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È bene che non esista Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Guardavo l’ultimo numero di left pubblicato prima di ferragosto e sentivo che sorgeva, da ciò che non è percepibile, un venticello di gratitudine. Rileggevo più volte, come fossero preghiere, le frasi che iniziavano i cinque pezzi di cui è composto l’articolo: “Rashomon”. Sono in corsivo perché non le ho scritte io ed il titolo è quello di un famoso film degli anni Cinquanta. Si rappresenta la storia di un processo per omicidio e violenza carnale in cui l’imputato (il bandito), la vittima (la donna) e due testimoni (il boscaiolo ed il prete) danno versioni diverse del medesimo fatto. E, nell’articolo successivo scritto da me, misi il titolo “La Verità”. Sono passati quasi sessanta anni da quando lo vidi. Sono certo che aveva seminato qualcosa in ciò che non è percepibile, nella veglia, con i sensi della coscienza. Ora so che fece una memoria senza coscienza di quanto avevo visto ed udito. Sono incerto nella conoscenza di questo qualcosa. Sono certo della realtà dell’esistenza di tale memoria, ma non so la verità di essa. Può essere definita con le parole rassegnazione che nasconderebbe la disperazione, rivolta che nasconderebbe la vitalità. Ma la vita di sessanta anni mi fa vedere che il “non” terribile, che condurrebbe al pensiero comune che la verità non esiste, tutto può essere vero come tutto può essere non vero, non ci fu. Il “non” assassino che avrebbe condotto alla depressione per tutta la vita si trasforma in un “non” che perde l’ultima lettera e diventa rifiuto: No. Non è vero che non esiste la verità e, se esiste non è possibile conoscerla. Pensare che esista è atto di fede religiosa, è credere per opera dei sentimenti e le emozioni, non è pensiero razionale che scopre le realtà materiali percepibili. E la scienza si arroga il diritto di dire che quella realtà è la verità delle cose del mondo. Ma io non so qual è la realtà di ciò che, nel pensiero senza coscienza, potrebbe fare la verità della realtà umana. La realtà di una certezza interiore che diceva, senza pensiero verbale: non è vero che il pensiero senza coscienza non esiste. E sono certo che la negazione è della cultura, comunemente diffusa nei riguardi della verità, che afferma che l’identità umana sta nella ragione. Io feci un rifiuto anche se le tre lettere che compongono il termine “non” sono identiche. Invece esse esprimono un pensiero diverso a seconda che siano accanto ad altre. Non è vero che il pensiero senza coscienza non esiste, non è vero che il pensiero senza coscienza esiste. Il secondo “non” tenta di eliminare il primo non, e ci è sempre riuscito nel pensiero razionale della cultura diffusa da migliaia di anni. Ormai sono certo, lo ero anche cinquanta anni fa, quando ho dimostrato che la negazione (che talvolta è bugia) sta nel “non” legato all’esistenza del pensiero senza coscienza. Era un rifiuto senza ragione ovvero, come dice la mente comune, irrazionale. E mi spavento un po’, al pensiero che la parola irrazionale viene usata per definire i delitti senza motivazioni che fanno dire ai periti dei giudici “incapacità di intendere e volere”.

Leggevo i corsivi e ricordavo l’intervista a Guidorizzi in cui si svolge un dibattito interessante tra giornalista e professore. Ma, come fossero ricordi di brutte e cattive donne con i nomi di Medusa, Sirena, Gorgone, compaiono le pagine de la Repubblica in cui vengono riferiti esperimenti e scoperte americane o inglesi. E quando ritorna il ricordo senza memoria delle parole “il feto di pecora sogna a cinque mesi di gravidanza”, non so più se vedo una testa piena di serpenti o Scilla dai denti aguzzi che divora i compagni di Ulisse. E già l’irrigidimento del rifiuto mi faceva dolere i muscoli dell’addome, quando compare il ricordo delle righe che dicono “il bambino, fino a cinque anni di età, non sogna”. E mi sembra di vedere il lettore terrorizzato di fronte alla richiesta, non latente, di far diventare la propria testa, di pietra. Ho parlato dell’esistenza della pulsione di annullamento che emerge quando un essere umano perde la vitalità. Dovrei parlare, per una dialettica cortese, di negazione; ma non riesco. Pensare che il feto di pecora sogna soltanto perché muove gli occhi mi sembra l’annullamento di ogni possibilità di pensare la realtà umana. Non è un pensiero deduttivo; è come credere che un asino vola e una rondine tira un carretto. Mi sembra una negazione tale per cui viene annullata la realtà di ciò che si potrebbe chiamare: rapporto elementare con la realtà. Viene proposto di pensare che la pecora è ad un livello di evoluzione superiore a quello umano. Ora non so come si possa giungere a tali pensieri. Mi sembra che la scoperta che il pensiero umano sorge dalla realtà biologica, alla nascita, per lo stimolo della luce sulla rètina, è un metodo di ricerca totalmente opposto perché si basa sul rapporto interumano. Ma mi fermo perché penso che la discussione sia impossibile tante e mostruose sono le negazioni di deduzioni che scoprirebbero il latente invisibile.

