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I cavalli ruffiani di Confindustria Stampa E-mail
Il presidente della Camera Fausto BertinottiIl presidente della Camera Fausto Bertinotti: «Montezemolo alza il livello dello scontro perché vuole spostare il baricentro della coalizione. E realizzare una politica più moderata».
di Luca Bonaccorsi e Marco Romani

 

Cambiare i vertici dei servizi segreti, respingere le pressioni neocentriste della Confindustria, approvare le unioni di fatto come da programma, dare una nuova identità alla parola socialismo. Tra gli splendidi quadri di Sironi e Mafai, in una cornice assai diversa da quelle tradizionali di subcomandante di Rifondazione, Fausto Bertinotti, oggi presidente della Camera, affronta alcune delle questioni più spinose del dibattito politico. Ha abbandonato le tinte pastello da gentleman di sinistra per un istituzionale “blu”, ma sulle idee non tratta.

Presidente Bertinotti, partiamo dall’affaire intercettazioni. Prima la riforma dei servizi segreti e poi il cambio dei vertici o il contrario?
Siamo di fronte ad intrusioni gravi. I diritti delle persone sono lesi in maniera estrema anche sulla base delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie. Quella che sembrava una società che tutelava la privacy oggi scopriamo essere messa in crisi dagli stessi apparati dello Stato. La definizione stessa di servizi “segreti” forse merita un rimessa in discussione. Nella condizione in cui ci troviamo il cambio dei vertici si impone.

La cautela di Prodi a rimuovere Pollari appare legata al fatto che, cambiando il capo del Sismi, andrebbe perduto il lavoro d’intelligence svolto in Iraq e soprattutto in Libano con Hezbollah. La situazione è bloccata?
Si apre un altro problema, quello della personalizzazione della struttura d’intelligence. Se non si può procedere a un fisiologico cambiamento dei vertici perché si apre un problema di ingovernabilità, allora io non traggo la conclusione che non si può fare ma che va affrontato un problema in più, quello del mutamento della struttura stessa.

Era davvero essenziale una Finanziaria così pesante?
Da presidente della Camera non posso entrare nel merito. Dico però che, come si vede dalle reazioni sociali, questa è una Finanziaria difficile che però trova il consenso delle organizzazioni sindacali dei lavoratori. Ci sarà pure una ragione. Il conflitto, lecito ovviamente, arriva invece da quelle parti della società che rifiutano una politica fiscale nuova. In Italia ci troviamo di fronte a un prelievo iniquo delle risorse: da un lato a causa del gigantesco carico di evasione fiscale, dall’altro per una distribuzione dei pesi che negli anni scorsi hanno nuociuto agli interessi popolari. Dentro una politica che ha assunto la priorità del risanamento, il nuovo governo ha il merito di farsi carico, dopo tanti anni, della questione redistributiva che mette a riparo gli interessi del mondo del lavoro.

Come giudica le critiche di Confindustria?
Confindustria sceglie la linea di opposizione al governo per un intento strategico, nonostante questa Finanziaria - insieme all’elemento perequativo - operi un intervento sul cuneo fiscale che alle imprese offre un vantaggio non trascurabile. Confindustria mette le mani avanti rispetto alle prossime sfide, per pretendere lo spostamento del baricentro della coalizione in direzione moderata in modo da stabilire, con questa maggioranza, una politica come quella che farebbe una grande coalizione. Una contraddizione così clamorosa indica la difficoltà, per Confindustria, di raggiungere questo obiettivo. Eppure proprio da questa via partono i cavalli ruffiani della grande coalizione.

È uno scenario possibile?
La grande coalizione non mi sembra nel novero delle cose possibili perché darebbe luogo, oltre al taglio delle ali estreme, anche alla crisi delle principali forze politiche.
Se tutte le forze della maggioranza dicono  “o Prodi o elezioni”, perché se ne continua a parlare?
Proprio perché è un cavallo ruffiano. Si fa correre non perché deve arrivare al traguardo, ma per deviare la corsa.

Riforma delle pensioni, come impostare la discussione?
Non se ne sarebbe dovuto parlare, se non dopo l’approvazione della Finanziaria. Aver discusso di pensioni, da luglio a oggi, per poi fare la scelta - peraltro giusta - di non inserire questo capitolo nella Finanziaria, ha messo inutilmente in agitazione una parte importante del mondo del lavoro.

Non va fatta alcuna riforma?
Andrebbe affrontato un discorso di società, ma fuori da ogni idea punitiva per chi lavora e soprattutto ripensando il peso di ogni singolo lavoro nella vita delle persone. Una discussione sulle pensioni può avere inizio abolendo il termine “medio”. A chiunque ne faccia uso deve essere impedito di parlare.

