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Un paese fuori controllo Stampa E-mail

La terra dell’oppio e delle mine antiuomo è in preda al caos. Come in Iraq, i ribelli adottano la strategia dello scontro totale. Con attentati, kamikaze e stragi di civili.
di Sofia Basso e Cecilia Tosi

  dal 20 ottobre in edicola
Cinque anni dopo la fine del regime talebano, l’Afghanistan sta sprofondando verso un modello di tipo iracheno. Il modello di un paese fuori controllo. Il rapimento del fotoreporter Gabriele Torsello è l’ultimo di una lunga lista. E la richiesta di ritiro delle truppe italiane in cambio dell’ostaggio sembra confermare che la gestione dell’operazione non è nelle mani di un gruppo di criminali di strada ma nasconde una mente politica. Se prima i Talebani e gli altri gruppi di opposizione puntavano soprattutto al confronto diretto con le forze governative e internazionali, negli ultimi mesi la tattica è cambiata e gli attacchi prendono sempre più di mira anche i civili: insegnanti, cooperanti, semplici funzionari del governo Karzai.

Zone considerate un tempo sicure ora si dimostrano ad alto rischio. A cominciare dalle (poche) grandi città, dove è ormai quotidiana la minaccia delle autobomba. Proprio come a Bagdad. E l’obiettivo non sono soltanto i contingenti militari della Nato (italiani compresi). È la strategia della guerriglia totale, esportata in Iraq e adesso reimportata tra le montagne afgane.
Nella prima metà del 2006, le vittime del conflitto hanno raggiunto il record dalla caduta del regime del mullah Omar: 1.100  contro le 1.600 dell’intero 2005.  E il 2006 si sta rivelando particolarmente sanguinoso per i cooperanti, che stanno perdendo la vita al ritmo di quattro al mese, il doppio del 2004.

A  pagare sono anche  i bambini. Centomila scolari che l’anno scorso si erano presentati in classe non rispondono più all’appello. A tenerli a casa sono i continui attacchi contro le scuole: 204 negli ultimi 18 mesi, con 17 morti. E ogni istituto colpito ne fa chiudere altri. Una catena che potrebbe riportare questo paese scarsamente alfabetizzato verso un nuovo medioevo. A spaventare le famiglie sono i volantini di minacce distribuiti  nelle aule, nelle moschee e nelle strade: «Le bambine che vanno a scuola devono stare attente: se butteremo acido sul loro viso o le uccideremo, la colpa sarà dei genitori». In questa situazione che va degenerando, viene messa in discussione persino l’apertura delle scuole alle donne, uno dei risultati più pubblicizzati dell’era post talebana. Così come la sovranità del governo sul territorio nazionale, requisito essenziale per ricostruire il paese. Da presidente di uno Stato, Karzai ha visto ridimensionato il suo ruolo in quello di “sindaco di Kabul”. Fuori dalla capitale non sembra più avere alcuna autorità.