Giunse anche la notizia che il problema dei sogni-incubi, era risolto. Era sufficiente chiudere gli occhi e pensare cose diverse dalle immagini dei sogni, e l’angoscia passava. Era sufficiente pensare ad una Cadillac bianca e a bolle di sapone di fronte ad occhi grandi e spaventosi, perché “l’incubo finisca nell’angolo della stanza”. E non finirono così i giorni liberi dal lavoro di psicoterapia in cui si interpretano i sogni. Il 6 agosto, sempre da la Repubblica: “La prima conclusione... è che mai più Proust potrà assaggiare una madeleine senza rivivere la memoria del passato”. Ma, forse, la giornalista fa una sottile ironia. Ma a me, leggendo quelle righe, veniva in mente, non l’infanzia, ma quel congresso di psichiatria di anni fa in cui si disse che la schizofrenia era causata dal formaggio detto pecorino sardo ed anche dal caffè. Ciò si ricava da “topolini che prima hanno paura di certi stimoli (suoni, lampi di luce...), o di una scossa elettrica. Poi hanno distrutto un gruppo di neuroni... e nei roditori era scomparsa la paura”. Ho pensato, subito, alla lobotomia. Poi al nesso che ci sarebbe potuto essere tra il pensiero dei topolini e quello degli esseri umani. Ma facevo difficoltà a trovarlo.
La settimana successiva respirai meglio. “Come si inventa un sogno” era un bel titolo. C’era il grande nome di Shakespeare ma, purtroppo, c’era anche il nome Freud. Chissà perché dimenticano sempre che Freud non poteva, più che non sapere, interpretare i sogni; non pensava alle idee innate ma ad una presenza, nell’inconscio, della scimmia. Credeva alla “novella” di Jekill e Hyde.

Penso che l’Illuminismo ha, più che ripetuto, “ricreato” mostruosamente il logos greco. Allora pensavano che ciò che non era coscienza era animalità, mancata realizzazione umana.  Da dove vengono i sogni? Sono eredità filogenetica di milioni di anni fa? Sarei costretto a pensare che l’inconscio inconoscibile “è la realtà scimmiesca dell’essere umano”. Vedono soltanto la realtà biologica umana che, peraltro, non è la stessa dei topolini. E ciò che non è, nell’essere umano, realtà biologica percepibile? è anima spirituale? Oppure, per l’Illuminismo, è pazzia.
Ma poi, tre giorni dopo, ancora su la Repubblica, si parla di vitalità. Ma sarebbe un certo sig. Stern e si dimentica che, a Roma, se ne sta parlando da trentacinque anni, nella teoria e nella prassi di una psicoterapia di gruppo basata sull’interpretazione dei sogni. In Italia, quaranta anni fa, fu scritto un libro che faceva, con questa parola, la base della teoria della nascita umana che inizia con la fantasia di sparizione e non con la pulsione di annullamento. è una storia molto nota; non si sa perché... la Repubblica non se ne è mai occupata. Preferisce diffondere la notizia che i sogni sono nel feto di pecora e non nel bambino.

Forse dovrò chiedere perdono. Lo farò e, per giustificarmi, confesso che la mente, lasciata sola senza le interpretazioni dei sogni, è tornata al narcisismo neonatale ed il pensiero è stato soltanto fantasia. Senza sentirlo, il nome Omero era presente e scrivere di Eolo che regala l’otre con i venti ad Ulisse non è sogno. Penso sia un’immagine inconscia non onirica. Ora ho ripreso il lavoro e devo portare al linguaggio verbale le immagini oniriche degli altri. Ma, come se fossi mezzo addormentato, vedo l’immagine della copertina di Istinto di morte e conoscenza del colore rosso mattone. Mi sveglio ed il pensiero verbale mi dice che è l’otre che Eolo regalò ad Ulisse perché, contenendo i venti, potesse navigare tranquillo. E, forse, mi sono addormentato perché vedo un asino che con la lingua sfoglia le pagine... avvelenate secondo U. Eco. E il compagno stupido di Ulisse aprì l’otre e scatenò le tempeste del mare. Ed il colore dell’oro mi dice che è l’edizione di aprile 2010 che ha scatenato le tempeste. E la Repubblica si è affrettata a proporre che la mente umana è come quella dei sorci e la scienza di essa è il riflesso di Pavlov... e le emozioni ed il pensiero sono secrezioni di serotonina e dopamina. E vedo la fascia bianca che i medici del pronto soccorso portano al braccio e leggo la distinzione tra memoria fantasia e ricordo cosciente.

 
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