Pronto il successore di Berlusconi: sarà il presidente della Lombardia. Ma i laici di Forza Italia temono una marea ciellina: «Non vogliamo morire cattolici». di Marcantonio Lucidi
Sta nascendo un nuovo partito, si chiamerà Forza Italia, avrà una corrente cattolica guidata da Roberto Formigoni e una laica e liberale capeggiata da Giulio Tremonti. Potrà contare su un mito fondatore incarnato da Silvio Berlusconi e su un’organizzazione con al vertice una direzione generale, un gruppo dirigente e una vita di partito fatta di sedi territoriali, riunioni, congressi locali e nazionali. E come sarà questo partito nuovo? «Cristiano, liberale, interclassista, occidentale», recita Gianni Baget Bozzo, che quando si tratta di dettare l’ideologia c’è sempre. «Laico ma dotato di forte anima cristiana, liberale e solidale», come ha detto Beppe Pisanu descrivendo anche lui una “cosa” che somiglia tanto a una Dc senza scudo crociato e che deve «andare verso il partito unico dei moderati. Quindi basta con le estenuanti mediazioni a cui siamo stati costretti negli ultimi cinque anni dagli alleati». Tutti d’accordo i maggiorenti forzisti l’altro giorno alla sesta edizione della cosiddetta “scuola di Gubbio”, che poi scuola non è ma unico vero congresso annuale azzurro e quest’anno prima occasione collettiva per incominciare a ruminare la sconfitta dell’aprile scorso. Vertendo le lezioni su un tema centrale: il Cavaliere è sicuramente immortale ma nella vita non si sa mai e allora conviene organizzarsi per tempo.
Tanto più che la cosiddetta “base” sta incominciando a scocciarsi. Se uno si fa un giro nella pancia del partito (i veri partiti hanno una base e una pancia) s’incontra gente come Maurizio Trua, il signore che dopo l’intervento di Angelo Sanza, un ex dc che disserta sulla necessità di fare le feste azzurre nelle province, ha gridato in sala la sua esortazione a parlare di questioni pratiche e, quanto alle province stesse, a verificare l’operato dei consiglieri di giunta. Trua, che si autodefinisce imprenditore, dice che nel partito le regole non ci sono mai state e che ci vogliono le sezioni, i presidenti di sezione, la partecipazione. Quindi la sera prima, lui che pratica la meditazione, se n’è andato a Valfabbrica, una quindicina di chilometri da Gubbio, a camminare sui carboni ardenti. S’è messo lì a piedi nudi e come un fachiro di Madras s’è fatto tutto il tappetino bollente. Serve a riflettere sulla democrazia nel partito, infatti lo jogi forzista dice che «la meditazione è importantissima, c’è qualcosa che accomuna noi cristiani con i buddisti. D’altronde il mondo è multietnico». Fin troppo facile fare dei carboni ardenti la metafora del cammino prossimo di FI. Pasquale Iovanella, francescano di 37 anni, parrocco di San Gaetano a Salerno, collaboratore dei circoli Dell’Utri, ha modi più sommessi di dire ma la sostanza non cambia: «Bisognerebbe fare un po’ di chiarezza ideologica dentro al partito. Mica pretendo sezioni come sacrestie, però si diano delle indicazioni culturali a un mondo cattolico che in questo momento è disorientato». Ecco qua un po’ di indicazioni culturali: «Dobbiamo costruire un partito e una classe dirigente» conferma Scajola; «Necessario voltare pagina, ricordo il vecchio Psi che era una palestra di democrazia, con le riunioni settimanali, le sezioni, i congressi: alcuni aspetti di quel metodo politico andrebbero ripristinati», grida Margherita Boniver; «In questi anni abbiamo tutti avuto rapporti personali con Berlusconi. Dobbiamo capire che o vinciamo insieme o perdiamo insieme» terrorizza Ferdinando Adornato. E se persino un ufficiale di campo fedelissimo come Antonio Tajani sostiene pubblicamente che «senza una Forza Italia organizzata e radicata sul territorio, non si manda a casa Prodi», allora vuol dire che in questo strano monoblocco di plastica, tutto proteso verso il capo supremo alla maniera d’un vecchio partito comunista cinese, sta cambiando qualcosa.
Tuttavia come in tutti i momenti di passaggio, varia gente ha paura che sulla riva opposta dell’Acheronte non ci si arrivi con un Virgilio a guidare negli inferni. Virgilio laico per inferni cattolici. Gianfranco P. sta nella corrente dei liberali e vista l’agitazione generale non vuole che il suo nome sia pubblicato. Eppure non dice niente di scandaloso: «Formigoni sarà il prossimo leader di Forza Italia. Preferirei il più intelligente Tremonti, ma non ce la può fare. Io e altri con me, credo, potremmo anche lasciare Forza Italia se Formigoni, il giorno in cui diventasse il nostro presidente, non facesse una dichiarazione di laicità». A Gianfranco P. fa molto piacere che il presidente della Lombardia abbia cessato i suoi proclami di verginità e anzi, ritiene che, fuor di goliardia, la recente calda storia d’amore di Formigoni con focosa brunona sia una garanzia. Almeno spera.
