto, di surgelato. E poi vuoi sapere una cosa? I comici che nascono come imitatori, da Noschese in poi, sono divorati da un demone: quello di mostrare al pubblico la loro vera faccia. Ma non gliene frega niente a nessuno, e loro, come si dice a Roma, “ci sformano”. Crozza sembra un Mussolini giovane, al massimo Mastrolindo. Ha una faccia da pongo, è proprio questa la sua grandezza: su quel pongo può spalmarci di tutto. Però il pongo in sé non buca il video, è inerte. Anche se fai la voce di Grillo. Ma come fai a dirglielo senza beccarti un «Quanto sei stronzo»?

Forse ci è appena riuscito. Per settimane si è parlato solo della bestemmia di Ceccherini. Possibile che la tv non sappia fare di meglio?
La bestemmia di Ceccherini è l’ultimo esempio del cortocircuito della tv. Lo chiamano proprio per smadonnare, e quando cincischia un bestemmino, lo cacciano. Siamo al «vorrei ma non posso» del servizio pubblico. In cambio del canone ti rifilo il cammello di un reality, ma quando al cammello gli scappa il rutto, lo si caccia dallo zoo. È tutto molto triste. Ceccherini, che al cinema aveva iniziato bene, finisce sul Viale del Tramonto dei presunti famosi. Quando lo fanno fuori pure da lì, ritorna alla ribalta per una bestemmia. Tu che mi chiedi: «Possibile che la tv non sappia fare di meglio?», io che ti chiedo: «Possibile che i giornali non abbiano notizie più interessanti?». Abbiamo perso la brocca un po’ tutti. Siamo in un regime di demenza coatta. Nessuno escluso.

Finiremo tutti come Claudio Lippi, che dopo anni di canguro a “Buona Domenica” si scandalizza della volgarità in tv e chiede di spegnerla per un minuto?
Lippi è videodipendente, vuol fare share anche tornato a casa. Mi fa pensare a quelle donnine delle case di tolleranza di una volta che sognavano di aprire una profumeria coi risparmi delle marchette. E comunque la volgarità è un falso problema, come la qualità in tv. Sono parole vuote. Le posso dire una cosa?

Anche due.
In tv si lavora pochissimo, questo è il vero problema. Intendiamoci, si possono fare anche le due del mattino e spezzarsi le ossa. Ma è il modo, che è assurdo. Si lavora da vermi, a mediare continuamente, a spettegolare. Nelle riunioni di scaletta si cazzeggia per sei ore e ci si concentra per un quarto d’ora. Un programma, tanto per cominciare, deve nascere da un’idea, e l’idea da un bisogno, da un’emozione genuina, da un sogno d’autore, da una voglia profonda di mostrare al mondo qualcosa di bello, finora tenuto intimo, segreto. Anche i tg dovrebbero nascere dalla voglia, concorrenziale con gli altri, di far scoprire alla gente qualcosa che non sapeva, qualcosa di occulto, mentre sono confezionati, al più, per camuffarla. Sto dicendo che programmi e tg, oggi, nascono per tutti altri scopi.

Quali scopi, occulti?
Innanzitutto a uso e consumo dei pubblicitari, che dettano legge. Nei tg sono i potentati, le lobby trasversali, i famigli dei potenti a far la parte dei pubblicitari. Poi per intercettare una girandola di vanità, da quella dei conduttori e delle soubrette a quella degli ospiti, del regista, del direttore di rete. Infine per l’audience, il sommo responso delle 10 del mattino dopo. Non si lavora, cioè, al servizio del programma e del pubblico, con la passione bruciante che ti ha fatto scegliere questo meraviglioso mestiere invece di un altro.

E allora per cosa si lavora?
Si bruciano incensi al proprio e agli altrui altarini. Si lavora per denaro, per battere la concorrenza, per esibizionismo. E c’è anche una gran vigliaccheria, una fifa vergognosa di perdere il tuo posto in prima fila. La paura di quest’altra parolaccia “il flop”. Mentre l’unico verbo corretto da coniugare in televisione è “osare”. Poi ci lamentiamo che non nascano nuovi programmi? Io mi stupisco, semmai, come ne sia rimasto ancora qualcuno degno di questo nome.

