 In “The white diamond” Herzog va su un dirigibile. Per sentirsi più leggero dell’aria.
Nella sua ultima sfida, Werner Herzog ha cercato di sondare «l’ignoto spazio profondo», coniugando documentario e fantascienza; ma, in definitiva, fallendo l’obiettivo, che si proponeva di raggiungere. Probabilmente non si era accorto che, con l’inarrestabile progresso degli strumenti deputati a scrutarlo, lo «spazio profondo» offre sempre meno argomenti alla fantasia, cancellando sempre più le ipotesi di alieni e di altre forme di vita intelligente, con le quali ci eravamo cullati durante il secolo scorso. Tornando a quanto sopra, sarebbe auspicabile che il regista tedesco ritornasse sulla Terra, dove ha sempre trovato quanto bastava per alimentare le sue incomparabili doti visionarie. Che con gli anni non si sono affatto appassite, stando ai film realizzati prima del recente L’ignoto spazio profondo, come The white diamond realizzato nel 2004 ma nelle nostre sale solo oggi, dove appare chiaro che, per stimolare la tua fantasia, sulla Terra trovi di tutto e di più: le tracce della creazione e le premesse all’eventuale apocalisse; la forza determinante del microscopico e il degrado del macroscopico; il clima apparentemente vivibile delle metropoli e il clima apparentemente invisibile delle foreste pluviali. Basta saperla guardare, la Terra, cercando di svelare, quella che lo stesso Herzog ha chiamato una «verità di secondo grado». Vedendo The white diamond, chi ha pratica del cinema di Herzog, non può non connetterlo a alcuni dei suoi momenti più esaltanti: Fata Morgana, anzitutto, film ispirato al Popol Vuh, la “bibbia” dei Quinchis, tribù d’indiani dell’America centrale, che si svolgeva in uno scenario senza limiti, allucinatorio, costituito da immagini reali, ma strutturato in modo da apparire totalmente fantastico; e poi La grande estasi dell’intagliatore Steiner, dove il regista seguiva per una stagione intera le imprese dello svizzero Walter Steiner, detentore del primato mondiale del salto con gli sci, per andare subito oltre lo sport e costruire un poema sul volo umano. The white diamond potrebbe intitolarsi “La grande estasi di Graham Dorrington”, ingegnere inglese, che vuole riuscire in una impresa, che aveva già causato la morte di un suo predecessore, il regista Dieter Plage: superare con un piccolo dirigibile le gigantesche cascate del Kaleteur nel cuore della foresta pluviale della Guyana, perennemente avvolta dalle nebbie provocate dalle acque. Perché lo fa? Per vincere la forza di gravità, per sentirsi, grazie all’elio del dirigibile, più leggero dell’aria. Lo accompagna in questa folle avventura lo stesso Herzog, esempio di un individualismo esasperato, che rappresenta il limite, ma anche il suo fascino: l’anima slava, trasmessagli dai suoi antenati, influenzata dalla Kultur del paese, che lo ha visto nascere e maturare.
di Callisto Cosulich |