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Da destra a sinistra le proposte per ridurre il numero, e i tempi, dei documenti “inviolabili”. Massimo Brutti: «Dai quarant’anni attuali gli omissis dovrebbero valere quindici anni». di Paola Pentimella Testa
Un omissis sulla parola omissis. È questo che il Parlamento ha intenzione di fare nei prossimi mesi. Da sinistra a destra, anche se con accenti diversi, sono tutti (o quasi) d’accordo che la legge sul segreto di Stato così com’è non serve più. Il segreto di Stato è oggi, di fatto, la sintesi dell’uso disinvolto dei servizi segreti e la proliferazione di schedature e fascicoli segreti al di fuori del controllo degli organismi parlamentari, considerati degli intrusi inaffidabili.
A questa anomalia si tentò di porre rimedio con la riorganizzazione dell’intelligence nel 1977. Un’occasione che non ha impedito che il comportamento dei servizi, e i relativi segreti di Stato, prosperasse anche in tempo di riforma, non interrompendo la continuità degli scandali e degli omissis tra prima e dopo l’approvazione della legge 801.
Il rapimento dell’imam Abu Omar da parte della Cia, con la complicità del Sismi, e la scoperta di un dossier su Romano Prodi - quando era presidente della Commissione europea nel tentativo di accreditare la circostanza, falsa, che avesse autorizzato i voli Cia in Italia - sono solo l’ultima dimostrazione di questa continuità. Da tempo in Parlamento sono ferme alcune proposte di riforma dei servizi segreti e del segreto di Stato. Lo stesso programma dell’Unione ha esplicitato in sei punti la riforma dell’intelligence e la «revisione del segreto di Stato», diventato lo scorso 2 giugno ancora più segreto, grazie a un provvedimento approvato in extremis (a 48 ore dalle elezioni politiche di aprile) dal governo Berlusconi sull’accesso ai documenti amministrativi, dove i segreti di Stato non sono più neanche avvicinabili con la formula del «differimento dell’accesso»: i quarant’anni dopo i quali un faldone può essere reso pubblico. Una misura che ha reso ancora più urgente l’approvazione di nuove regole. Prima, fra tutte, la durata del segreto.
«Nel nostro ordinamento il segreto è sempre stato perpetuo, anche se non lo è per legge - spiega Massimo Brutti, senatore dei Ds e vicepresidente del Copaco, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi -. I fatti, anche recenti, dimostrano che è diventato necessario divulgare dopo un certo periodo di tempo i documenti secretati». Recentemente il senatore diessino ha presentato sull’argomento una proposta di legge. «La stessa della scorsa legislatura, dove è prevista la temporaneità del segreto a 15 anni, con eventuali proroghe, se proprio necessarie. Una soluzione che, a mio avviso - continua Brutti - potrebbe essere un deterrente per chi, all’interno dell’intelligence, volesse prendere la strada sbagliata».
Negli ultimi anni, le proposte di riforma si sono moltiplicate. «E tutte - spiega Giuseppe De Lutiis, storico e studioso dei servizi segreti - propongono la temporaneità». L’ultima in ordine di tempo è quella dell’ex sindaco di Bologna, Walter Vitali. Due soli articoli, dove si chiede che il segreto di Stato non può essere opposto all’autorità giudiziaria nel caso di reato di strage e di atti terroristici. «Proposta - spiega l’ex sindaco di Bologna, ora senatore Ds - che non è stata messa in discussione prima delle vacanze estive a causa dell’ostracismo di Forza Italia a Palazzo Madama». Appuntamento quindi per settembre in commissione Affari costituzionali.
In realtà, la legge 801 del ’77 già prevede il divieto di apporre il segreto di Stato per stragi e atti terroristici. Se fosse rimosso il segreto, infatti, sarebbero svelati solo i misteri minori dell’Italia Repubblicana: la magistratura finora non ha potuto procedere contro gli uomini del Sifar del generale Giovanni De Lorenzo, che nel 1961 finanziarono gli esponenti pacciardiani del Partito repubblicano per spingerli a passare con Ugo La Malfa. O, ancora, i giudici non hanno potuto indagare su chi, al Sid, permise al terrorista nero Augusto Cauchi di espatriare durante l’istruttoria dell’Italicus.
