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Chi inquina non piglia pesci Stampa E-mail
Negli ultimi cinquant’anni è scomparso il 65 per cento delle specie pescate. Entro il 2048 la vita in mare potrebbe non esistere più.
di Valentina Carone


Siete degli amanti della spigola al cartoccio? Andate pazzi per l’aragosta? La pasta al tonno è il vostro piatto preferito? Bene, allora mangiatene oggi più che potete perché entro una quarantina d’anni questi piatti potrebbero scomparire definitivamente dalle nostre tavole. Questa almeno è l’opinione di Boris Worm, professore di biologia marina alla Dalhousie University in Canada, il quale ha pubblicato sulla rivista americana Science un articolo sui rischi dell’estinzione della vita marina entro il 2048.

Le opinioni del professor Worm si basano su uno studio condotto negli ultimi quattro anni da un’equipe internazionale di ricercatori che hanno analizzato diverse aree marine sparse per il mondo. Il rapporto che ne è scaturito è il più completo fatto fino ad oggi. E lo studio non si è limitato ad analizzare la situazione odierna, ma ha anche comparato i dati con quelli degli archivi storici del mare.

I risultati non sono affatto confortanti: tra il 1950 e il 2003 è andato perduto il 65 per cento delle specie pescate: in pratica dove nei primi anni 50 si potevano pescare 10 pesci, oggi se ne pescano quattro (con un colpo di fortuna). Inoltre il 29 per cento delle forme di vita marine è scomparso definitivamente dalle acque del nostro pianeta. La colpa di questa devastazione è, ovviamente, dell’uomo. «Purtroppo stiamo assistendo a una accelerata riduzione della capacità di sostentamento e riproduzione della quasi totalità delle specie marine - spiega Fiorenza Micheli, scienziata della Stanford University - e le cause sono ormai ben identificate». Tra le radici di questa situazione c’è l’inquinamento delle acque, l’uomo infatti scarica nei mari un’enorme quantità di rifiuti che intossicano gli animali. Inoltre anche la continua edificazione delle coste e l’inquinamento terrestre contribuiscono alla distruzione dell’habitat. A questo possiamo senz’altro aggiungere la pesca eccessiva e incondizionata, ed ecco che il quadro diventa subito molto chiaro. La pesca è da sempre una risorsa importante per la nostra specie, ma negli ultimi decenni la razionalità in questo campo è venuta meno, i pescherecci sono navi sempre più grandi che “rastrellano” ampie aree di mare, distruggendo la fauna, e spesso anche la flora, lungo il loro passaggio.

La situazione è ormai compromessa in tutte le aree, dall’Oceano Atlantico al Pacifico, senza risparmiare il Mare Nostrum: «Intorno alla penisola italiana le condizioni sono tra le peggiori: Adriatico, Ionio, ambienti di scoglio del Tirreno, ma anche il sud del Mediterraneo, offrono dati raccapriccianti», precisa la dottoressa Micheli. Quindi se la situazione non muterà dovremo dire addio a ostriche e ricci di mare, nonché a merluzzi, pesci spada, orate, astici, vongole e cozze. Tuttavia a pagare non sarà soltanto il nostro palato. Il pesce è una delle principali fonti di nutrimento, ma non dobbiamo dimenticare che il danno all’ecosistema mondiale sarebbe ancora più grave. Lo squilibrio porterebbe infatti a un cambiamento degli oceani, l’estinzione di molte specie viventi provocherebbe un aumento incondizionato di alghe tossiche per l’uomo e una riproduzione senza controllo di altre forme viventi.

La variazione dell’habitat potrebbe causare l’allagamento di alcune zone costiere. Inoltre la distruzione delle specie marine e l’aumento delle alghe porterebbero inevitabilmente ad una perdita di ossigeno nelle acque. La speranza viene proprio dai ricercatori che hanno dato l’allarme: «La buona notizia è che non è troppo tardi per cambiare le cose - sostengono -. Sono state studiate 48 aree in tutto il mondo sottoposte a protezione della biodiversità marina. In questi luoghi dopo breve tempo le specie hanno avuto una grossa ripresa e con esse la produttività complessiva dell’ecosistema». Cosa si può fare allora per rimediare all’attuale situazione? Prima di tutto bisogna agire sul settore della pesca: ridurre la quantità di pescato ed eliminare le grosse reti. Un’altra misura da adottare è quella di scegliere pesci che abbiano un ritmo di riproduzione più elevato, preferendo ad esempio i calamari o i pettini, che sono ancora molto diffusi nell’Oceano Atlantico. Naturalmente in contemporanea bisogna ridurre l’immissione di sostanze inquinanti e proteggere rive e fondali, anzi laddove sia possibile è opportuno creare ed estendere delle aree protette dove le specie possano vivere in tranquillità e riprodursi. Questa misura avrebbe dei riscontri positivi anche sulle economie locali, negli ultimi anni infatti c’è stata una notevole crescita del turismo verso zone di questa tipologia. La salvezza parte quindi da angoli di paradiso con poco inquinamento, poco cemento, fantastici fondali e chissà, magari anche un buon piatto di spaghetti con le vongole. 

 
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