 Di Paul Greengrass avevamo visto Bloody Sunday, l’acclamata opera prima (Orso d’Oro 2002 a Berlino), che rievocava la “domenica di sangue” a Derry dove,...
....il 30 gennaio 1972, i parà britannici hanno massacrato 27 civili irlandesi, rei di manifestare pacificamente per i propri diritti. Greengrass l’aveva rievocata usando scientemente il linguaggio delle attualità, per dare l’illusione di una ripresa in diretta. Quattro anni dopo torna agli stessi stilemi per ricostruire, in United 93 , il destino dell’unico tra i quattro aerei di linea che l’11 settembre 2001 non riuscì a raggiungere l’obiettivo che i kamikaze si erano prefisso, presumibilmente la Casa Bianca: i passeggeri in rivolta, immobilizzando i terroristi, preferirono schiantarsi in aperta campagna. Bloody Sunday aveva affascinato la quasi totalità della critica, probabilmente per il modo inedito di raccontare la Storia. Su Avvenimenti non ci unimmo al coro, poiché ci sembrò che il regista britannico, limitandosi a raccontare i fatti, poco o nulla riusciva a dirci sulle loro cause. Ora su Libération leggiamo a proposito di United 93 le stesse osservazioni: con quel linguaggio «il cinema si priva della prerogativa d’integrare immagini e pensiero». Spiacenti, ma stavolta l’opzione del linguaggio in diretta, da docudramma, ci sembra abbia funzionato a meraviglia. Perché l’11 settembre 2001 non è il 30 gennaio 1972: non è un evento consegnato alla Storia, sul quale è doveroso riflettere. È un evento che appartiene al presente, cioè a una Storia dalla quale non siamo usciti. Anzi, ci siamo dentro fino al collo.
Pensiamo con orrore a cosa sarebbe divenuto il film se avesse seguito certe tradizioni della fiction bellica di Hollywood, al rischio che avremmo corso di vederci ammannire un ennesimo Airport, con qualche oncia di retorica patriottica in più, con una squadra di star chiamate a dare risalto ai caratteri dei passeggeri e magari anche alla psicologia dei kamikaze. United 93 si guarda bene dal delineare caratteri, dal dare spessore ai personaggi: passeggeri, personale di bordo e terroristi. Sono tutti “uomini massa”, destinati per opposte ragioni alla stessa sorte. United 93 è un film di guerra realizzato in tempo di guerra, come i tanti film realizzati durante il secondo conflitto mondiale. Con una differenza sostanziale: non si propone una funzione di propaganda. Nelle sue immagini si ritrova lo spirito della grande scuola documentaria britannica, così come si avverte l’eredità di Rossellini, il quale ripeteva sempre che i suoi film volevano «mostrare», non «dimostrare». Ed è questa volontà che lo rende impressionante, com’è costretta ad ammettere anche Libération.
di Callisto Cosulich |