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Missioni oltre la legge Stampa E-mail
Carabinieri e poliziotti italiani a Guantanamo. È successo nel 2002 ma si scopre solo oggi. «È tutto legale», garantiscono i protagonisti. Ma nessuno se ne assume la responsabilità.
di Sofia Basso


Già un anno prima che gli italiani si installassero a Nassiriya, carabinieri e funzionari della polizia di Stato italiani passavano in segreto i cancelli del campo di detenzione illegale di Guantanamo (Cuba). Missioni di cui solo oggi si comincia a sapere qualcosa, senza che ancora sia chiaro chi le autorizzò e perché. Ordini superiori, dicono i protagonisti di quelle trasferte. Il mandato: interrogare i sospetti terroristi ammassati dalle forze speciali americane in un luogo dove è dimostrato che le convenzioni internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra non sono mai state applicate. L’obiettivo: scoprire in anticipo e neutralizzare i piani per eventuali attentati programmati sul territorio italiano. Adesso il campo di detenzione è stato dichiarato fuorilegge dalle Nazioni unite e anche il presidente George W. Bush ha accettato di chiuderlo, ma intanto continuano a filtrare notizie di torture e suicidi. Gli italiani sapevano? A chi riferivano? Esistono rapporti scritti? Dove sono finiti?

Quali fossero le condizioni dei sospetti terroristi durante gli interrogatori a cui venivano sottoposti da poliziotti e carabinieri a Camp Delta ancora non si sa. Di certo, gli italiani si sono trovati faccia a faccia almeno in un’occasione con un prigioniero in preda ad «angoscia mentale» per lo stress di essere rinchiuso da mesi «senza alcuna risposta sulla propria situazione». Lo ha dichiarato lo stesso detenuto, qualche settimana dopo essere stato visitato dalla «delegazione italiana» che gli avrebbe comunicato che «una volta rilasciato sarebbe potuto ritornare in Italia». A rivelarlo è un documento riservato del 22 gennaio 2003, di cui Left è venuto in possesso, stilato dall’Unità investigativa criminale Usa in missione a Guantanamo e consegnato, assieme ad altre centomila pagine, dal governo federale alla Ong American civil liberties union. Il nome del prigioniero catturato in Afghanistan è cancellato ma si precisa che il colloquio è avvenuto in arabo e le domande si sono concentrate sulla jihad libica. L’uomo si sarebbe lamentato del modo in cui veniva trattato il Corano e avrebbe manifestato un forte «risentimento» verso gli americani che lo tenevano recluso.

Di quale “delegazione” si trattava adesso lo sappiamo. Lo ha raccontato il 18 ottobre il maresciallo Dilda del Ros di Torino al processo della prima Corte d’assise di Milano contro tre marocchini accusati di terrorismo internazionale: nel novembre 2002 quattro uomini del Ros sono andati nel supercarcere di Guantanamo per avere «colloqui informali senza avvocati» con almeno sei detenuti, al fine di capire «se esistesse un rischio di attentati in Italia». Dunque, qualcuno aveva comunicato agli italiani che una decina tra i 750 detenuti a Camp Delta avevano collegamenti con il nostro paese. Il maresciallo dei carabinieri ha dichiarato che l’ordine veniva dal comandante del Ros, generale Giampaolo Ganzer, e che la magistratura ne fu messa al corrente in modo informale. I pm Ausiello e Tatangelo sarebbero «venuti a conoscenza» della missione ma avrebbero «fatto finta di non saperlo».