Ci siamo, Cugia. Faccia il suo palinsesto ideale. Cosa salverebbe e cosa casserebbe di questa tv?
Salvo Blob che mi riassume il meglio del peggio evitandomi, così, di brutalizzarmi davanti allo schermo. Salvo Le Iene, History channel, i due Angela anche se sono un po’ vecchiotti, il figlio più del padre. Salvo Chi l’ha visto, anche se mi farebbe incazzare a sangue essere ritrovato. Salvo Teocoli, la Gabanelli, le Invasioni barbariche, Fiorello. Ovviamente Morandi. Perché abbiamo fatto una tv gentile e non invasiva. Salvo le offerte mirate: i programmi sulla pesca, sul golf, e tutti quelli che insegnano qualcosa. Sogno un Non è mai troppo tardi di Alberto Manzi dedicato all’analfabetismo del saper vivere, ad aiutare un popolo a sbarazzarsi del proprio altissimo tasso di inciviltà. Salvo qualche inchiesta sulla mafia, e qualche sceneggiato storico, ma non con la ex ragazzina di Lapo perché sono operazioni così guitte che mi viene da urlare. Ovunque sprizzi un po’ di ironia, autoironia, intelligenza, calviniana leggerezza, documento, memoria storica, spettacolo, stile, io salvo.

E invece cosa chiuderebbe?
Tutto il resto, che riassumo in un gesto: l’espressione a mani intrecciate, giunte, di Bruno Vespa che parlava al telefono con Papa Wojtyla e una lacrima gli solcava un neo. Questa è l’Italia televisiva che mi fa orrore.

Dia un po’ di voti: Fazio e il suo programma buonista.
Fazio è bravissimo, ma il comunismo da oratorio non è proprio il mio genere, comunque: 7.

“Le Iene” e le inchieste “scandalo”.
Le Iene sono l’unica novità di costume televisivo di questi anni: divertimento, denuncia, dissacrazione. Tre “D”. Ne manca solo una: “Dignità”. Qualche volta la smarriscono pur di fare il botto. Ma il voto è 9.

Crozza e il suo one man show.
Crozza ne ho già parlato. È straordinario come comico, ma per fare il predicatore alla Grillo dovrebbe ingoiare camion di umiltà, di dolore altrui, di documenti. Soprattutto decidere con chi e per cosa parteggiare. Come imitatore: 10, come Zarathustra: 5.

Milena Gabanelli e “Report”.
Gabanelli è il massimo. Unico difetto: una ‘nticchia di populismo: 9.

Il ritorno di Santoro.
Non lo so, l’ho visto 5 minuti perché eravamo in concorrenza diretta con Non facciamoci prendere dal panico. Ma un po’ di panico me l’hanno dato i capelli biondi. Se li fosse tinti di viola sarebbe stato perfetto. Ma biondino ha perso carisma.

Se la Gabanelli fa un’inchiesta esplosiva nessuno se ne accorge, se “Le Iene” dicono che i parlamentari si drogano non si parla d’altro: un cortocircuito informativo?
Semplice: la Gabanelli fa del vero reportage, urtica e fa male perché documenta, approfondisce, è spesso inattaccabile e ti mette al muro. Le Iene fanno show, denunziano e spettacolarizzano, sono saltimbanchi della notizia. Più facile vendere copie grazie a loro che beccarsi querele andando dietro alla Gabanelli.

Qual è lo stato di salute dell’informazione in tv? I talk show, da Santoro a Vespa, funzionano ancora?
Santoro più di Vespa. Che ormai ricorda il salotto di Nonna Speranza di Guido Gozzano. Ma “la cugina Carlotta” il cui arrivo nel salotto costituiva l’evento di quella poesia sulle piccole cose di pessimo gusto dell’Ottocento, oggi è l’ingresso di Anna Falchi in Ricucci. Siamo ai furbetti del programmino. No, questa roba molto presto non funzionerà più. Il falò delle vanità. Avete stufato.

“Reality circus” chiude dopo poche puntate e “L’isola dei famosi” non fa più ascolti record. Anche il reality è morto?
Forse si sta solo evolvendo come Alien. Ma è una tv che non m’interessa, anzi, mi fa un po’ schifo. Oltretutto non spii il vero, ma il rigurgito di quello che gli autori pensano che farà eccitare l’inconscio collettivo di questa nostra infima provincia dell’impero multimediale globale. È come ciucciarsi una gomma americana masticata dieci anni prima da un attore in un reality americano.

