Ora i media accendono i riflettori sulla scuola, i politici sfoggiano e ribaltano teorie e responsabilità. Nel chiacchiericcio la distanza dalla realtà è abissale e il colpevole è sempre lo stesso: il corpo docente di Giuseppe Benedetti
Non c’è molto tempo, prima che cali il sipario mediatico sulla scuola. Perciò chiediamoci subito: perché dovremmo pensare che gli appelli dell’opposizione alla mobilitazione sulla scuola questa volta non si disperderanno con i primi venti autunnali come già avvenuto e invece produrranno qualcosa di proficuo? Solo perché non abbiamo alternative? Per qualche giorno si accenderanno i riflettori sulla scuola. L’inizio d’anno scolastico inevitabilmente affannoso, con il consueto andirivieni di insegnanti da una scuola all’altra, il progressivo cedimento delle strutture già logore, l’insistito ritornello del caro-libri, occuperà qualche ritaglio di cronaca. In questa manciata di giorni che precede l’inizio delle lezioni la scuola uscirà dall’ombra. E in queste giornate gloriose per la scuola già si affilano le armi dialettiche per le battaglie politiche d’autunno, perché l’autunno dovrà essere caldo. Così sui media gli insegnanti vengono tirati da una parte e dall’altra, come quei pupazzi di gomma colorata e ripiena di farina che tra le mani assumono tutte le forme possibili, secondo l’estro e il momento. Qualcuno dice che i docenti italiani, così come gli impiegati pubblici, sono dei fannulloni? Un altro di riflesso risponde che gli insegnanti sono gli eroi del nostro tempo. Se un altro ancora dichiara che la scuola è un fondo a perdere, al massimo un ammortizzatore sociale, si trova pur sempre qualcuno pronto a proclamare che la scuola è l’investimento più importante per il futuro del Paese. E tra gli opinionisti tirati in ballo nessuno riesce a sottrarsi alla tentazione di disegnare l’identikit dei responsabili del degrado.
Nella sarabanda di diagnosi e ricette, la reputazione del personale della scuola subisce la stessa sorte di quei pupazzi colorati tirati in lungo e in largo, percossi e accarezzati, sbattuti contro il muro per la curiosità di vedere fino a quando resisteranno. Nei preliminari delle battaglie d’autunno i soggetti politici sono, come al solito, concentrati su loro stessi. Manipolano l’oggetto dei loro discorsi come quei pupazzi anti-stress ed escono stranissime fogge che rivelano quanto siano legati ideologicamente al passato e proiettati verso un futuro improbabile, un po’ dinosauri un po’ creature avveniristiche, un incrocio tra antenati e pronipoti. Il linguaggio è vecchio perché vecchie sono le idee e le idee sono vecchie perché gli antenati-pronipoti se ne infischiano di come stiano veramente le cose. Investigare la realtà è un’operazione antiquata, oltre che faticosa, e non porta nulla alla causa dei nostri soggetti. Così ci si prepara alla battaglia d’autunno attingendo al solito catalogo di frasi a effetto, per riproporre i consueti rituali autocelebrativi. La distanza abissale dai fatti reali sgonfia ogni presa di posizione, anche la più consapevole e coerente, riducendola a puro chiacchiericcio. Come si è creata questa distanza, come si è formato questo vuoto tra le parole e i fatti che ha portato alla passività, al senso di impotenza, alla rassegnazione più nera il personale della scuola? Scambiando la scuola com’è veramente, per diversi motivi, che però dipendono tutti dall’abbandono in cui versa per l’indifferenza e l’azione distruttiva della nostra classe dirigente, scambiando, dunque, la scuola reale con un’illustrazione patinata di come dovrebbe essere ma non può a causa dei pochissimi mezzi di cui dispone. La scuola non riesce più a reggere il peso di tutti i progetti utopistici, di tutte le architetture ideali in cui viene rivoltata. La scuola non può più sostenere il gravame delle responsabilità che le si accollano mentre viene saccheggiata e ferita.
I dinosauri futuribili hanno caricato la scuola di attese altissime, facendone la fonte di mille promesse e la leva di palingenesi epocali. Tutto ciò mentre toglievano alla scuola le risorse vitali o assistevano inerti all’impoverimento del sistema dell’istruzione pubblica. Si è determinato un circolo vizioso. La scuola ha dovuto sempre inseguire traguardi inarrivabili con le conseguenti dichiarazioni fallimentari. Nel circolo vizioso si è introdotto il ceto burocratico-politico-pedagogico, covando l’idea della Grande riforma, di un cambiamento che avrebbe risolto tutti i problemi ma che nel corso del tempo, nel carosello delle eventualità, ha prodotto un risultato certo: mortificare il personale della scuola. Così tra tanti ipotetici colpevoli della mancata Grande riforma si è trovato nel corpo docente un responsabile certo della rovina. Probabilmente questo è il motivo per cui la scuola non raccoglie attenzione nella società civile: troppe dichiarazioni di intenti, troppe chiacchiere che non hanno trovato realizzazione alcuna. Troppe volte si è gridato al lupo inutilmente e l’allarme non funziona più. Le notizie sulla scuola non rientrano nelle cronache che trasudano conflitti reali, scontri sindacali, solidarietà di categoria, apprezzamento e avversione nella società civile. Appartengono semmai al fiabesco. A un mondo che ci piace immaginare e non deve mescolarsi con la realtà. Come si giustifica altrimenti prospettare, nelle attuali disperate condizioni, l’apertura delle scuole per tutto l’anno e durante tutto il giorno? Basterebbe farsi un giro nelle aule scolastiche nei mesi più caldi, durante gli esami, i corsi di recupero e gli scrutini, quando la permanenza tra quelle mura è insopportabile per il clima torrido. Oppure basterebbe fare un po’ di conti sulla riduzione del personale negli ultimi anni e dare un’occhiata agli spazi destinati all’attività sportiva nelle scuole per rendersi conto immediatamente che proposte del genere non troverebbero posto neanche nel libro dei sogni. Nel nostro libro dei sogni, per lo meno, perché in altri contesti c’è un’altra politica. Ed è questa che dovrebbe cambiare, a partire dal rapporto con la base. Nei convegni politici gli incontri dedicati alla scuola seguono sempre lo stesso copione, che prevede una comunicazione unidirezionale, dal vertice alla base. Politici, sindacalisti e pedagogisti intervengono negli appuntamenti culminanti mentre relazioni e commenti del personale scolastico si ammucchiano, sempre più rancorosi, dentro il recinto di seminari sistematicamente disertati dalla classe dirigente, impegnata ogni volta altrove a professare il proprio credo riformista e a raccontare la scuola in forma mitologica. Al personale della scuola non resta che abbaiare alla luna.
Quando poi miracolosamente un docente trova uno spazio per parlare della scuola vera davanti ai gruppi dirigenti, come è successo alla professoressa Mila Spicola a un convegno del Pd al Palasport di Roma nel giugno scorso, ecco pronta la trasformazione in un eroe. La realtà diventa mito e se i docenti, pur senza alcun riconoscimento, lavorano di più rispetto a prima, se sono pagati in modo vergognoso, se operano in edifici in cui non sono rispettate le norme sulla sicurezza, si aggiunga pure un altro capitolo sotto il titolo Gli eroi del nostro tempo. Missionari o eroi ci vogliono sempre protagonisti di una grande bugia.
3 settembre 2010
|