La corsa a ostacoli di Hillary verso la Casa Bianca. La querelle infinita tra le fila dei democratici. Ma ormai per Bush la strada è tutta in salita. Parla Victor Navasky, storico editore di “The Nation”. di Cecilia Tosi
«Nancy Pelosi e Hillary Clinton. Sono loro le grandi vincitrici di queste elezioni. E saranno loro a dirigere il cambiamento». Così commenta i risultati appena usciti dalle urne Victor Navasky, professore alla Columbia university, scrittore e editore di The Nation, la storica testata della sinistra newyorkese che vanta collaboratori come Naomi Klein e Norman Mailer.
I democratici hanno vinto. Non sono elezioni presidenziali, sono solo consultazioni del “midterm”, ma Bush ha preso una scoppola non da poco. Alla Camera i repubblicani hanno perso ben 37 seggi, e sono scesi a 195. Mentre l’opposizione, con 25 seggi in più, ha toccato quota 227 ed è tornata a dominare la camera bassa dopo 12 anni di astinenza. Al Senato il risultato è meno chiaro: i democratici avevano bisogno di sei seggi per superare gli avversari, e senz’altro se ne sono aggiudicati quattro. Gli ultimi due, quelli assegnati da Virginia e Montana, sono ancora in forse, ma anche qui i repubblicani sembrano in leggero svantaggio. Hillary Clinton è stata riconfermata governatrice dello Stato di New York con una maggioranza bulgara (70 per cento) e si sente più che mai pronta a vestire i panni di presidente degli Stati Uniti. Ma per togliere di mezzo Bush dovrà aspettare ancora due anni, tempo nel quale potrebbe succedere di tutto.
Professor Navasky, è contento di questi risultati? Mmmh, in parte sì.
I democratici non sanno ancora se avranno la maggioranza al Senato, ma la vittoria alla Camera è già un grande passo avanti. Basterà per costringere Bush a modificare la sua politica? I risultati del Senato sono molto importanti, perché con tutto il Congresso in mano è più facile influire sulla politica estera. Ma comunque vada a finire in Montana e in Virginia, il primo messaggio di queste elezioni è che la gente è molto, molto insoddisfatta dalla politica del presidente. Il secondo è che gli americani sono d’accordo con i democratici quando criticano la guerra in Iraq e sostengono che sia stata affrontata nel modo sbagliato, con poche truppe e senza la giusta strategia. Ma non sappiamo ancora cosa faranno i vincitori. Se prevalesse l’ala moderata alle prossime elezioni presidenziali potremmo trovarci di fronte a una scelta tra altri 4 anni di guerra democratica o altri 4 anni di guerra repubblicana.
I democratici hanno una strategia? No. All’interno del loro schieramento ci sono tante anime e non sappiamo ancora quale si dimostrerà più forte. Alcuni dirigenti sono stati sostenitori della guerra in Iraq e altri l’hanno sempre condannata. Durante la campagna elettorale si è usata molta cautela su questo tema, ma è difficile emettere un giudizio quando non si ha accesso ai rapporti dell’intelligence. Credo che adesso qualcosa cambierà e si farà chiarezza sull’operato di Bush.
I soldati torneranno a casa? Se fosse per gli elettori sì. Ma la nuova maggioranza alla camera è fatta soprattutto di democratici che la pensano come i repubblicani. Basti vedere il caso della Pennsylvania, dove il candidato democratico ha vinto sposando le cause del movimento per la vita anti abortista.
Oltre alla guerra, il presidente è stato bocciato anche per questioni di politica interna? Certo. Hanno pesato gli episodi di corruzione all’interno delle enclave repubblicane e del Congresso, ma anche la politica sociale e sanitaria. E poi il Presidente è stato bocciato per il suo stile di leadership, bassato sullo scontro frontale: arrivare all’obiettivo qualsiasi siano i mezzi. Gli americani non vogliono un capo così, ma i democratici dovranno comunque superare le incoerenze interne al partito prima di esprimere una leadership credibile.
Qualcuno sostiene che il liberalismo è morto... No, non sono affatto d’accordo. Anche quando hanno eletto Reagan qualcuno voleva celebrare il funerale al liberalismo, ma non ha potuto, perchè la maggior parte dei cittadini statunitensi sono a favore della stato sociale e dei valori liberali. Reagan e Bush jr hanno provato a ridurre il welfare ma non ce l’hanno fatta. Il liberalismo è vivo: la maggioranza degli americani è favorevole all’integrazione razziale, difende lo stato sociale, è contraria alla tortura, rispetta la Costituzione e non è isolazionista. è la parola “liberale” a essere in crisi, non la politica. Sembra diventata una parolaccia e i democratici hanno paura di usarla. Ma non dovrebbero.
Come cambierà adesso il rapporto con l’Europa? I paesi europei non approvano la politica di Bush ma potrebbero trovarsi in disaccordo anche con i democratici. Personaggi come l’indipendente John Liebermann, che è uscito dal partito democratico e ha vinto in Connecticut grazie alla sua posizione molto favorevole alla guerra, faranno parte della nuova maggioranza. Ma se la volontà dell’elettorato sarà rispettata, Washington dirà addio all’unilateralismo: che si tratti di Iran, Iraq o Corea, è necessario internazionalizzare la guerra e lavorare insieme all’Europa e all’Asia.
Hillary Clinton riuscirà a candidarsi alle elezioni presidenziali? Il percorso che la attende è molto aspro. La base progressista del suo partito non la ama perché non si è opposta alla guerra, ma ci sono anche quei democratici che non la vogliono perché sostengono che non potrebbe vincere contro un repubblicano. Sono gli stessi che erano contrari a Howard Dean perché era un pacifista radicale e adesso temono la sconfitta di un candidato donna, che ha anche avuto delle defaillances quando era a capo del Programma di assistenza sanitaria. In più, Hillary affronterà la prima fase delle primarie in Iowa, New Hampshire e Carolina, Stati dove non gode di un forte sostegno e potrebbe essere sconfitta prima ancora di cominciare. La sua strada è certamente in salita.
E Barack Obama, l’astro nascente afroamericano? Lui può diventare vicepresidente. Se le elezioni fossero domani, non avrebbe nessuna chanche perché tanta gente ancora non lo conosce, ma in questi due anni la sua popolarità crescerà molto. La scorsa settimana ha tenuto un comizio e la gente faceva la fila per entrare. La sicurezza ha faticato a mantenere l’ordine, l’entusiasmo era alle stelle. Gli americani sono in cerca di un eroe e lui ne ha l’aspetto: i suoi modi e il suo linguaggio e il suo background sono lontani da quelli dei soliti politici.
Ma forse l’America non è pronta per un presidente nero? Forse no, ma qualcosa si muove. Anche il nuovo governatore del Massachussets, Deval Patrick, è nero ed è un personaggio che piace molto.
Chi saranno i candidati del partito repubblicano? Ormai è quasi certo il ticket John McCain - Giuliani. Entrambi godono di un ottima fama e sono considerati degli indipendenti, ma a mio parere la loro immagine è migliore di quello che in realtà sono. McCain è un grande sostenitore della guerra e non è diverso da Bush.
E
Condoleezza Rice non ha nessuna possibilità? No, lei non si è mai presentata a nessuna elezione, non sa fare una campagna elettorale. è famosa, ma non ha esperienza.
Quindi McCain vs Clinton? Sembrerebbe la cosa più scontata. Ma non ci giurerei.
10 novembre 2006 |