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Papa Ratzinger a Ratisbona sapeva quello che stava dicendo. Per lui le dispute islamocristiane medievali sono strumento del dialogo fra le religioni. Ecco il brano originale di Manuele II.
di Marco Di Branco

Ora che le acque si sono un po’ calmate, vale forse la pena di tornare sulla lezione del papa a Ratisbona, sine ira et studio, come direbbe Tacito.
Cominciamo con una notizia che probabilmente creerà un certo scompiglio fra gli odierni sostenitori dello “scontro di civiltà”: Manuele II Paleologo, il grande accusatore dell’islam citato a Ratisbona da Benedetto XVI, lavorava per il sultano dei Turchi. Nel 1373 Giovanni V Paleologo, il padre di Manuele, era stato obbligato a concludere un trattato che riduceva l’imperatore bizantino al rango di vassallo degli Ottomani, e lo stesso Manuele aveva dovuto aprire alle armate turche le porte di Tessalonica; nel 1390, il sultano Bayazid intraprese una campagna militare in Anatolia e volle accanto a sé proprio Manuele, al quale peraltro fu permesso di recarsi brevemente a Costantinopoli per esservi proclamato unico imperatore (8 marzo 1391). Tuttavia Bayazid convocò nuovamente i suoi vassalli europei ad Ankara nell’inverno del 1391-92, e Manuele, sia pure a malincuore, dovette rispondere all’appello e rendersi disponibile.

Gli inverni anatolici sono estremamente rigidi e sembrano non finire mai: l’imperatore, negli accampamenti ottomani, si annoiava e rimpiangeva la “dolce vita” di Costantinopoli; al tedio, alla stanchezza e alle difficoltà di approvvigionamento (Manuele era personalmente responsabile delle vettovaglie della propria truppa) si aggiungeva poi per lui l’indicibile amarezza di dover fornire il suo aiuto al sultano, il peggior nemico di Bisanzio. Fortunatamente, però, il triste soggiorno obbligato di Manuele ad Ankara fu ravvivato da un incontro inatteso: l’imperatore aveva infatti trovato alloggio presso un anziano professore (o forse traduttore), giunto di recente da Baghdad, un uomo di grande cultura e saggezza che a un certo punto manifestò il desiderio di conoscere i fondamenti della religione cristiana. Costui propose dunque a Manuele di tenere delle sedute in cui si sarebbe dibattuto di questioni relative alla dottrina religiosa. L’idea piacque alquanto all’imperatore, smanioso di sfuggire alla noia delle lunghe giornate invernali, e i dialoghi cominciarono. Secondo quanto riferisce lo stesso Manuele, a essi presero parte i due figli del professore e molti altri uditori: giudici, filosofi, abitanti di Ankara e anche stranieri di passaggio; in più di un’occasione le conversazioni si prolungarono fino a ora tarda, perché gli interlocutori si separavano a malincuore, non senza essersi dati appuntamento al giorno successivo. Sarebbe bellissimo poter conoscere come si svolsero effettivamente tali incontri: che cosa davvero si disse, quali toni vennero usati, a quali conclusioni si giunse, ma va ben chiarito che si tratta di un’impresa impossibile. Di essi ci restano infatti soltanto le ventisei relazioni (conservateci in quattro codici) che Manuele redasse molto tempo dopo i fatti, e queste, al di là di qualche notazione di colore, rientrano a tutti gli effetti nella categoria delle “controversie islamocristiane” medievali, caratterizzate da una netta chiusura nei confronti della controparte, da una difesa a tutto campo della propria religione e da una serie di durissimi atti di accusa nei confronti della fede altrui, in una forma aprioristica e prevenuta.

