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La casa di Almaz Aielè Stampa E-mail
Almaz è una donna che viene dall’Etiopia nel ricco Occidente per lavorare e poi tornare al suo paese con abbastanza denaro per potersi costruire una casa più solida.

Almaz è una semplice colf, una delle tante donne che arrivano in Italia per cercare fortuna e una “terra promessa” che non c’è: solo tanti piatti da lavare e pavimenti da pulire. Questo è Almaz, lo spettacolo ideato dalla giovane attrice italo-etiope Caterina Deregibus, messo in scena lo scorso 27 luglio a Roma presso il circolo Gianni Bosio. Ispirato al testo Io donna Immigrata della giornalista e scrittrice Valentina Acava Mmaka, Almaz è il ritratto di un’immigrata costretta ai lavori più umili perché sono i principali, se non gli unici, mestieri che l’Italia sa garantire a gran parte delle donne straniere in cerca di un futuro migliore.
Anche a costo di doversi piegare a tanti: «Grazie, signora, prego signora», Almaz non si deprime. Sa che deve tornare trionfante nel suo paese, «con i mattoni della sua casa». Ogni giorno per Almaz è un mattone in più. Non le importa di stare chiusa in una stanza, obbedire in continuazione, lavorare senza sosta e dire sempre di sì. Lei è una donna che sa aspettare. è nata con la pazienza e cresciuta con il senso dell’attesa. E come dice lei stessa: «Senza mai lamentarmi». Per Almaz la pazienza non è una necessità del momento: se non l’avesse avuta dentro di sé, non sarebbe riuscita ad arrivare fino in Italia.
Senza questa virtù non sarebbe mai riuscita a sopportare «la sua signora», quella che non esce mai, perché ha sempre male alle gambe. Quella che chiede in continuazione: «Portami l’acqua, la coperta, chiudi la porta». Ma d’altronde la signora Castaldi non è neanche l’unica a trattarla così. Lo fa la portiera quando le chiede perché non si stabilisce in Italia per sempre, il passeggero dell’autobus quando le chiede di alzarsi dal posto, qualcuno al supermercato per passarle davanti.
Non è più un problema: si è abituata, come ci si
abitua a tutto quando non si hanno alternative. Per fortuna la bella etiope ha le sue canzoni a farle compagnia. I ritornelli di sempre coprono il rumore delle continue richieste e placano il silenzio della sua solitudine.
Anche lei un giorno sarà una signora nel suo paese, mattone dopo mattone. Allora potrà mandare i saluti dalla sua nuova casa; magari proprio alla signora Castaldi. Scriverebbe qualcosa come: «Buon Natale dalla signora Almaz Aielè».

a cura di Lucia Ghebreghiorges
 
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