Perché il problema per i laici azzurri è rappresentato magnificamente dal ragazzo di 17 anni che alla prim’ora del primo giorno di scuola forzista sta già seduto in una sala del Park Hotel Cappuccini. Si chiama Ruggiero Del Vecchio, Lacoste azzurra e occhiali di metallo da studente modello, viene da Settimo Milanese, ha in mano una copia di “Avvenire” e il quotidiano di Paolo Berlusconi, in tasca la tessera di FI e milita in Comunione e liberazione. È arrivato a Gubbio direttamente dal meeting cielle di Rimini, ha un padre imprenditore e una fidanzata che sta nell’Azione cattolica e nella Margherita. Uno perfetto, a volerlo trovare ci vorrebbe Tom Ponzi. «Se Berlusconi si ritira - assicura sorridendo - arriva Formigoni». Ecco, il liceale Ruggiero, il babau di gente come l’ex guardasigilli Alfredo Biondi, già segretario anni 80 del Partito liberale e adesso presidente del consiglio nazionale di Forza Italia («Un organismo che non esiste, che non si riunisce mai» - ammette): nei suoi sogni peggiori c’è l’invasione delle cavallette cielline e magari di quadrati legionari di Cristo e altra roba simile da fondamentalismo parrocchiale. Si contorce come una salamandra se gli si fa la domanda sull’eventuale contrapposizione fra cattolici e laici, speculare a quella fra sinistra riformista e radicale sempre ricordata dalla Cdl. Quindi, siccome i buoni avvocati come lui possiedono la capacità di parlare senza respirare, Biondi recita tutto d’un fiato: «Il liberalismo non è un dogma e nell’ambito di un programma condiviso resta legittimo che ci siano delle differenze di opinioni quindi il problema non ha nulla a che vedere con quello del centrosinistra e invece bisogna chiedere a Berlusconi di valorizzare le altre qualità e la collegialità del partito per assicurarne la prosecuzione e lo sviluppo operando un ritorno anche allo statuto nella consapevolezza che qui c’è un leader e c’è un popolo». Bene, il bello dei congressi è che tutti sul palco sono d’accordo e nei corridoi ciascuno dice quello che vuole. Senta Adornato, detto che il Cavaliere è immortale, come lo organizzerete un partito deberlusconizzato? «Forza Italia deve passare da un regime di monarchia assoluta a una monarchia costituzionale. Tuttavia bisogna evitare la formazione di correnti e quanto alla classe dirigente, i Tremonti, Formigoni, Pera, Pisanu, Frattini, Bondi, Cicchitto, Moratti, Scajola, eccetera, si tratta di nomi di grande rilievo. Se queste
persone sono votate al suicidio, allora Forza Italia scomparirà». Alberto Banfi è un possidente di Rho, come si autodefinisce, quello che si dice un vecchio liberale, militante fin dal ’94 quando ha fondato la sezione locale forzista. Brontola con chi lo vuole stare a sentire che «bisogna parlare dei problemi, smetterla con le rivalità e le divisioni sul territorio e fare i convegni, discutere».
E Rita Nobili, presidente del consiglio comunale di Rieti, sospira: «Le difficoltà di democrazia interna sono sempre esistite da noi». Ma i vertici fanno finta di niente e quando si va da Fabrizio Cicchitto a chiedere perché c’è un sacco di gente scontenta, lui alza gli occhi al cielo: «Anche gli altri partiti hanno problemi di democrazia interna». Su questa questione, dopo quella fra cattolici e liberali, s’apre la seconda spaccatura: dirigenti nazionali e quadri locali. Viene allora il sospetto che se l’antiberlusconismo ha forse cementato il centrosinistra, il berlusconismo sta sicuramente tenendo insieme un partito-torta diviso almeno in quattro parti: vertice-base, cattolici-laici, oltre naturalmente alla contrapposizione più grave, almeno a sentire i commenti, fra la bionda Stefania Prestigiacomo e la bruna Mara Carfagna. A piazza Quaranta martiri intanto Rifondazione ha messo due dazebao di ringraziamento: il primo per dire che da quando l’ex comunista Bondi ha portato a Gubbio la sua scuola forzista, i comunisti locali hanno aumentato le preferenze e conquistato il Comune; il secondo per ricordare Mao Zedong. Ogni partito ha i suoi ingombri. |