Interpellato da Left, il sostituto procuratore di Torino Marcello Tatangelo ha negato qualsiasi imbarazzo: «Era un viaggio fatto su invito dell’autorità di polizia americana che non prevede né richiede l’autorizzazione della magistratura. Per i rapporti che abbiamo, i Ros ci avevano detto che sarebbero andati e lo hanno anche scritto in una nota a pie’ di pagina del rapporto conclusivo. Non capisco tutto questo stupore. È un’attività di polizia». Ma che non si sia trattato di una spedizione qualsiasi lo conferma il silenzio che ancora la circonda. Preferiscono non parlarne sia Ganzer che Dilda. E anche Elio Ramondini, il pubblico ministero che ha interrogato il maresciallo del Ros, rimanda al verbale del processo e precisa: «Di questa missione non sapevo nulla». Ma non era l’unico a esserne all’oscuro. I primi a protestare per le spedizioni italiane nell’inferno di Guantanamo sono stati gli avvocati dei marocchini imputati, Luca Bauccio e Sandro Clementi. «Vogliamo capire se eventuali comportamenti irrituali abbiano potuto nuocere alla posizione dei nostri assistiti. Questo balletto di versioni dà la misura della puntualità con la quale vengono svolte le indagini sul terrorismo internazionale: pari a zero. Un processo dovrebbe fornire versioni oggettive e invece si alternano conferme e smentite», lamenta Bauccio, difensore dell’ex imam di Varese, Abdel Majid Zergout, e di Rauviane Mohammed.

Se i carabinieri del Ros sostengono di essere stati gli ultimi italiani a mettere piede a Camp Delta, di certo non furono i primi. Come ha dichiarato nel dibattimento contro l’algerino Mhjoub Abderrazak e altri quattro islamici il vicequestore di Milano Bruno Megale, la Digos a Guantanamo c’era già stata. Ci andò nel luglio 2002 per parlare con alcuni detenuti che erano passati dall’Italia. «Per me è un problema che non esiste - sbotta Megale prima di chiarirci di non essere autorizzato a parlare -, adesso un poliziotto non può nemmeno andare a fare un colloquio investigativo in carcere? Mi sembra una polemica senza senso». Anche il suo compagno di viaggio, il vice questore di Torino, Giuseppe Petronzi, ci tiene a precisare che la missione era legale: «Quello che è stato fatto è stato fatto secondo una procedura: non sono andato di testa mia ma sono stato mandato da un’organizzazione che ha titolo per farlo. Tutto ciò non significa legittimare Guantanamo». Ma chi diede l’ordine? Secondo il ministero dell’Interno, fu la magistratura milanese. Pur senza smentire, l’allora capo delle indagini sul terrorismo islamico nel capoluogo lombardo, Stefano Dambruoso, non conferma: «Non sono in grado di verificare se c’è un atto che abbia delegato questa attività. Quello che ricordo è che in quegli anni volevamo sapere se il gruppo che avevamo individuato in viale Jenner e dintorni continuasse a svolgere attività pericolose. E nessuno svolse indagini al di fuori di regole e leggi». L’attuale procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, conferma che «la polizia può agire di sua iniziativa perché ha anche compiti di prevenzione». Lui, però, non avrebbe mai delegato attività istruttorie a Guantanamo: «Non mi sentirei di autorizzare l’ascolto di un teste o la raccolta di informazioni in un luogo dove non esistono le garanzie del nostro sistema».

Le idee chiare sui mandanti di queste spedizioni le ha il maresciallo Domenico Leggiero, portavoce dell’Osservatorio miliare. «Se ci si meraviglia che i carabinieri siano andati a Guantanamo è perché c’è il tremendo sospetto che ci possano essere stati condizionamenti governativi. Palazzo Chigi potrebbe aver voluto essere il fulcro delle informazioni che potevano emergere da quei colloqui per usarle a fini propagandistici». Non trovando una giustificazione operativa alla missione, Leggiero la cerca nella politica: «Si può supporre che gli americani ci abbiano offerto uno scambio con l’imam rapito nel febbraio 2003: noi ci prendiamo Abu Omar, voi ottenete informazioni per giustificare la vostra presenza in Iraq». Negli ambienti militari si parla di «appunti volati tra i palazzi del governo e i vertici dei servizi con suggerimenti, ipotesi e linee d’azione» ma nessuno li tira fuori. «Le mie sono solo supposizioni da tecnico: accertare i fatti sarà compito degli organismi preposti», conclude Leggiero. Con il tono di chi è convinto che, in Italia, la verità non sia mai destinata a venire a galla. 

 
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