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Ogni giorno in Italia 25mila uomini proteggono “obiettivi sensibili” e persone a rischio. Ma non a tutti è garantita la sicurezza. di Valentina Avon
Ogni giorno in Italia circa 25.000 agenti di scorta vigilano su qualcuno o qualcosa. Ogni giorno a Roma 4/5.000 uomini lavorano nei servizi di scorta, tutela, sorveglianza. Per capire le proporzioni: in Afghanistan abbiamo mandato circa duemila uomini. Meno della metà di quelli che vediamo circolare armati a piedi o sulle auto blindate.
Da un paio di settimane gli agenti vigilano anche su uno scrittore, Roberto Saviano, reo non solo di aver scritto Gomorra, lungo reportage da Napoli e dintorni, che sembra un romanzo ma in realtà è un libro di economia, e alla camorra guai a mettere gli occhi nelle tasche. Saviano ha fatto di più: è salito su un palco di Casal di Principe e ha fatto nomi e cognomi: famiglie Iovine, Schiavone, Zagaria. Sono seguite lettere minatorie, telefonate mute, e un pauroso isolamento ambientale. è arrivata la solidarietà, con appelli, firme. E infine è arrivata anche la scorta, la blindatura: la fine di una vita normale e libera.
Nel programma dell’Ulivo si legge: «Meno agenti per le scorte e le auto blu». Ora se ne sta occupando il ministro dell’Interno Giuliano Amato, che a luglio ha messo in piedi un apposito gruppo di lavoro, affidato al suo vice Marco Minniti. E in commissione Affari istituzionali è partita un’indagine conoscitiva. Amato a maggio ha comunicato che gli agenti coinvolti nei “dispositivi di protezione personale”, di polizia, carabinieri, guardia di finanza e polizia penitenziaria, sono 2.686, il 14 per cento in meno rispetto ai 3.116 dell’anno scorso. Però il suo predecessore Pisanu, nella relazione annuale al Parlamento del 2005 aveva detto che gli uomini utilizzati erano 2.828, per 732 scorte (95 per governanti o politici, 334 per magistrati, 40 per amministratori locali, 263 per “altri”). Nelle relazioni precedenti si trovano: 3.798 agenti per 771 scorte nel 2000, che nel 2001 passano a 2.676 per 726 scorte, nel 2002 a 2.323 per 600 scorte, nel 2003 a 2.600 per 700 scorte, e nel 2004 troviamo 3.000 agenti per 744 scorte. Le variazioni sono più corpose per la custodia degli “obiettivi sensibili”. Nel luglio 2000 i presidi erano 1.575 per un totale di 4.572 agenti. Per ovvi motivi sono aumentati, ora ci sono circa 20.000 agenti per 13.664 presidi.
A Roma, un anno fa il prefetto Serra ha proposto al ministro Pisanu un piano di riorganizzazione per meglio impiegare agenti e pattuglie, ma non se n’è fatto nulla. Serra non ragionava di privilegi e Vip, ma di minaccia terroristica interna (dopo gli arresti dei bierre Lioce e compagnia) e internazionale (contro cui più che la tutela funziona l’intelligence). Serra non ragionava di numeri, così come Claudio Giardullo, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil: «Il punto non è se le scorte siano o meno troppe. Il punto è il livello di rischio». I livelli sono quattro: per il primo, quattro o cinque operatori con due auto blindate, al quarto un’auto, non blindata, e un operatore. «Il 60/70 per cento delle circa 700 scorte ordinarie sono di quest’ultimo tipo. Su queste servirebbe maggiore attenzione, per le assegnazioni ma anche sulle revoche». Poi ci sono le scorte straordinarie, per esempio quelle assegnate alle personalità in visita: ecco spiegato perché a Roma gli agenti impiegati sono migliaia ogni giorno (non solo degli uffici scorte, in caso di necessità si attinge alle volanti). «Più si rafforza la vigilanza individuale, meno si controlla il territorio». L’equazione è di Oronzo Cosi, segretario Siulp. Ma anche lui non è tanto ai numeri che pensa, quanto alle strategie. Le scorte «sono sempre state troppe, magari fossero solo 700», ma il problema è altrove. Cosi fa un esempio: «All’interno di un sito inglese abbiamo trovato le foto di una ventina di agenti che hanno lavorato a Genova durante il G8, complete di dati personali. Non c’è modo d’intervenire, l’unico intervento possibile è chiedere per loro la tutela, e questo ho fatto». La teoria è semplice: non è la scorta che salva la vita, sono l’investigazione e la legge. Se non bastano, resta la scorta.
