Sui corpi di alcuni militari c’erano ferite da arma da fuoco. Ufficialmente morirono per l’onda d’urto. Un superstite racconta: un diversivo abbassò le difese del nostro esercito. di Paola Pentimella Testa
«Eravamo nel cortile. Mentre stavamo chiacchierando abbiamo sentito una raffica di kalashnikov che veniva da lontano, forse dall’inizio del ponte, a una cinquantina di metri dalla base. Ci siamo girati verso la strada, il traffico era normale. Poi ho visto il tettuccio di un mezzo che s’avvicinava, il rumore infernale del motore quasi imballato, e l’ho visto puntare sull’ingresso della palazzina». Inizia così il racconto di Aureliano Amadei, l’aiuto regista sopravvissuto alla strage del 12 novembre 2003 nella base Maestrale di Nassiriya. Ed è il racconto dettagliato di un testimone dell’attentato, mai ascoltato dalla Procura della Repubblica di Roma che indaga sui responsabili della strage. Testimone peraltro sentito una sola volta dal Tribunale militare che proprio in questi giorni deve decidere se per i trecento militari che ci vivevano quella caserma era sicura.
Una versione - quella di Amadei - che non coincide con la versione ufficiale sulla strage fornita allora dallo Stato Maggiore della Difesa. E che trova invece riscontro in molte delle “verità” emerse solo di recente: filmati, testimonianze, perizie. E rafforza la tesi della “scarsa sicurezza” della base. «Mentre stavamo arrivando alla caserma - dice Amadei -, pochi minuti prima dell’esplosione, abbiamo incrociato un pick-up bianco con delle strisce rosse e con tre uomini a bordo, tre arabi. Uno mostrava un kalashnikov, cosa vietata per motivi di sicurezza. Poi abbiamo sentito quella raffica». Qui il racconto di Amadei prende le distanze dalla versione ufficiale: «Credo che non siano stati i militari italiani a impedire al camion-bomba di finire sull’edificio, ma, piuttosto, che l’autobotte si sia rovesciata prima di arrivare addosso alla palazzina per una manovra sbagliata. Così come sono convinto che la mitraglietta sulla torre sia stata distratta da una manovra diversiva, dai colpi di kalashinikov provenienti forse proprio dal pick-up che s’era già allontanato sul ponte». Quindi, secondo Amadei, il militare di turno al mitragliatore sulla torretta «non ha fatto in tempo a puntare sul camion imbottito di esplosivo». Grazie proprio a quella «manovra diversiva»?
Ci sono altri elementi che smentiscono, in parte, la versione sullo scambio di colpi intercorso tra gli attentatori e i militari italiani: le ferite rinvenute su almeno tre corpi dei militari uccisi. Francesco Carrisi, primo caporal maggiore dell’esercito, 23 anni, uno dei pochi corpi integri ritornati da Nassiriya, sarebbe morto, come scritto nel referto medico recapitato alla famiglia, «per l’onda d’urto dovuta alla deflagrazione». Non sarebbe invece andata così. «Francesco è morto perché colpito da alcune schegge nella regione frontale sinistra», spiega Francesca Conte, avvocata della famiglia Carrisi e di altri sette nuclei. «I reperti estratti sono molto deformati». Per questo i genitori di Francesco hanno incaricato il perito balistico Antonio Ugolini. Anche la versione ufficiale data alla famiglia di Emanuele Ferraro non coincide con quanto riscontrato sul corpo del giovane caporal maggiore scelto: tre fori d’arma da fuoco, due sul braccio e uno al petto, quello che avrebbe reciso l’aorta e provocato la morte del ragazzo. Qualcuno, in via ufficiosa, in un primo tempo disse alla famiglia che si trattava di pallottole sparate da kalashnikov. Ma quei colpi portano via di netto il braccio, non lasciano piccoli fori...