Ma proviamo a leggere per intero almeno una pagina della Settima controversia, quella da cui il papa, a Ratisbona, a tratto la sua ormai famosa citazione. L’opera si apre con il professore che accoglie Manuele e lo invita a riprendere il discorso da dove era stato interrotto il giorno precedente. «La legge di Mosè - esordisce allora l’imperatore - viene da Dio, e ciò è dimostrato dalla moltitudine dei miracoli sovrannaturali. Quasi tutti gli uomini si dividono in tre gruppi: per Mosè, per il Cristo e per quello che tu non temi di paragonare a colui che ha visto Dio (Maometto, che secondo i musulmani ha visto Dio, come Mosè). Ora, solo la vostra legge non ha nulla di sano da tutti i punti di vista. Se si domandasse all’insieme degli uomini quale sia la migliore di tutte le leggi e quale, al contrario, la peggiore, ciascuno direbbe che la migliore è la propria, ma la peggiore quella di Maometto. Noi ora diciamo ciò sotto forma di supposizione, ma tu non ignori che si tratta della pura verità. Puoi ben disdegnare l’opinione di tutti gli uomini, considerandoli come nemici, ma la debolezza del tuo ragionamento risulterà evidente. In effetti, Abramo ha stabilito senza una scrittura di disfarsi dell’idolatria, di fuggire il politeismo, di credere in un solo Dio creatore, di ricevere come segno di fede la circoncisione eccetera; in seguito, Mosè ha stabilito tali norme per iscritto e le ha promulgate, aggiungendovi ciò che Dio gli ordinò nei suoi dialoghi con lui. Così dunque questa legge più recente, venendo dopo l’antica, ne ha derivato, come è chiaro, i suoi fondamenti e i suoi principî, e non viceversa. Come sarebbe infatti possibile che la più antica fosse tributaria della più recente? Non c’è bisogno di ulteriori discorsi per mostrare come ciò sia decisivo ai fini dello stabilimento della legge più eccellente. E a che serve parlare di fondamenti e di principî, quando ciò che sembra più perfetto nella tua legge è preso manifestamente dalla legge antica? Così nulla di nuovo vi si incontra, ma le stesse cose sono dette due volte, o piuttosto sono state impudentemente saccheggiate. Dimmi che cosa avrebbe istituito di nuovo Maometto: non troverai che cose malvagie e inumane, come quando egli decretò di far progredire con la spada la fede che egli predicava». Le repliche del professore musulmano sono assai deboli e si incentrano unicamente sulla “moderazione” della legge islamica, che evita gli eccessi, persegue il giusto mezzo e si oppone alla radicalità del messaggio cristiano. Ma, soprattutto, tali repliche sono brevissime: ogni volta che il povero musulmano prova a formulare un argomento viene sommerso dalla straripante retorica di Manuele, e alla fine non trova di meglio che chiedere all’imperatore di sospendere la discussione, perché è tardi e fa un gran freddo.

A questo punto si impone una domanda: siamo proprio sicuri che le controversie medievali, composte in un’epoca di scontri e di guerre senza quartiere fra cristiani e musulmani, debbano essere considerate un punto di riferimento positivo per instaurare buoni rapporti con l’islam contemporaneo? In effetti papa Ratzinger, da teologo raffinato qual è, non ha fatto altro che portare alle estreme conseguenze le tesi dei maggiori sostenitori del dialogo interreligioso, secondo cui le dispute islamocristiane della letteratura medievale costituiscono uno strumento fondamentale del dialogo ecumenico contemporaneo. Non è affatto vero (con buona pace di Gerolamo Arnaldi) che Benedetto XVI abbia frainteso e semplificato il messaggio insito nell’opera di Manuele II: i passi sopra citati stanno a dimostrare che il papa ha invece perfettamente colto il senso più profondo di tale testo, che è appunto quello di far emergere la falsità, l’inutilità e la perniciosità del messaggio di Muhammad. Se una critica si può muovere al pontefice, essa non concerne certamente gli aspetti teologici o religiosi del suo discorso - assolutamente impeccabili, dal punto di vista cristiano - semmai una strana e grossolana mancanza di attenzione per i rapporti politici, le relazioni umane e la convivenza civile. A questo proposito, i fatti di Ratisbona sollevano una questione anche più inquietante della precedente: è davvero necessario il dialogo interreligioso? Non è forse più giusto, più utile e più umano conoscere e rispettare “l’altro” in quanto tale, piuttosto che tentare a ogni costo di “salvarlo” mostrandogli il suo supposto errore? 
 
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