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Left n.33 del 27 agosto 2010Storie di fiumi di soldi che arrivano al Nord direttamente dai posti di comando a Roma. Per scuole dei popoli padani, feste tradizionali, ristrutturazioni
di Marcantonio Lucidi

C'è l’assessore alla Sicurezza, segretario leghista nonché vigile urbano di Barbarano Vicentino Alessandro Costa, un debole per la Porsche Cayenne, accusato di favoreggiamento della prostituzione perché avrebbe gestito siti internet con annunci di squillo e transessuali; e c’è Manuela Marrone, moglie di Bossi, che ha fondato la Libera scuola dei popoli padani gratificata di 300mila euro nel 2009 e 500mila nel 2010 grazie alla cosiddetta “legge mancia”, soldi che le permettono di ripianare il passivo 2008 di 495.796 euro. La “legge mancia” contiene finanziamenti “a pioggia” per enti pubblici, privati, chiese e associazioni sparsi su tutto il territorio nazionale. Si tratta di provvedimenti che non passano nelle aule parlamentari ma solo in commissione Bilancio di Camera e Senato. Sono denari utilissimi per fare un po’ di campagna elettorale sul territorio con interventi che vanno dal milione e poche migliaia di euro, di cui 115mila, per esempio, sono finiti nelle casse di un asilo di Cazzago Brabbia (provincia di Varese) grazie all’interessamento del leghista Giancarlo Giorgetti, ex sindaco del paese.

C’è Leonardo Carioni, presidente della Provincia di Como che ha stanziato oltre 70mila euro per un progetto di “rilevazione lessicale e studio etnoantropologico nell’area prospiciente la riva orientale del lago”, mentre il suo collega Gianpaolo Bottaccin, presidente della Provincia bellunese, ha dedicato ottomila euro per la manifestazione “Sapori e Sapere delle tradizioni venete” ma addirittura 225mila per un’iniziativa intitolata “Sapori alpini”, necessarissima all’importantissima ricerca sulle similitudini fra la cucina bellunese e quella austriaca. Il Carroccio che osteggiava le province fino a chiederne in un passato non tanto remoto l’abolizione, adesso ne controlla una quindicina e non intende mollarle perché ha scoperto che si tratta di poltrone dalle quali si possono imbastire molte operazioni utili ad accarezzare il pelo del consenso elettorale. Per fare nascere la provincia di Monza, nel 2004, gli adepti del Senatùr minacciarono di uscire dal governo: costo dell’operazione, 50 milioni solo per incominciare. Adesso stanno brigando per istituire la Provincia della Valcamonica, con capoluogo la megalopoli di Breno che si presenta così sul sito istituzionale: «Con circa 5000 abitanti, il suo territorio si estende sulla riva destra del fiume Oglio, con colline parzialmente coltivate e montagne con boschi cedui e di conifere». La caratteristica che rende la Lega assai peggiore della vecchia Democrazia cristiana (la quale aveva almeno senso dello Stato e dell’unità nazionale), ancora più vorace, magnona, felice di rotolarsi nel trogolo del denaro pubblico, è la sua capacità di trasformarsi all’improvviso, appena ottiene una carica, da movimento di lotta in partito di soldi e clientele. Attualmente gestisce il potere nel Nord-Est e Nord-Ovest e strilla la sua protesta in Emilia Romagna e in Toscana. La Lega ladrona urla contro gli sprechi prima delle elezioni e appena vince distribuisce ed elargisce a suo piacimento i quattrini dei cittadini. Appena conquistata la poltrona di Ca’ Corner, sede della Provincia di Venezia, la leghista Francesca Zaccariotto ha fatto appendere al soffitto un magnifico lampadario nuovo di zecca in vetro di Murano del costo di 9.240 euro (pubblici). «E mica potevamo metterci un neon», ha esclamato la Zaccariotto. La signora non poteva nemmeno accontentarsi dello stipendio previsto per la carica e allora via agli aumenti per la propria persona e per gli assessori tutti, con un costo complessivo per le casse provinciali di 200mila euro in cinque anni. Il tavolo da 13mila euro e gli arredi freschi di fabbrica costati mezzo milione si possono trovare invece nella nuova imperiale sede provinciale di Treviso. La volle Luca Zaia, che nel ’98 divenne il primo presidente di provincia leghista e poi ha fatto carriera, prima ministro dell’Agricoltura e attualmente governatore del Veneto. La sede nasce dalla ristrutturazione del vecchio manicomio di Sant’Artemio ed è costata 80 milioni di euro invece dei 35 previsti inizialmente. Ma si sa che i costi lievitano in corso d’opera, senza poi contare i centomila euro indispensabili per l’inaugurazione. Il successore di Zaia, l’altro leghista Leonardo Muraro, dopo aver festeggiato il trasloco nell’ex ospedale psichiatrico, ha anche stanziato 200mila euro per un po’ di spot sulle televisioni locali per celebrare le iniziative del suo ente locale.

