 Quante cose ancora riusciamo a dire e a esprimere con il linguaggio della poesia, quante esperienze conoscitive, morali, affettive? In questa raccolta di poesie di Claudio Damiani, Attorno al fuoco, sentiamo che l’autore ci comunica un suo personalissimo, geloso sentimento del mondo.
È un classico precipitato nella nevrotica contemporaneità e perciò costretto a difendersene. Damiani, che ha esordito come poeta vent’anni fa, non frequenta l’ironia dei post avanguardisti, né si abbandona ad una cantabilità sorgiva. I versi sono per lui il modo più naturale di esprimersi. Non rincorre nessuna densità concettuale o linguistica. Non intende accelerare o intensificare il ritmo dell’esistenza, ma semplicemente assecondarlo. La prima sezione è un canzoniere d’amore dedicato alla moglie: «Anna, io ti amo da sempre / Quando eri bambina, come in quella fotografia / col grembiule di scuola, che stai seduta a un tavolo / e mi guardi / io ti amavo già allora». Se la poesia è la scienza di tutto ciò che la scienza trascura, in questo caso è il diario di tutto ciò che un diario potrebbe trascurare perché considerato banale. Damiani invece non ha paura di apparire banale: «Senti come è dolce respirare / nella mattina». La sua poesia è composta della lingua del quotidiano, apprensiva e ovvia, e del quotidiano configura un’epica dimessa: «Vorrei che tu Giovanni / e tu Domitilla / non litigaste tanto». Sarebbe però un errore leggerne solo pochi versi isolati. La semplicità di Damiani ha qualcosa di disarmante (vorrei dire perfino di irritante) e quasi di impudico: per ben due volte ci comunica che la vista di un povero cane randagio gli fa venire “voglia di piangere”.
Una poesia comincia così: «Senti com’è dolce respirare nella mattina». Come il Parise dei Sillabari Damiani dà voce alle emozioni elementari fregandosene dell’obbligo della complicatezza labirintica e della pensosa problematicità. Né si vergogna di sperare in qualcosa, «anche se abbiamo pochissime probabilità di vincere». La natura per lui non è leopardianamente indifferente e dura nutrice, ma accogliente e premurosa. Si veda la sezione più bella: «Oggi guardavo le montagne come stavano buone», con la sua elegia delle montagne ferme, gentili, zitte, sempre “disponibili”verso di noi. Per Damiani, inoltre, il male è sempre fuori di noi. Le guerre, cui partecipiamo anche diventando assassini, vengono sempre da fuori. E anche in ciò ci sembra polemicamente estraneo all’idea molto moderna della ambigua mescolanza di bene e male. Ma potrebbe avere ragione lui. Nei Vangeli a un certo punto si dice che il male proviene dall’esterno: basta assimilarlo e subito espellerlo attraverso le vie naturali del corpo. Non deve farci paura, non ci appartiene. Quella di Damiani è una poesia essenziale e commovente. Il suo ritmo è sommesso, e anzi la precede. A volte può sembrarci esile, un po’afona, quasi rinunciasse allo scatto del metro; ma corrisponde invece ad una metrica interiore ben sicura delle sue ragioni e nient’affatto umile.
di Filippo la Porta
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