 Arriva “Soap”. Debutto danese tra Lars Von Trier e Almodovar.
Il piacere che un film può procurare non è riservato solo allo spettatore che lo vede, al regista che lo ha diretto, agli attori che lo hanno interpretato. Lo godono anche il produttore, che per improvvisa illuminazione ha permesso di realizzarlo, e persino il distributore, che lo ha inserito nel proprio listino, nonché l’esercente che lo proietta in uno dei suoi locali; due categorie, queste ultime, il cui piacere di solito dipende dall’esito del film al botteghino. Sono anche due categorie, queste, che, proprio per il fatto di dipendere più delle altre dal successo commerciale delle pellicole, più delle altre sono anche vincolate alle leggi del mercato. Di conseguenza, è pressoché impossibile che un listino corrisponda all’eventuale credo artistico del distributore, così com’è arduo per l’esercente programmare solo film che gli piacciono.
A maggior ragione, quindi, va elogiata la Teodora, una piccola società gestita da Cesare Petrillo e Vieri Razzini, che in pochi anni è riuscita a darsi una coerente linea editoriale. Un po’ come fa Nanni Moretti con la sua Sacher Film. Ma per una piccola società l’impresa si presenta irta di ostacoli, dal momento che deve pescare in mari poco battuti dalle grandi produzione. È dalla Danimarca che proviene un piccolo gioiello della Teodora, Soap, opera prima di Pernille Fischer Christensen, premiata con un Orso d’Argento all’ultimo festival di Berlino. Soap sta per “soap opera” e del teleromanzo mantiene infatti la struttura e i vezzi narrativi, lasciando aperto il finale, tant’è che si potrebbe ipotizzare un seguito. Ma state pur certi che una seconda puntata non ci sarà, poiché alla struttura del teleromanzo si adatta male la tematica, incentrata com’è su due esseri tutt’altro che in linea con la morale borghese: lei, quarantenne titolare di un istituto di bellezza, che ha lasciato il marito; lui, giovane in attesa di operarsi agli organi genitali, per divenire a tutti gli effetti un trans. Soap sembra un film di Almodovar, girato seguendo il Dogma di Lars Von Trier, dove le situazioni estreme sono raccontate con simpatia e comprensione molto almodovoriane, ma girate senza l’uso di luce artificiale, all’interno di solo due modesti appartamenti, con la presenza alternante di quattro personaggi (oltre ai due protagonisti, intervengono alle volte il marito di lei, che cerca di recuperarla, e la madre di lui, che soavemente tenta di convincerlo a desistere dal proposito di cambiare sesso). Mai una situazione fasulla; tutto reso credibile da attori che recitano con ogni parte del loro corpo. Decisamente, uno dei migliori debutti cui ci è stato dato di assistere in questi ultimi anni.
di Callisto Cosulich |