Grigliate da 70mila euro per la promozione della vacca veneta e documentari etnici da 200mila euro l’uno; progetti di studio delle lingue locali che finora si sono mangiati 35 milioni; fumetti distribuiti agli scolari lombardi, spacciati per libri di storia e costati alla Regione 105mila euro per 10mila copie con refusi storici, l’Unità d’Italia senza Garibaldi e i galli che cantano “we are the padan cocks”; il ridicolo kolossal sul Barbarossa che ha incassato meno di un milione ma 30 ne è costati alla Rai a causa delle pressioni di Bossi. Il Carroccio spende e spande i soldi degli italiani in quasi ogni angolo delle sue nordiche conquiste. Un esercito di sconosciuti politici locali, piccoli roditori di quartiere e di borgo, militanti da bocciofile e sale biliardo, male istruiti, incompetenti, sottoformati ma rispettosi delle gerarchie e ligi agli ordini, escono fuori dai “bossifondi” leghisti e s’avviano a carriere d’amministratori locali al servizio del partito. Il quale li aiuta dai suo posti di governo a palazzo Chigi con l’apertura di tanti, ma poco visibili, rivoli di denaro da far gestire sul territorio. Trasferimenti sotterranei che non figurano in Finanziaria. Nelle province governate dalla Lega, si è fatto un uso imponente della Cassa integrazione in deroga, pagata dal cittadino e decisa con assoluta discrezionalità dalla politica. Fra scudi fiscali, svuotamento degli strumenti di lotta alla microevasione e facilitazioni alle piccole imprese dei distretti industriali, come il concordato anticipato delle tasse che le mette al riparo per tre anni dalle ispezioni, a palazzo Chigi hanno lavorato molto negli ultimi mesi per semplificare la vita alla Lega. Come nel caso delle quote latte, un “regalino” del Carroccio inserito come emendamento nella manovra correttiva per evitare agli allevatori furbetti di pagare le multe dell’Unione europea. La trovata costerà all’Italia una sanzione di un miliardo e mezzo da parte di Bruxelles per l’infrazione alle regole comunitarie. Machisseneimporta, la Lega doveva salvare il suo bacino elettorale degli agricoltori del Nord. Comunque anche l’Unione trova un suo posticino nel cuore dell’Umberto. Al punto che il capocarroccio ci ha mandato i suoi affezionati familiari. Il fratello Franco Bossi e il figlio primogenito Riccardo hanno fatto la loro brava esperienza a Bruxelles e nel 2004 li si ritrova assunti al Parlamento europeo con la qualifica di assistenti accreditati. Pagati benino assai, visto che ogni deputato riceveva all’epoca per l’assistente oltre 12mila euro al mese. Certo Franco e Riccardo mostravano di avere una solida preparazione, il fratello aveva esperienza come gestore di un negozio di autoricambi a Fagnano Olona e del primogenito si sapeva che all’epoca era fuori corso all’università ma si interessava molto di auto sportive. Per non parlare del maturando pluririmandato Renzo Bossi, da poco eletto consigliere regionale a 21 anni grazie a papà e a 12mila voti. La “Trota” ha già espresso con sintetica e immediatamente afferrabile proposizione la propria visione del mondo: «Nella vita bisogna provare tutto, tranne droga e culattoni».