Cosa intende?
Dicono: c’è un’attesa “media” di vita, ma di chi stiamo parlando, di che lavori? Dell’operaio siderurgico o del professore universitario? Ogni discussione va fatta partendo dalla riconsiderazione del rapporto fra lavoro e vita. Il confronto non deve diventare un “cavallo di Troia” per mettere in discussione attese comprensibili da parte di un mondo del lavoro che in questi anni non ha avuto grandi soddisfazioni.

Dopo la Finanziaria il confronto parlamentare sarà interessato dalla proposta di legge sulle unioni civili. Lei rimarrebbe scandalizzato da un matrimonio fra persone dello stesso sesso?
No, assolutamente no. L’unico dubbio, però, è se usare la parola matrimonio, perché apre una discussione viziata dal significato di un termine che è riferito a una cultura specifica. Le unioni di fatto, non solo non mi scandalizzano ma, penso, che la legislazione di una società civile dovrebbe riconoscerle.

Prodi dice che questa materia non riguarda il governo...
Eh no, c’è scritto nel programma. Io avrei scelto la formula dei Pacs, eppure ora difendo il compromesso raggiunto. Che va rispettato. Il presidente del Consiglio non può dire che non lo riguarda visto che l’ha scritto nel suo programma. Si dice giustamente che la religione non è solo un fenomeno privato ma ha una dimensione pubblica, allo stesso modo credo che i diritti delle persone attengano alla sfera della politica che deve metterci la faccia, e decidere.

Se l’Udeur di Mastella e un pezzo di Margherita voteranno no si aprirà un problema nella maggioranza?
Sì, sono per difendere i compromessi ma voglio anche negare alla radice la tesi secondo cui questi temi devono esser tenuti fuori dalla sfera del governo. Non è che l’esecutivo può occuparsi delle questioni economiche e non delle questioni, altrettanto fondamentali, che riguardano la cultura, la società, i diritti della persona.

La Consulta ha dato torto alla signora sarda che chiedeva l’analisi preimpianto nella fecondazione assistita. Si tornerà a discutere di legge 40?
Queste sono grandi battaglie di civiltà, ma non sono convinto che siano largamente acquisite nella società come testimonia l’esito del referendum sulla legge 40. Non è vero che in Italia, su questi temi, ci sia stato un avanzamento. Non dobbiamo semplificare pensando che c’è un potere esterno, religioso, che impone le sue regole: si tratta piuttosto di paure terribili che attraversano la società contemporanea, crisi di identità, di appartenenza, incertezza del futuro, l’individuazione dell’altro come nemico su cui scaricare l’aggressività.

Con l’abolizione della fecondazione eterologa è come se si fosse tornati a un concetto di genitorialità puramente biologico. Il Parlamento non può rimediare a questo arretramento?
Da una sconfitta bisogna trarre una lezione. Dobbiamo reimmergerci nella società civile per guadagnare il consenso verso un’idea evolutiva del concetto di maternità e paternità. Le vittorie per le leggi sull’aborto e sul divorzio sono state possibili perché la diffusione di quei fenomeni era tale da poter costituire una massa critica. Quando si lavora su terreni che annunciano nuove possibilità bisogna saper che questi vanno conquistati con un grande lavoro culturale nella società civile.

Passiamo agli esteri, la riconferma di Lula, e un’America latina orientata a sinistra e con forti tratti antistatunitensi, può aiutare la nascita di un nuovo multilateralismo?
Parlerei piuttosto di un fenomeno di rinascita che però può favorire la costruzione di un multipolarismo. Ma il punto essenziale è la crisi della politica imperiale del governo americano. La grande operazione tentata da Bush - accompagnare il processo di globalizzazione con la costituzione di un potere politico e militare accanto a quello economico - è di fronte a un fallimento clamoroso. E contemporaneamente il movimento di critica alla globalizzazione ha prodotto una contaminazione anche nelle politiche degli Stati. Su questa scena quello latinoamericano è un fenomeno di rinascimento della politica della sinistra.

Chavez, Lula, Morales, Bachelet sono personalità politiche molto diverse. Esiste un denominatore comune?
Hanno in comune una cosa che in Europa non c’è: la costruzione di un patto fra le nuove leadership e i popoli.

In cosa consiste il patto?
Morales e Chavez, ad esempio, hanno in comune il connotato indigeno. La questione indigena, insieme alla lotta alla povertà, diventano elementi che costruiscono, su due gambe, un popolo. Altro fattore costituente il rinascimento latinoamericano, da Lula a Castro a Chavez, è l’autonomia dagli Stati Uniti d’America. È significativo poi che leader così diversi si riconoscano reciprocamente. Lula è un perno essenziale e la sua sconfitta avrebbe interrotto questo processo.

