 Galileo scelse la teoria astronomica di Copernico rispetto a quella di Tolomeo non in quanto più “vera”, ma in quanto più semplice ed elegante. Pensavo a questo leggendo l’ultimo libro di Raffaele La Capria L’amorosa inchiesta (Mondadori), il cui titolo bellissimo è tratto dall’ Orlando furioso di Ariosto, coevo di Galileo.
Lo scrittore napoletano, che qui continua la sua autobiografia a puntate in chiave narrativo-saggistica, ha un modo miracolosamente semplice ed elegante di dire le cose. E così ci racconta la sua inadeguatezza a ruoli e codici sociali, il lieve ma invincibile disadattamento che lo ha accompagnato lungo i decenni, l’accidia che si mescola alla passione, la stupidità che interferisce misteriosamente con l’intelligenza, attraverso una lingua che parla a tutti, e senza mai banalizzare. Il libro si compone di tre lettere: al primo amore, alla prima figlia, al padre. E si tratta proprio di un’indagine “esistenziale”. Chi era veramente l’inarrivabile” Elène? La sua “beltà”, che pure evocava una dimensione utopica, non mascherava forse un desiderio di conformismo? Davvero la figlia primogenita a un certo punto volle contestare tutto solo per rabbia contro la famiglia e un padre assente? E infine: qual era la verità del proprio padre, un genitore amorevole e onesto o un giocatore d’azzardo piuttosto avventato, minato da una pulsione autodistruttiva (che ha trasmesso al figlio)? La Capria è finissimo e pudico ritrattista, e non occupa mai interamente la scena, ma in queste lettere insegue se stesso, la propria ombra tremante, la propria immagine fatta della sostanza dei sogni. L’“immaturità” che ci mostra appartiene a ciascuno di noi. Immaturi nelle questioni sentimentali (non sappiamo mai perché ci innamoriamo), nei nostri doveri educativi (potremo mai educare un altro?), nella capacità di comunicare con chi è radicalmente diverso da noi. Tutto questo ovviamente si “aggrava” nella condizione e nel destino specifico dell’intellettuale, sempre al di là di quella calda vita verso cui tende nostalgicamente, sospeso tra passioni letterarie e adesione intima all’esperienza affettiva. Eppure quell’immaturità è parimenti indispensabile alla vita, alla possibilità di fare esperienza di qualcosa. La maturità coinciderebbe, infatti, con la fine dei conflitti e con il compimento di un ciclo. Come nel precedente L’estro quotidiano c’è nell’Amorosa inchiesta una pagina in cui La Capria sembra affidare i suoi umori all’aria di una canzone: lì Non ti scordar di me e qui Et maintenant di Becaud. Una canzone meravigliosamente effimera sa trattenere con grazia ciò che a un dato momento ci appare come verità, senza ingannarci sulla sua durata. Nei libri di La Capria si celebra una gaia e malinconica scienza dell’esistenza, la quale è sempre scarto, naufragio, ferita, ma naufragio generatore di sentimenti, sogni e esperienze. Quale scrittore italiano è stato capace nella seconda metà del secolo di una leggerezza così impalpabile, pur dentro il tragico?
di Filippo La Porta |