Tuttavia quella stessa incapacità che assicura i vertici leghisti della subordinazione dei militanti e dei suoi amministratori locali, ha infarcito il partito di incapaci e provocato in passato non pochi guai. Al punto da indurre l’ex governatore della Carinzia Jorg Haider, scomparso nel 2008 in un incidente automobilistico, a definire Bossi «il capo di una banda di imbroglioni all’assalto delle spiagge croate». La vicenda parte nel 2000 con una società, la Kemco, che vuole tirare su un villaggio turistico a Umago-Salvore, in Istria, e chiede un finanziamento di 100 milioni di marchi garantito dall’austriaca Hypo bank, di cui Haider era socio di maggioranza. Questa Kemco è interamente controllata da una srl di Montegrotto Terme, provincia padovana, la Ceit. Fra i 114 azionisti della Ceit figurano la solita Manuela Marrone, moglie di Bossi, il presidente del gruppo Lega nord Padania alla Camera Giancarlo Pagliarini, il segretario amministrativo della Lega Eduard Ballaman, il presidente e il tesoriere del partito Stefano Stefani e Maurizio Balocchi, più vari deputati del Carroccio. Quando la banca chiede la restituzione del prestito, i leghisti non trovano altro modo di ottemperare che chiedere un secondo finanziamento a copertura del primo. Insomma, i nuovi mutui servono a pagare i vecchi, gli austriaci se ne accorgono e la faccenda finisce con gli insulti di Haider, la vendita all’asta del paradiso leghista, il fallimento della Ceit, l’immobiliare leghista, e magistrati che vanno a guardare cos’è successo distribuiendo un po’ di avvisi di garanzia a vari esponenti del Carroccio.

Molto più pesante il crac della “banca padana”, la Credieuronord, creata nel 1998, finita al centro di uno scandalo finanziario e andata fallita, malgrado l’interessamento di Giampiero Fiorani, inghiottendo i risparmi dei simpatizzanti leghisti che ne avevano sottoscritte le azioni. Le traversie finanziarie sono roba consueta negli ambienti della Lega.
Nel 2007 uscì fuori dalle inchieste della magistratura sui dossieraggi illegali Telecom un appunto sequestrato a un giornalista messo ai domiciliari. Vi si leggeva di «70 miliardi (di vecchie lire, ndr) dati da Berlusconi a Bossi in cambio della totale fedeltà». Smentì Nicola Ghedini, avvocato di Berlusconi, s’indignarono i leghisti, «fantasie», «bufala colossale», «calunnie».
D’altro canto, l’aveva detto chiaro e tondo il Senatùr tre lustri fa: «Bisogna che si mettano in testa tutti, anche il Berlusconi-Berluskaz, che con i bergamaschi io ho fatto un patto di sangue: gli ho giurato che avrei fatto di tutto per avere il cambiamento. E non c’è villa, non c’è regalo, non c’è ammiccamento che mi possa far cambiare strada». Fatto sta che se dei 70 miliardi nulla si sa di sicuro, la fedeltà invece è stata dimostrata ampiamente dopo l’accordo elettorale che portò alla vittoria del centrodestra nel 2001. Ben diversi erano i toni fra i due a seguito del ribaltone del ’94. Bossi chiamava Cavaliere «quel cornuto», «il bandito», «quel delinquente», «brutto mafioso» oppure, rara perla di eleganza, «il suino Napoleon». Ma erano gli anni ruggenti della Lega, quando il Bossi sapeva come ci si rivolge alle signore e durante i comizi in piazza faceva il gesto dell’ombrello urlando nel microfono: «Ehi Boniver, bonazza, la Lega è sempre armata, ma di manico!».

27 agosto 2010

 
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