Mario è stato scelto dalla nazionale Under 17. E invece non può giocare. Non ha la cittadinanza.
«Ogni due anni vado in questura per il rinnovo del permesso di soggiorno di Mario. Dopo ore di coda, consegno il numeretto e la documentazione. E ritiro il pezzo di carta. Come fosse arrivato in Italia da ieri». È la signora Silvia Balotelli - un marito, tre figli, abita a Concesio, vicino Brescia - racconta di Mario. Non è il suo badante, né un suo dipendente. Nato a Palermo da genitori ghanesi, il piccolo Mario fu affidato alla famiglia Balotelli dal Tribunale di Brescia nel 1993, aveva tre anni. Un istituto, quello dell’affido, basato sulla legge 184 del 4 maggio 1983, modificata poi dalla 149 del 28 marzo 2001, che al comma 2 dice: «Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo è affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno». Però succede, spiega Silvia, «che un ragazzo nato in Italia e affidato ad una famiglia di italiani quindici anni fa, debba essere considerato come un immigrato. Mario, come tutti i ragazzini italiani, vorrebbe visitare l’Europa, fare un corso di inglese in Inghilterra come i suoi compagni di classe senza richiedere il visto al Consolato e richiedere autorizzazioni per l’espatrio. Ma non può».
Appassionato di calcio, da piccolissimo Mario comincia a palleggiare. Dalla squadra dell’oratorio passa al Lumezzane Calcio ed entra nelle grazie dei grandi club. Vince coppe e tornei, ma la sua frustrazione rimane quella di dover utilizzare il cognome dei genitori naturali, Barwah, al posto di Balotelli. Cominciano a parlare di lui come un enfant prodige del calcio italiano, anche se proprio italiano non è. Lo scorso aprile debutta in serie C a soli 15 anni. Ora è richiesto dalle squadre di mezza Europa. Un provino al Barcellona gli spalanca un sogno, il trasferimento dal calcio provinciale a quello stellare di Ronaldinho. E un altro sogno, quello di giocare in maglia azzurra. Ma a causa della sua situazione burocratica, non ha potuto rispondere alla convocazione della nazionale Under 15 e di quella Under 17. «Per ovviare a questo disagio, che gli nega opportunità e gli chiude strade, e peraltro disturba la sua sensibilità di adolescente - racconta Corrado, uno dei tre figli della signora Silvia - abbiamo presentato un’istanza al tribunale dei minori chiedendo l’adozione speciale, ai sensi dell’articolo 44 della legge 184, la cosiddetta adozione mite». Una via breve all’adozione che il tribunale dei minori di Bari ha iniziato a seguire due anni fa, contestata però da molte associazioni (prima fra tutte, l’Associazione nazionale famiglie adottive affidatarie). Ma i genitori naturali hanno rifiutato e l’istanza è stata respinta. «Ora dobbiamo aspettare che Mario compia i 18 anni. Solo allora potrà decidere autonomamente la cittadinanza e chiedere l’adozione che, come maggiorenne, non gli potrà essere negata», conclude Corrado.
La storia di Mario Balotelli Barwah riapre anche il problema sulla cittadinanza dei figli di immigrati nati in Italia. Il nostro paese a differenza di Francia e Germania, è ancorato allo ius sanguinis, la cittadinanza trasmessa per comunanza di sangue, tipico dei paesi a forte emigrazione, anziché lo ius soli, la cittadinanza concessa per legami col territorio tipico invece dei paesi di immigrazione. L’Italia è maglia nera in Europa in questo campo e spesso la cittadinanza italiana è più facile ottenerla sposandosi con un italiano (o un’italiana) piuttosto che nascendo a Roma o Milano, e frequentando le scuole italiane. Il presidente del Consiglio Prodi ha dichiarato che questo tema è una priorità del governo e che presto partirà un tavolo programmatico. Ma intanto per Mario il tempo passa, e questo potrebbe non far bene al suo calcio, e non solo.
Michele Novaga
23 giugno 2006