Dal dato numerico partì invece Scajola con la sua “famigerata circolare”. In cerca di uomini per la lotta al terrorismo internazionale dopo l’11 Settembre, l’allora ministro dell’Interno decise il taglio di un terzo dei «dispositivi di protezione personale». Ci andò di mezzo Marco Biagi, ucciso dalle Br sotto i portici di Bologna il 19 marzo 2002 (per la scorta negata sono finiti sotto inchiesta in quattro, il tutto è stato poi archiviato dalla procura di Bologna senza escludere “che la mancanza della protezione abbia indirizzato le Br proprio verso l’obiettivo indifeso”). Ma all’indomani della circolare Scajola, più che ai giuslavoristi si pensò ai magistrati. La scorta fu tolta al magistrato Ilda Boccassini (pubblica accusa nei processi milanesi a Berlusconi e Previti) che aveva fatto arrestare i responsabili della strage di Capaci. Il procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli non nascose la sua irritazione, e difese i magistrati che «per caso, per puro caso sono gli stessi che sostengono l’accusa contro il capo del governo». Scajola specificò che non spetta ai magistrati stabilire se una scorta sia opportuna o meno, e lo querelò. Dopo l’omicidio Biagi, la Boccassini ha riavuto la scorta. Come altri. Dall’11 Settembre anche Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro pluricitato nei volantini eversivi (per cui Biagi era stato consulente) era senza scorta, gli venne ridata dopo il funerale del giuslavorista bolognese. Invece Salvatore Lumia a settembre 2001 finì il suo mandato di presidente dell’Antimafia e la scorta gli venne tolta all’istante. Restò senza protezione per un anno esatto e al Corriere della Sera dichiarò: «Siamo di fronte a un nuovo caso Biagi. Con la variante che io sono ancora vivo, per fortuna».
La prima conseguenza delle polemiche seguite all’omicidio Biagi fu la creazione (luglio 2002) dell’Ucis, Ufficio centrale interforze per la sicurezza individuale che, raccolte le segnalazioni dai comitati locali per l’ordine e la sicurezza, dispone o revoca i provvedimenti di scorta e tutela (per determinate figure istituzionali, il presidente della Repubblica in carica e tutti gli ex, il premier e il suo vice, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e i ministri di Interno, Giustizia, Difesa, Affari esteri ed Economia, più vari alti magistrati, decide un decreto).
Per legge istitutiva, solo l’Ucis potrebbe disporre le tutele, ma così non è per presidente e vicepresidente del Consiglio, su cui decide il Cesis (Comitato di coordinamento dei Servizi di sicurezza). Lo stabilì nel 2002 Berlusconi. Ma quest’anno il Copaco (Comitato di controllo parlamentare sui Servizi di informazione e sicurezza) ha sollevato il caso, e il senatore diessino Massimo Brutti si è chiesto come una «struttura di intelligence impegnata sul terreno dell’analisi, debba assumere compiti operativi, di vigilanza e protezione». E come mai ci fossero 70 agenti segreti pagati dal Cesis a protezione di Berlusconi e dei suoi vice (prima di andarsene dal Palazzo, il Cavaliere, con un misterioso
decreto, come ha riferito Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera qualche giorno fa, ha stabilito che per gli ex premier la tutela va conservata nel massimo dispiegamento: una trentina di uomini e una decina di auto blindate). All’anomalia Cesis se ne aggiunge un’altra, contenuta nella legge istitutiva dell’Ucis, che trasforma in agenti di pubblica sicurezza gli autisti delle auto blu.
Se è vero che sulla scorta non decide lo scortato, è vero anche che a volte gli stessi ministri rifiutano. Bersani voleva solo l’auto di servizio, ha dovuto cambiare idea dopo il decreto sulle liberalizzazioni, la reazione dei tassisti e l’aggressione al ministro Mussi davanti al Parlamento: macchina blindata e due uomini fissi (però Bersani finì scortato già nel ’96, il suo nome era in un volantino Br). Il guardasigilli Mastella viaggia con due auto blindate e sei agenti della penitenziaria. Per lui, macchina nuova: al posto della Lancia Thesis una Bmw blindata, costo 270.000 euro. Il suo predecessore Castelli girava con un Suv Bmw, blindato pure quello, che però sostenne di aver trovato parcheggiato in cortile. Le ministre Turco, Pollastrini, Melandri hanno solo l’auto di servizio, come Pecoraro Scanio. Il presidente della Camera Fausto Bertinotti gira con auto di servizio e autista e ha rifiutato anche la postazione di sorveglianza sotto casa.
Romano Prodi, che arrivato a Palazzo Chigi si è visto assegnare la scorta della guardia di finanza, ha optato per la polizia di Stato. Tre anni fa, per un libro-bomba e un paio di ordigni esplosi nei cassonetti sotto casa, alle due auto blindate che lo seguivano (era presidente dell’Unione europea) si aggiunse la tutela per moglie e figli. Nello stesso frangente il Viminale aumentò anche la protezione per Sergio Cofferati, altro scortato storico. Ex segretario della Cgil e adesso sindaco di Bologna, da una decina d’anni si muove con quattro uomini e auto al seguito.
La scorta non è un piacere: di norma non si esibisce ma si subisce, come ben sanno alcuni magistrati costretti a vivere praticamente reclusi. E dopo Biagi, come dice Oronzo Cosi, «nessuno, giustamente, ha il coraggio di negare una scorta». Della necessità della scorta solo l’autorità di polizia può e deve sapere. Delle centinaia di auto blu, date d’ufficio alla pletora di collaboratori di ministri, viceministri e sottosegretari (dai portavoce ai capi delle segreterie) invece decide, o dovrebbe decidere, la politica. |