Insomma, le conoscenze su Ustica, sulla strategia della tensione e sui grandi depistaggi rimarrebbero immutate. «Quella di Vitali - spiega Brutti - è solo una proposta di integrazione alle norme esistenti, che però va attentamente discussa. Il reato di strage è un reato di pericolo per le istituzioni. Con la sua proposta - precisa Brutti - si può far saltare il segreto di Stato anche soltanto contestando un reato di pericolo, cioè anche se la strage non c’è stata». «Io credo però che la strada debba essere un’altra, quella politica - spiega De Lutiis -. Bisognerebbe chiedere agli eversori - a Pino Rauti, ma anche ad Adriano Sofri - di raccontare finalmente la verità». Molti familiari delle vittime credono che la strada possa essere quella della proposta Vitali. «Un’altra via praticabile - continua De Lutiis -, potrebbe essere quella di sollevare gli uomini dell’intelligence dal segreto a cui sono obbligati una volta usciti dal servizio. Oggi, anche se in pensione, gli 007 sono vincolati a non rivelare le loro attività passate, e quindi quanto sanno sulle stragi e sugli atti terroristici».
«L’unica cosa che non si può chiedere è quella di rivelare le fonti: sarebbe una battaglia persa in partenza», precisa Aldo Giannuli, lo storico che nel novembre del 1996 scoprì una grande quantità di documenti non catalogati dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, nascosti nell’ormai famoso “archivio di via Appia”, a Roma. «Nessuno farebbe più la fonte sapendo che il suo nome, prima o poi, salterebbe fuori».
Un altro problema che andrebbe affrontato è quello della trasparenza sui dossier e sulle schedature custodite dagli apparati di intelligence. Se è vero, come disse nell’87 l’ammiraglio Fulvio Martini, che solo il Sismi ha quindici milioni di fascicoli, con svariati milioni di fogli, forse è nel riassetto e nella rilettura di quelle carte che si può trovare un barlume di verità. «Per questo - avverte Brutti - diventa importante la disciplina degli archivi». «Bisognerebbe obbligare i servizi a versare la loro documentazione negli archivi pubblici o in quelli propri, ma consultabili - continua Giannuli -. In nessuna proposta di riforma si fa questa precisazione. Si parla sempre di un unico archivio centrale, che poi è quello “corrente” che già esiste». Oggi un documento rimane classificato finché nessuno rimuove il vincolo, anche se sono passati gli anni previsti dalla legge per far decadere quel laccio. «In tempi recenti - ricorda Giannuli - il ministero degli Esteri si è opposto al trasferimento all’archivio storico dello stesso ministero, di documenti riguardanti Galeazzo Ciano, perché classificati. Con questo criterio neppure documenti della Triplice Alleanza potranno mai essere visionati». Per questo l’esperto di intelligence propone che, superato un certo numero di anni, si faccia decadere automaticamente il sigillo di protezione, «tranne nei casi in cui sia ancora necessario mantenere la classifica di riservatezza.
Invertendo il procedimento, la pigrizia burocratica sarrebbe sconfitta a favore della pubblicità».
Tutto questo, però, non impedirebbe agli 007 più spregiudicati di depurare i fascicoli segreti, lasciando intatti solo quei documenti che hanno interesse puramente storico; o di spedirli negli inceneritori, come è accaduto per i documenti con i segreti dell’Ovra, la polizia segreta fascista. Oppure, più semplicemente, di venire stracciati, «come è accaduto nella vicenda del rapimento di Omar, per la lista Cia degli uomini da rapire», ricorda Brutti.
Non bisogna poi dimenticare che il segreto di Stato e gli altri segreti pubblici - d’ufficio, istruttorio, di polizia, ferroviario, diplomatico, eccetera - affondano le loro radici nel principio generale della non conoscibilità dell’azione dei pubblici poteri. Oggi, la legge sulla trasparenza della pubblica amministrazione ha esteso a tutti i cittadini il diritto di conoscere quell’azione. «La tutela del segreto di Stato - conclude Giannuli - non contrasta solo con l’accertamento della verità, ma anche con lo Stato di diritto, precondizione per una democrazia. La tutela del segreto di Stato, quindi, potrebbe essere teoricamente assente da qualsiasi ordinamento democratico». Come avviene già in Svezia. |