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Koreja, il morso della tarantola Stampa E-mail
dimettersi dal sudNasce un po’ come il film Alice’s restaurant di Arthur Penn la straordinaria esperienza  corale  che sfocia   nel primo teatro stabile del Salento, e che  in Dimettersi dal Sud.


I Cantieri teatrali Koreja racconta uno dei suoi  protagonisti, Franco Ungaro. Quella che nel film era una chiesa sconsacrata, poi ristorante-comune hippie, qui è il castello Tre Masserie a Aradeo, in provincia di Lecce, semi-abbandonato, «improbabile casa del teatro» e prima cellula di Koreja: luogo di incontri e sperimentazioni, utopia comunitaria, laboratorio di  cultura contadina  e incroci postmoderni, metafora della giovinezza e dell’eros. La lingua di Ungaro appare contagiata dal clima ebbro, eccitato di quegli anni  (i primi 80): «albe e tramonti e correre da un mare all’altro a rincorrere sole e amore». Il nucleo dei temerari   ragazzi di paese che si getta in questa avventura ha i suoi maestri e guru: Ferdinando Taviani, Nicola Savarese, Nicola De Feo, e poi Eugenio Barba e Carmelo Bene (salentini  emigrati), e poi ancora una folla variegata di compagni di strada, ritratti con  affetto e mano felice. I gruppi della postavanguardia, il primo invito al prestigioso festival di Sant’Arcangelo di Romagna, un lungo apprendistato professionale fondato su disciplina e sacrificio. Si tratta di una ricerca rigorosa, inesausta, lontana da spettacolarizzazione e «dinamismi massmediologici». Un progetto culturale di grande respiro e coerenza, con cui però la città di Lecce, chiusa in un granitico immobilismo, stenta a dialogare. La narrazione è vivace e divertita: si  vedano  i preparativi per l’accoglienza di un “ambasciatore del Galles” che sembra uscito da una commedia di Scarpetta-Totò. Innumerevoli gli artisti, italiani e stranieri, che il nucleo di Aradeo contatta, promuove,  rilancia, invita a collaborare (mi limito a citare Leo De Berardinis  e Matteo Salvatore). Poi a metà degli anni 90 il passaggio alla nuova sede, una ex fabbrica di mattoni, e il nuovo nome  del teatro “stabile”(però con scarsissimi finanziamenti):  Cantieri Teatrali Koreja. Una sede funzionale e suggestiva, teatro senza sipario e senza hostess, spazio ideato come luogo di relazione. Della vastissima produzione successiva segnalo almeno  due eventi: lo spettacolo America, da Kafka, invitato alla Biennale del teatro veneziana, e poi la collaborazione tra De Cataldo e i Sud Sound System, a testimoniare la capacità del teatro di debordare in linguaggi non omologhi.
Ma l’autobiografia del teatro salentino diventa riflessione antropologica. Quella di Koreja è, nelle parole di Ungaro, una dimissione dal Sud - inteso come cliché pittoresco, identità immutabile,  coazione alla marginalità - per ritrovare il Sud, però molto più esteso:  migrante, disperso, mobilissimo, consapevole della sua  diversità.  Sapendo che oggi l’identità ha a che fare meno con un  territorio che  con  l’esperienza -  reale e metaforica -  del viaggio, che significa  rischio e apertura all’ignoto.


di Filippo La Porta

 
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