 Con “Mare nero” Roberta Torre racconta il lato oscuro del sesso.
Decisamente Roberta Torre non ama le mezze misure. Quando trattava di mafia, realizzò prima due musical anomali (Tano da morire e Sud side stori), poi un noir (Angela) raccontato dalla parte della protagonista, con un taglio degno dello Scorsese di Quei bravi ragazzi e di Casinò, ma che nel finale prendeva gli accenti romantici de Il ponte di Waterloo di Mervyn Leroy. Oggi, con Mare nero, il film presentato qualche giorno fa al Festival di Locarno e in procinto di uscire sui nostri schermi, siamo ancora nell’orbita della malvivenza (stavolta sono di scena crimini e devianze sessuali, sadomasochismo, scambi di coppia); ma l’atteggiamento dell’autrice verso i suoi personaggi è mutato. Mentre nei primi tre film, cercando di identificarsi in loro, condividendone le esperienze, ne diveniva in certo qual modo amica, qui, pur continuando a condividerne le esperienze, li teme: si sente coinvolta e poi travolta da un incubo, dal quale non sa uscire. E il film, da noir, qual era nelle premesse, diviene semplicemente nero, materialmente nero, fotograficamente nero: lo invade un’oscurità perenne, ossessiva, che finisce quasi per privare il titolo del suo significato metaforico. Una oscurità che viene interrotta solo da brevi sequenze di luce, per dare il più delle volte visibilità a scene di efferata violenza. Fedele alla tematica della malvivenza, che qui viene privata di una precisa collocazione spaziotemporale, Roberta Torre muta per la terza volta il proprio linguaggio, rinunciando a darsi uno stile riconoscibile. I quattro film della Torre, infatti, potrebbero essere realizzati da almeno tre cineasti diversi, ma sono tutti di uguale, alto livello. E dire che di volta in volta i modelli di riferimento mutano. Se Tano da morire non ne ha alcuno, se Sud side stori ha per modello Tano da morire (e per questo è apparso superfluo), se Angela può richiamare alla mente certi crime movie di Scorsese, Mare nero ci riconduce in certo qual modo allo stile dell’espressionismo tedesco. Come ha scritto Siegfried Kracauer nel volume Da Caligari a Hitler, nei film espressionisti gli svaghi sono per gli adulti «un regresso ai giorni dell’infanzia, in cui giochi e faccende serie sono identici, cose reali ed irreali si confondono e le aspirazioni anarchiche esperimentano a vuoto possibilità infinite». «Attraverso questo regresso - aggiungeva - l’adulto fugge una civiltà che tende a ingigantire e a distruggere il caos su cui tuttavia riposa la civiltà». Sarebbe questa, a nostro avviso, la “tematica di secondo grado”, in base alla quale il film della Torre, affascinante e inquietante, si aggancia alla realtà dei nostri giorni, smettendo di apparire un oggetto fuori del tempo tanto prezioso quanto inutile.
di Callisto Cosulich |