“Rockpolitik” è stato l’ultimo programma a fare share da capogiro, poi il crollo dello share. Rai e Mediaset sanno come correre ai ripari?
No, non credo.

Cosa serve per far tornare la gente davanti la tv?
Ridisegnare un sogno collettivo. Mica facile.

Meglio restare con i piedi per terra. Si può fare un programma con ascolti record senza Celentano o Fiorello?
Sì, con Benigni. Si può tentare uno spettacolo con Teo Teocoli. Ha 60 anni, io ci credo, se lui davvero si mette a studiare e ha una buona squadra di autori alle spalle, potrebbe fare il grande salto. È l’unico che sa fare tutto: raccontare, ballare, cantare, fare gag di alto livello. Ho già il titolo pronto: “Ero povero e facevo schifo”.

Con la caduta di Berlusconi aspettavamo il ritorno dei comici. Invece niente. Non è che senza il Cavaliere la satira non fa più ridere? E poi siamo sicuri che il centrosinistra sia così disponibile a farsi prendere in giro?
Questo è un problema. Ma c’è qualcuno davvero che ha proposto a Luttazzi di fare un suo programma senza censure in seconda serata su un network nazionale? Perché non mi risulta. Per quanto riguarda l’autoironia del centrosinistra qualche dubbio ce l’ho. Però Guzzanti che imitava Rutelli-Sordi mi manca. Anche la sorella Sabina che faceva D’Alema mi fa nostalgia. Il momento politico-sociale, va detto, non è che si presti molto alla satira. È trasversale, senza distinzioni nette fra gli schieramenti, tutto sembra preso a pretesto per litigare, ma le visioni del mondo sono molto simili, purtroppo. C’è poca ciccia per i comici, fin troppa per i sociologi.

E lei, Cugia, che ha avuto problemi sia facendo tv che facendo radio, si sente un epurato?
Non mi sono mai sentito un epurato. Me l’hanno tirata. È diverso. Quello che in un altro Paese sarebbe premiato, la varietà delle idee, qui da noi è multato. Fai paura e fai rabbia perché sei diverso, nel bene e nel male, dalla mediocrità stagnante. Rompi. E loro ti rompono. Tutto qua.

È vero che il futuro della tv è il satellite? Crede che un’offerta più ampia favorirà la qualità dei programmi?
Penso che il satellite costituisca un’offerta pregevole. Poi dipende da cosa ci metti dentro, naturale. Sulla qualità ho già detto la mia. È uno specchietto per le allodole. Siamo all’Anno Zero della Tv. Questo lo pensiamo in molti. E non c’entra Santoro. Bisogna ridisegnare un sogno.

Lei di radio ne ha fatta tanta e, da “Alcatraz” con Jack Folla a “Zombie” su Radio24, ha sempre realizzato programmi che hanno fatto discutere. Non è che in attesa del satellite il nuovo dobbiamo ancora aspettarcelo dalla cara, vecchia radio?
La radio è ancora il mezzo più veloce e meno censurato. Parte sempre in pole position. Ma non ha molta cassa di risonanza sugli altri media. E questo frena la sua “sacralizzazione”, il renderla evento. A parte il vecchio Jack, e oggi Fiorello, non mi sembra che la radio abbia partorito idee da grande pubblico. Ma forse sono stato poco attento.

Dopo Morandi quando tornerà a fare tv? Ha ancora voglia di destreggiarsi tra le richieste della produzione e la voglia di dare sfogo alla creatività?
Ho una voglia matta di fare tv e mi diverte proprio farla su Rai Uno, perché mi esalta vedere che un’idea forte, scanzonata, anche minimamente “dissacrante”, possa scivolare sottopelle al grande pubblico generalista. Ma il problema, per un autore, non è solo quello di trovare l’idea giusta. È di avere alle spalle l’azienda con la politica giusta. Ci vuole un CdA che dica: «Siamo pronti anche a perdere un paio di punti di share in cambio di uno spettacolo che invogli la gente a confrontarsi con nuove idee e a divertirsi imparando qualcosa. Siamo pronti ad aprirci ai giovani, a puntare sul futuro della televisione. Siamo pronti ad osare».

