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Un’altra base Usa a Vicenza. Concessa in gran segreto dal precedente governo. Ma ora la città si rivolta. E vuole mandare tutto all’aria. di Daniela Preziosi e Jacopo Norfo
Una base militare statunitense a due passi dal centro abitato di Vicenza. Non una base qualsiasi: la nuova casa della 173rd Airborne Brigade, la micidiale armata aeromobile, 5.500 uomini pronti per la guerra in qualsiasi momento, non a caso i primi a partire per l’Iraq nel marzo 2003. La richiesta di trasformare l’aeroporto Dal Molin nell’ennesima base americana su territorio italiano è stata avanzata dagli Usa al governo Berlusconi, in rigoroso top secret, almeno due anni fa. Lo ha rivelato il generale Burwell Baxter Bell, comandante in capo della United States Army Europa. Alla stessa segretissima maniera qualcuno, dal ministero della Difesa dell’epoca, ha dato il nulla osta. E intanto quello delle responsabilità politiche è uno degli aspetti che dovranno essere chiariti nel corso degli accertamenti che ora il dicastero di Arturo Parisi si è impegnato a fare sulla vicenda. Un impegno che a Left il sottosegretario Lorenzo Forcieri spiega così: «Dovremo verificare la corrispondenza fra il progetto presentato dagli americani, la normativa vigente e le esigenze delle popolazioni locali. Con le quali è molto importante, e sottolineo molto importante, concordare ogni passo. Un dialogo che era meglio avviare da subito». Fin qui la posizione ufficiale dell’attuale governo. Ma insomma: la base Usa si farà o no? Torniamo indietro di qualche mese. La notizia filtra per la prima volta proprio da fonte Usa, il sito di informazioni militari Stars and Stripes da dove viene intercettata e rilanciata dal quotidiano Il Vicenza del gruppo Epolis. Gli americani hanno messo gli occhi sul Dal Molin, nella città che ospita già la caserma Ederle e la Gendarmeria europea. Risulterebbe strategico per le truppe destinate all’Iraq, all’Afghanistan e ai prossimi teatri di guerra orientali. Gli aerei e gli elicotteri da qui potranno partire per trasportare piccoli gruppi addestrati a compiere missioni improvvise, per distruggere obiettivi localizzati. Potrebbe essere il compito del 503rd Infantry Regiment americano, che qui verrà addestrato a trasformarsi da reggimento per la guerra tradizionale ad Army units of action, unità dell’esercito per l’azione rapida. Vicenza infatti oggi ospita già, tra soldati, civili e familiari, oltre diecimila statunitensi. Un numero destinato ad aumentare perché il 503rd Infantry Regiment è stato inglobato nella 173rd, che qui potrebbe riunire le truppe oggi sparse fra la Ederle e le basi in Germania. Dopo l’ok del governo arriva quello degli enti locali. A questo punto il segreto non regge più. L’8 maggio scorso l’ufficio tecnico del Comune esprime parere negativo per manifesta incompatibilità con il piano regolatore della città. E qui arriva il colpo di mano del sindaco, il forzista Enrico Hullweck. Che al comitato incaricato di seguire la vicenda consegna una lettera in cui «pur confermando che i progetti contrastano con i vincoli dell’edilizia privata, sancisce che il Comune, in deroga, esprima parere favorevole definendo tali opere necessarie per la pubblica utilità e per la difesa nazionale». Più che la pubblica utilità e la difesa nazionale, è possibile che al sindaco e a alcuni costruttori locali stia a cuore la generosa colata di cemento (700mila metri cubi) prevista in un’area di 75mila metri quadri, dove dovrebbe sorgere un villaggio, un centro commerciale con ipermercato e due fast food, un hotel con 58 suite residenziali, un centro fitness e un distributore di benzina. Soltanto l’autorimessa per gli 832 veicoli statunitensi sarebbe un bestione da sei piani, mentre gli edifici per i marine avrebbero 616 posti letto. Gli americani, secondo il sindaco, non baderebbero a spese: l’operazione vale almeno trecento milioni di euro, 40 dei quali corrisposti direttamente al Comune per le opere di viabilità necessarie. A questo punto in Comune si scatena il caos. Hullweck viene accusato dalla sua stessa maggioranza di aver tenuto nascosti i progetti americani. A Roma, in Senato, arriva una nuova interrogazione del verde Mauro Bulgarelli (la prima, dell’8 febbraio, era rimasta senza risposta) che consegna la patata bollente al governo. Cosa c’è di vero in questa storia, chiede Bulgarelli, e non è inaccettabile l’ulteriore militarizzazione del territorio? In più nel progetto c’è anche la costruzione di nuovi magazzini. «Di quale natura sarebbero i materiali da stoccare?». Il sospetto è che si possa trattare di testate nucleari, informazione che gli americani sono riottosi a dare ma che aprirebbe nuovi inquietanti scenari per la sicurezza della zona.
I vicentini in pochi giorni organizzano un Osservatorio sulle servitù militari, raccolgono più di 7mila firme contro la trasformazione del Dal Molin. Ci sono già troppi militari in una città di soli 100mila abitanti, la nuova base Usa è un problema ambientale, un rischio per la sicurezza, visto che l’aeroporto è adiacente alla città, e anche un problema sociale. A Vicenza arrivano i marine in fase di “ricondizionamento”, il delicatissimo periodo dopo il ritorno dalle missioni di guerra, in cui provano a riabituarsi alla normale vita di caserma. L’Osservatorio annuncia la massima vigilanza nell’estate per monitorare la zona interessata ai lavori. Perché, nonostante le rassicurazioni del vicepremier Francesco Rutelli e del ministro Vannino Chiti («non ci sono accordi scritti, soltanto intese tra militari»), nel frattempo si è aperto un tavolo tecnico fra Difesa, Comune e Provincia, riunito lo scorso 6 luglio in una seduta che alcune fonti definiscono «non più che interlocutoria», secondo altre avrebbe ignorato le cautele del governo, confermando anzi la tabella di marcia che prevede la fine dei carotaggi, ovvero l’analisi dell’area interessata, entro il 15 luglio, la bonifica del terreno prima degli accordi definitivi previsti per settembre, e l’inizio lavori nel 2007. Ma chi deve ordinare di fermare le macchine, lo ha fatto?
«Abbiamo scoperto il gioco sporco del sindaco», spiega Olol Jackson, consigliere verde fra i promotori dell’Osservatorio. «Ora chiediamo che venga bloccato l’insediamento militare e le devastazioni ambientali e sociali che porterebbe con sé. Il Comune deve aprire un dialogo leale con la cittadinanza che tenga conto della ridiscussione complessiva delle servitù militari che è in corso su tutto il territorio nazionale. È assurdo che mentre la Sardegna riduce le sue basi americane, nella nostra città la loro presenza raddoppi. E comunque il governo ha promesso una discontinuità sul tema delle guerre. Sarebbe una contraddizione intollerabile andar via dall’Iraq, e contemporaneamente diventare, sul proprio territorio, un avamposto americano per le guerre in corso e quelle future».
14 luglio 2006 |