Anche il marito di Alessandra Soave, il sottotenente Filippo Merlino, forse non è deceduto «per flagellamento», come da referto. «La marescialla Giacobini, ricoverata al Celio, mi disse che Filippo era stato investito dall’onda d’urto». Recentemente, la signora Soave ha avuto modo di visionare un filmato girato subito dopo l’attentato: «Ho visto mio marito poggiato su una rete che fungeva da barella. Si metteva una mano sotto il braccio. Poi, nello stesso filmato, ho visto quella stessa rete abbandonata a terra: sotto c’era una pozza di sangue. Magari non era di mio marito. Ma sicuramente non è morto come m’hanno raccontato. Ho chiesto spiegazioni, e al comando militare mi hanno risposto così: “Ma sì, signora, fa lo stesso”». Non per le famiglie, né per la ricerca della verità. A fare chiarezza, ancora una volta, il racconto di Aureliano Amadei: «Per dieci minuti siamo rimasti acquattati sotto un’autocisterna parcheggiata nella base, convinti che ci fosse una sparatoria in corso - ricorda -. Con me altri tre militari. Ero convinto che i colpi venissero da fuori. Invece, venivano dal deposito di munizioni, da cui sono partiti migliaia di colpi. Esiste un filmato in cui si vede un colonnello che arriva nella caserma subito dopo l’attentato e che chiede ad altri militari cosa fossero quei colpi. E loro rispondono che provengono dalla “riservetta”, dal deposito italiano di munizioni. Il colonnello insiste: “Cosa c’erano, 40 mm?”. Uno risponde: “Sì, 40 mm. Tutto”. Anche i carabinieri feriti, con cui ho condiviso la convalescenza al Celio, mi hanno confermato che nella “riservetta” finiva ogni sorta di munizione».
Qualcuno ha mentito o forse ha voluto che fossero omessi particolari che riscriverebbero la dinamica dell’attentato. Perché? «Molti dei carabinieri che erano con me in ospedale - riprende Aureliano Amadei - hanno ammesso, in privato, che sono stati costretti a mentire. Tutti dicevano che quella caserma non era sicura». Ed è su questo aspetto che si gioca il primo pezzo di verità sull’argomento. Che ci fossero i muri troppo bassi, un’armeria vulnerabile, falle nella recinsione, carenza degli “hesco bastion”, quei muretti fatti con sacchi di sabbia e rete metallica, lo si sapeva da sempre. La base Maestrale era solo una palazzina civile, ex Camera di commercio sotto il regime di Saddam, per di più collocata al centro della città, a ridosso del fiume Eufrate e lungo una strada molto trafficata. Tutto questo per offrire a quel paese l’immagine del «carabiniere vicino alla gente». Una scelta non solo militare, dunque, ma politica. Che forse si rivelò un tragico errore. Come sta cercando di stabilire la Procura militare, che ha ricevuto due corposi rapporti: uno dell’Esercito, redatto dal generale Antonio Quintana; l’altro dell’Arma, del generale Virgilio Chiereleision. Da indiscrezioni si sa che nel primo è stato evidenziato come la sistemazione della base militare al centro della città, e senza un percorso a zig zag per entrare all’interno, è stato un errore. Mentre, per la commissione nominata dall’Arma ci sarebbero alcuni punti deboli nell’organizzazione della sicurezza. Tra gli spunti dell’inchiesta c’è anche un’informativa presentata dal maresciallo dei carabinieri Ernesto Pallotta (vedi box pagina 14), dove sono raccolti tutti i rilievi fatti dai militari dell’Arma in missione alla Maestrale. In questa storia c’è però un reo confesso: Said Mahomaud Abdelaziz Haraz, un iracheno di 37 anni, condannato a morte in Iraq per svariati omicidi, la cui estradizione temporanea e «la non esecuzione della pena nel suo paese, potranno
aprire finalmente il processo per strage», spiega l’avvocata Conte. Haraz ha raccontato in teleconferenza ai magistrati romani che l’attentato, organizzato per conto di al Zarqawi, era pronto già da metà ottobre, e che fu rinviato perché la polizia irachena di Kut aveva sequestrato l’autocisterna con il suo carico micidiale. Alla fine, dopo una trattativa, il camion era stato recuperato dietro compenso: 300 dollari. La strage aveva l’obiettivo di colpire il governo Berlusconi e mandare a casa gli italiani. L’idea di compierla alla Maestrale era venuta a uno degli attentatori: passando per la città «aveva visto dalla strada la bandiera italiana e le poche misure di sicurezza che rendevano la caserma un facile obiettivo».
Sarà ora la Procura militare a decidere se la Maestrale poteva e doveva essere meglio protetta. Si parla già di due indagati: il colonnello dei carabinieri George Di Pauli, all’epoca comandante della Msu, l’Unità specializzata multinazionale guidata dall’Arma, che aveva il suo quartier generale proprio nella base Maestrale. Il secondo, un alto ufficiale dello Stato Maggiore dell’Esercito, responsabile della scelta di far sorgere la base in pieno centro a Nassiriya. |