 
< Precedente   Prossimo >
 
Federalismo, governo in bilico
Arsenico e vecchi rubinetti
L'Aquila, e la chiamano ricostruzione
La guerra di Gianfranco
Da Tangentopoli a mani sporche
Fiat, ciao Italia e grazie di tutto
Verbali volant
Protezione civile: Tremonti “azionista”
Fiat, Punto su Belgrado
Cie, diritti “sedati”
Balcani, imperialismo energetico
Agazio Loiero: «È l’ora di cambiare rotta»
Troppe attese per il nuovo Pd
Territorio, Sabina cuore di cemento
Antonio Di Pietro: Bertolaso dica ciò che sa
Gioacchino Genchi: se provano a fermarmi...
Puglia, peggio di Tangentopoli
I servitori infedeli nell’era delle stragi
Obama, la sua Africa
G8, quel che resta di Genova
L’altra faccia dell’Iran


Crociate d’Olanda
Cecenia infinita
L’incognita iraniana
Niger, colpo di Stato democratico
Usa, il domani che verrà
Messico e inferno
Dubai, sogni infranti nella sabbia
Tempo d’India
Derivati, la rivincita
Obama alla corte del Dragone
La sete di Baghdad
Chi ha paura del Balucistan
Africa, in fila per la democrazia
Di carbone e di altre sciocchezze
Un po’ di rosso sopra Berlino
Tutti pazzi per l'atomo
Chernobyl bosniaca
Kurdistan, quale futuro
Gabon, il voto sa di broglio
Afghanistan, aspettando il futuro
Duello al Sol Calante
Iraq, il bottino impossibile


Lombardo, uomo del “fare”
Preti & prede
Nome in codice Oriente
La decapitazione del Gotha
È Mafiagate
La Capitale alemanna
Lo sciopero della fame dei malati di Sla
Calvario Cucchi
Nucleare? Signorsì
Appalti, e il controllore finì sotto inchiesta
La guerra delle pale a vento
Sindona fa sempre scuola
Processi, ora Marcello ha paura
Emergenza casa, business della Chiesa
Berlusconi ha fatto un Boffo
Fiumicino, atterraggio nel Terzo mondo
I veleni di Tito Scalo
I prof di religione non danno voti
Lo Stato fallisce, la mafia fa profitti


L’essere umano al centro della politica
La Pietra dello scandalo
Ulipristal, una pillola tutta da scoprire
Un papato di passaggio
Lo scienziato che cerca l’io
L’avventura chiamata Raistereonotte
Ru486, la piccola Commissione degli orrori
Signori, non siamo la tv
In ricerca di pace
Il flusso libero di Zaha Hadid
Il logos e le donne
Joumana Haddad: donne e libertà
La fabbrica delle donne
La laicità non è una bestemmia
In cerca della Terra gemella
Quando il regime confinò il pensiero
Gobetti, libertà e rivoluzione
L’altra faccia del socialismo
Cartesiani ancora tra noi
La scelta di Rebiya
Dopo Nietzsche, Lilith
La democrazia apparente
Il Dna non è razzista
Cristianesimo, la superstizione vantaggiosa


Euro: né alto né basso, né sopra né sotto
L’autostrada della sola
Il quarto sindacato
La rivolta di Atene
Chiesa radioattiva
I furbetti della crisi
Fondi Fas, uno scippo al Mezzogiorno
Tutti gli abusi delle statistiche
Padrone di casa esentasse
La sostenibile pesantezza del debito
Dove Sacconi separa Brunetta unisce
Una morsa globale stritola la Nortel
Un milione di posti di lavoro. In meno
Innse, i guai non finiscono
Enasarco, la resistenza degli inquilini
L’Italia in paradiso. Fiscale
Fiat, con i quattrini degli altri
Luciano Gallino: il crack coi nostri soldi
I bugiardi dell’ottimismo

Ed. Altritalia soc. coop.
P.I. 06811331005
Libertà Eguaglianza Fraternità Trasformazione
LEFT Avvenimenti © 2009
 
spacer