Eppure la sua vittoria non è stata così scontata.
Lula, negli anni del suo governo ha incontrato difficoltà considerevoli e quasi sempre da sinistra: Sem Terra, i teologi della liberazione alla Frei Betto, parti importanti di sindacato, questioni ambientali e poi gli scandali che colpiscono al cuore il Pt. In una condizione di questo genere, con occhi europei, avremmo immaginato una sconfitta. Invece il suo è stato un successo strepitoso. I poveri diventano l’elemento motore del nuovo Brasile. Siamo di fronte a elementi di fondazione di un processo costituente della politica che riscopre la questione classica del blocco sociale: chi governa sa in nome di chi e di quale asse sociale.

In questo “rinascimento” mette anche Castro?
Sì, certo. Cuba, che pure ha sempre avuto rapporti anche con governi discutibili come quello messicano, esce comunque da un isolamento grazie al suo essere considerata come una sentinella dell’autonomia dagli Usa. Scelta criticabile finché si vuole, ma parla, per tutti, la lingua dell’orgoglio del continente latinoamericano nei confronti del vicino invadente.

Questo processo aiuterà Cuba nella transizione postcastrista?
Sì, perché Cuba in qualche modo è rassicurata. Non è più l’isola dell’orgoglio assediata, oggi è parte di un concerto, con le sue peculiarità, la sua storia, il suo gruppo dirigente. E in questo concerto potrebbe essere molto incoraggiata a difendere le ragioni di quello che Cuba continua a chiamare, e magari con qualche ragione, socialismo.

La discussione sulla parola socialismo ha animato il dibattito culturale degli ultimi mesi. C’è bisogno di socialismo, oggi, in Italia?
Frei Betto, qualche anno fa, disse che se doveva immaginare un termine per il futuro, fra tutti gli “ismi” della storia del Novecento, quello meno “ammaccato” è proprio il socialismo. Il dibattito che sta affiorando nella sinistra in Europa è invece ancora troppo incerto e confuso. Prende le mosse dalla crisi delle politiche neoliberiste, crisi che ha assunto un’evidenza con la sconfitta del referendum sulla Costituzione europea in Francia, ovvero un tentativo di dare un moderno impianto statuale a una cultura economica a lungo egemone.

Il neoliberismo è in crisi?
È entrato in crisi ovunque sia stato proposto, sia da destra, Berlusconi, sia da sinistra, Blair. Stiamo vivendo una stagione di governi che sono obbligati ai compromessi. Ho un’avversione totale all’idea della grande coalizione però constato che ad esempio la Merkel fa una politica che, pur se contrastata giustamente da sinistra, non riesce ad essere limpidamente liberista e ricorda più quella della vecchia Cdu. In questo quadro complesso le forze di tutta la sinistra sono chiamate a una ridefinizione. Nel campo riformista quest’argomento viene affrontato in due direzioni. Da una parte c’è chi pensa a un progetto per il futuro sulla base dell’eredità socialdemocratica europea del passato. Nei casi estremi si arriva a Giddens, che al socialismo vorrebbe sostituire una cultura liberal-sociale: una liberalizzazione totale sul piano economico a cui però corrisponde un’idea di nuove tutele sociali. Dall’altra parte, sempre in campo riformista, c’è però chi dice: socialismo vuol dire proprio socialismo.

Ovvero?
Una politica di sinistra che individua la lotta alle disuguaglianze di oggi come il punto di leva della politica.

Non la soddisfa nemmeno questa definizione?
Mi appassiona di più la discussione che, sempre sotto il nome di socialismo, chiama in causa la rimessa all’ordine del giorno del tema della trasformazione, cioè della messa in discussione dell’ordinamento capitalistico. Sulla base non di una proiezione derivata dalla storia del ‘900, ma di un’analisi del capitalismo della globalizzazione della conoscenza in cui le disuguaglianze non vengono considerate come manifestazioni di una patologia, quanto piuttosto il motore della modernizzazione. Le disuguaglianze sono l’elemento necessario e il lievito della nuova stagione dell’accumulazione capitalistica e la precarietà diviene un elemento paradigmatico. Per declinare il tema della trasformazione bisogna considerare che il governo non è il centro dell’interesse della politica: il baricentro va spostato tra le persone, nel conflitto e nella costruzione di nuove forme della società civile. Nella fase in cui siamo l’elemento motore non sono le riforme di struttura ma piuttosto un processo dal basso di riorganizzazione della società e dell’economia.

Come si trova a dover governare una Camera in cui si alzano cartelli e si lanciano improperi?
Cercando testardamente di riproporre il tema di un’organizzazione della politica trasparente e che abbandoni gli stereotipi militari dello scontro muscolare. E che, anche nelle battaglie più aspre, sia in grado di favorire il rispetto della persona.

Ci riesce?
Ci provo.  

3 novembre 2006

 
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