Il Senlis Council - “think thank” che monitora la situazione afgana - valuta che i Talebani e i loro alleati abbiano riguadagnato il controllo del sud del paese, da Lashkargah a Kunar,  alla periferia meridionale di Kabul. Inebriati dai successi, i Talebani hanno rispolverato il nome con cui avevano battezzato il paese durante il regime: Emirato Islamico dell’Afghanistan. Che adesso, però, non è più un dominio incontrastato del mullah Omar ma un mosaico che risponde agli ordini di molti capi.
Al confine col Pakistan sarebbero in piena attività quarantamila  al qaedisti: stranieri pronti a immolarsi per il jihad, profughi tornati dai campi iraniani e pakistani e, soprattutto, neo-Talebani. Un nome affibbiato a gruppi di mujaheddin di origine pakistana, che hanno preso il potere in Waziristan. A Islamabad, un Musharraf sempre più debole sembra costretto ad avallare le ambizioni dei nuovi fondamentalisti, tanto da essere accusato di finanziare, attraverso l’Isi (il potente servizio segreto pachistano), i guerriglieri jihadisti afgani. Karzai ha dichiarato di «avere l’impressione» che il presidente pakistano abbia stretto un’alleanza coi Talebani. Mentre ad averla già siglata ufficialmente è Guibuddin Heikmatyar, uno dei Signori della guerra che domina a oriente e fa da collante tra afgani e al qaedisti. Heikmatyar non è mai stato talebano e  la sua popolarità era data in forte calo, ma il 4 maggio 2006 ha dichiarato di essersi schierato con gli insorti, in nome della guerra santa: con la sua adesione, tutto l’arco pashtun dell’Afghanistan sudorientale è di fatto in armi contro Kabul.
Non che il nord possa dirsi pacificato, anzi. Signori della guerra tagiki, uzbeki e hazara dominano ogni provincia e, quando la spartizione non accontenta tutti, le loro milizie private si scontrano ferocemente. Invece a Herat, dove è di stanza il contingente italiano, il governatore hazara Angari riesce a garantire una certa stabilità grazie alla fiducia concessagli dall’ex Signore della guerra Ismail Khan.

Ma il paese è tenuto assieme proprio dall’alleanza tra Signori della guerra e governo centrale. Hekmatyar guida il partito Hezb-i-Islami, presente in Parlamento. Rashid Dostum, padrone di Mazar-i-Sharif, è insignito della carica governativa di Capo dello staff dell’Alto comando militare afgano. Ismail Khan, signore di Herat, è  ministro dell’Energia. Un documento dell’Onu, conservato nel cassetto per 18 mesi per non imbarazzare Karzai, ha messo nero su bianco le responsabilità in massacri, torture, stupri di massa e altri crimini di guerra di personaggi che oggi ricoprono alte cariche. I comandanti delle milizie che dovevano essere smobilitate hanno ruoli di primo piano nella polizia stradale, assicurandosi così il controllo del traffico di eroina. Malgrado le denunce, la situazione non sta cambiando. Anzi. Ignorando un pesantissimo dossier di Human rights watch, il governo ha assegnato posti chiave nella polizia a noti violatori dei diritti umani. In particolare ha sollevato polemiche la nomina ai vertici delle forze di sicurezza, fatta da Karzai in persona, di 13 ex comandanti locali accusati di legami col crimine organizzato o le milizie illegali. Tra le assunzioni più controverse, quella del nuovo capo della polizia di Kabul, Amanullah Guzar, sotto accusa per estorsione, appropriazione indebita e rapimento di tre lavoratori Onu nel 2004. Dall’ufficio del presidente afgano la scelta è difesa con esigenze di equilibrio interno: i mujaheddin non possono essere lasciati fuori dal nuovo Afghanistan. Certo che no, considerato che uno scenario non  lontano vede i Talebani in cerca di un’alleanza con gli ex nemici tagiki e che gli hazara, sostenuti dall’Iran, potrebbero vedere favorevolmente un’ulteriore defaillance americana. La cooptazione, però, ha complicato i rapporti coi paesi donatori e ulteriormente indebolito la credibilità del governo. Karzai aveva garantito una pioggia di aiuti in denaro. Invece gli afgani sono poveri come prima. Gli americani avevano parlato di grandi progetti petroliferi e oleodotti che avrebbero collegato le preziose riserve turkmene al subcontinente indiano. Ma di greggio nemmeno l’ombra. La ricostruzione, come ha dichiarato il comandante Isaf David Richards l’8 ottobre, è l’altra faccia della sicurezza. Secondo il generale britannico, se nei prossimi sei mesi non verrà garantita la cosiddetta “afganizzazione” dei progetti di ricostruzione, il 70 per cento della popolazione passerà al fronte talebano. Questi sono i fantasmi con cui devono fare i conti anche i nostri militari. Intanto l’Iraq è alle porte. 
 
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