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Un giorno un amico mi disse: «Sei nato in Etiopia, ma i tuoi affetti sono qui».
«Immigrato di seconda generazione». La prima volta l’ho sentito dire in una situazione assembleare del movimento per i diritti civili, era all’inizio del 2004, da allora l’ho sentito più volte. Mi sono sempre domandato chi fosse il genio che ha coniato questo modo di dire. Come se Roma avesse riconosciuto, solo ora, l’esistenza del fenomeno migratorio, che esiste da millenni. A me, invece, la situazione non è nuova.
Sebbene nato in Italia, ho avuto il permesso di soggiorno fino all’età di 18 anni. Ora di anni ne ho 28. In pratica la regola vuole che si dia il permesso di entrare e soggiornare in Italia, senza contare che la sola emigrazione da me, come da altri nelle mie stesse condizioni, corrisponde a quella dalla pancia di mia madre a un letto di ospedale. Mi chiedo se sia necessaria un’attesa di diciotto anni per dimostrare che anche volendo, non potrei tornare nel mio unico possibile Paese di provenienza, la pancia. Effettivamente, chi rientra in questa categoria percepisce fin dalla tenera età che c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui sia le istituzioni sia la collettività ci concepisce. Un giorno, però, all’età di 13 anni, a scuola conobbi un ragazzino italoamericano che mi fece quella fatidica domanda: «Di dove sei?». «Etiopia» fu la mia risposta. «Dove sei nato?». «A Roma». Alla mia replica, il tipo si mise a urlare. Cominciò a rimproverarmi, parlava in un “broken pugliese”, miscuglio tra americano e un qualche dialetto pugliese. Cercava di farmi capire che ero italiano, perché questo era il paese dove ho fatto le scuole, dove ho avuto le mie carezze. Mi ricordo particolarmente questa parola, «carezze», perché il ragazzo la ripeteva continuamente, per sottolineare che questo era il luogo dove ho avuto gli affetti. La pronunciava in un modo buffo, con tre “r”.
All’età di 18 anni l’Italia mi stava stretta. All’epoca frequentavo un fast food a piazzale Flaminio, dove avevo una comitiva. Molti di noi erano figli d’immigrati, diversi solo apparentemente. Alcuni avevano famiglie di ambasciatori, altri erano romani autoctoni, che venivano dalle periferie. Si andava lì, principalmente, perché tutti sentivamo l’hip hop, ma in realtà era perché quel luogo ci identificava e quindi ci proteggeva. Ma nemmeno questo nostro rifugio bastava per farci sentire a casa. Nasceva, pertanto, il desiderio comune di andare lontano. Via. Così ci fu chi emigrò a Londra, chi ancora più lontano: in Canada, Stati Uniti, Norvegia, Svizzera. Toccò pure a me. Nacque l’esigenza di raggiungere alcuni di loro. Ebbi la fortuna d’andare in una vacanza studio per l’inglese negli Stati Uniti. Fu un assaggio di vita in una società multietnica. Ho avuto da subito il desiderio d’andarmi a stabilire in un posto che avesse quelle caratteristiche.
Raggiungendo queste mete, ho quindi incontrato alcuni dei vecchi amici del Flaminio. Con loro si parlava di Roma, degli ambienti che frequentavamo, degli amici, delle usanze, con un filo di nostalgia. Moti di loro domandavano anche l’andamento del tasso d’intolleranza, per autoconvincersi d’aver fatto la scelta giusta a lasciare l’Italia. Dal canto mio cercavo di dirgli che le cose stanno cambiando, che magari andava bene lavorare lì dove stavano, ma che non avrebbe guastato fare una capatina, alla base. Mi rispondevano: «In visita, forse». Non mi credevano. Dopo circa quattro anni di paesi anglosassoni, sono tornato a Roma ed è stato un attimo. Al primo cappuccino mi sono innamorato della città, come non mai, perché ho ritrovato me stesso e ho rivissuto questa città, con tutt’altra passione. Intanto io rivendico la mia identità e sento d’essere proiettato verso il futuro: sono un “romano di prima generazione”. Ciò non mi limita dal vivere con orgoglio le mie origini africane.
Romano |