 Alla presentazione romana di Sul conformismo di sinistra di Fulvio Abbate (Gaffi Editore) Pierluigi Diaco ha dichiarato la sua totale estraneità a una problematica del genere, liquidandola come fatalmente «generazionale».
Non ho difficoltà a immaginare che per un ventenne o trentenne di oggi (ma quanti anni ha veramente Diaco?) le ragioni che hanno spinto quelli della mia generazione all’impegno politico restino incomprensibili. E così l’intera vicenda novecentesca, fatta di passioni ideologiche oggi indecifrabili. Occorrono nuove “narrazioni” del nostro presente. La stessa contrapposizione destra-sinistra, non del tutto obsoleta in certi suoi aspetti, andrebbe però declinata diversamente. Forse bisognerebbe scrivere una seconda puntata del libello di Abbate e occuparsi del “conformismo dell’appartenenza politica”. Che intendo dire?
Come ci indicano alcuni “maestri” irregolari del Novecento (Simone Weil, Orwell, Camus) il vero conflitto della modernità torna a essere quello tra individuo e società: l’individuo - entità particolarmente depressa in Italia, tra cattolici e comunisti - conta sempre meno delle sue appartenenze. A un anno di distanza dall’uscita del saggio di Schumpeter Socialismo, capitalismo,democrazia (la Bibbia dei politologi) e cioè nel 1943, Simone Weil, che faceva parte del governo in esilio di De Gaulle, scrive la sua “Nota per la soppressione dei partiti politici”, in cui semplicemente tenta di valutare i partiti politici secondo il criterio della verità e della giustizia. E vi sostiene che «ogni partito è totalitario nel germe e nell’aspirazione», poiché suo primo scopo «è la propria crescita, e senza alcun limite».Vi sembra un’esagerazione? Eppure la storia stessa del Novecento dovrebbe insegnarci che è accaduto ovunque quel «rovesciamento della relazione tra fine e mezzi» di cui parla Weil e che si manifesta quando «il collettivo domina gli esseri pensanti». E così torniamo al conflitto fondamentale tra individuo e società (o tra individuo e collettività).
Personalmente sono di sinistra, ho sempre votato e militato a sinistra, però non sento la sinistra italiana di oggi come la mia “patria” o come la mia “famiglia”. Ho molti amici che invece definirei “patrioti” della sinistra: il che è pericoloso perché per un patriota la patria alla fine è più importante della verità. Voto a sinistra perché credo che per risolvere i problemi della società contemporanea l’accento vada messo più sulla cooperazione che sulla competizione, ma questo non condiziona la mia intera visione del mondo, le mie idee morali ed estetiche, i miei dubbi religiosi, i miei gusti e preferenze culturali. La mia massima aspirazione è esistere anche pubblicamente come “individuo”, indocile e disorganico. Sopprimiamo i partiti? Certo che no. Ma ridimensioniamoli, non permettiamogli di invadere troppo, nel bene e nel male, la nostra esistenza di individui liberi e gelosi della propria libertà, al di là di appartenenze che sono sempre molto parziali.
di Filippo La Porta
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