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La verità Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

Fu Emanuele Severino a turbare, felicemente, la mente che non aveva realizzato pienamente il rifiuto delle cose non vere. Disse: filosofare non è amore per la sapienza, ma è ricerca della verità ἀλήθεια. La definizione determinò, nell’animo, un movimento che cercava di raggiungere il pensiero verbale. Come un bambino curioso che chiede spesso il perché delle cose, il pensiero cosciente si spostava nel tempo da una lettura all’altra, ma non rimaneva impressionato da nessuna parola o frase che dicevano il pensiero degli antichi. Sentiva che il suono era come quello dei religiosi che credono senza cercare, per una certezza nei riguardi di realtà che chiamavano verità. Anche se le parole, talora erano diverse, in verità dicevano sempre le stesse cose. Udivo, alla radio, ripetere la storia di Abramo e, anche quando dicevano che era diversa e opposta al logos greco, sentivo che la mia reazione era calma, strana, che forse era indifferenza. Mi sembravano preghiere rivolte ad un dio invisibile che io non sapevo dove fosse e cosa fosse, nonostante le qualifiche di onnipotente, onnisciente, eterno. Soltanto l’ultima parola rimaneva nel ricordo, ed ora lo so: era perché alludeva, senza pronunciarla, alla parola tempo. Ed ora ricordo il protagonista della sceneggiatura di un film che scrissi nel 1991, che ebbe la definizione di “Il ragazzo che non parla”. Ora penso che tale immagine diceva che non voleva ripetere le cose ascoltate nella filosofia perché, forse, erano preghiere rivolte ad un dio invisibile e non nominato. Gli antichi, manifestamente, dicevano che si erano separati dal pensiero religioso che credeva senza pensare ma, evidentemente, sentivo che non era vero. Ed ora ricordo e vedo che, in varie forme, la ricerca della verità è di tutti. Tutti temono la non verità, e considerano la menzogna una aggressione. Poi penso che non ho mai incontrato nessuno che sapesse cosa significava la parola verità. La cosa più manifesta era la ricerca della “verità dei fatti”. E posso dirlo con altre parole, ovvero la realtà di un comportamento. Ed era chiaro che veniva considerata la percezione che l’uomo ha con la coscienza, nella veglia. E così, se un individuo non diceva la verità descrivendo la realtà delle cose percepibili, aveva un disturbo o malattia della percezione, o diceva bugie. Ed il termine è stato sempre legato ad una intenzione cosciente di dire la …non verità, ovvero alterare il ricordo del comportamento che era soltanto spostamento del corpo nello spazio. Ed io pensavo che dire la bugia significava inventarsi una cosa inesistente. Significava fare una immagine che non rappresentava la realtà: e se non diceva la realtà del fatto percepito, era menzogna, ovvero l’espressione di una violenza contro altri che non era sadismo che lede la realtà fisica dell’essere umano. E la parola violenza si separò dal comportamento fatto con il corpo, e divenne linguaggio articolato che impediva ad altri la conoscenza della …verità.

Si sono mosse, l’una accanto all’altra, le due parole realtà e verità. E mi sembra di ricordare che, nel linguaggio comune, non si fa distinzione tra le due parole. E penso alla scienza della natura la cui storia mi dice che il rapporto con la realtà è diventato, nel tempo, sempre più intelligente perché sono riusciti ad aumentare la forza della percezione che “vede” la realtà della materia più di quanto possano fare, nella veglia, gli organi di senso. E la domanda viene “si può usare la parola verità?”. Forse sì perché si sarebbe raggiunta la verità della realtà esistente, fatto che può essere dimostrato dalla possibilità che tale conoscenza può essere realizzata da altri. Forse no, perché la scienza della natura ha raggiunto un metodo di ricerca diverso per cui è il pensiero verbale che immagina l’esistenza di una cosa mai percepita e, quindi, mai pensata. Perché, lo sto ripetendo più volte, il metodo razionale della scienza chiede, prima di pensare, la percezione dell’attività dei cinque sensi della veglia. E qui le parole si avvicinano l’una all’altra con il rischio che ciascuna perda la sua identità. “Cos’è la verità?” La domanda torna e mi rendo conto che, in genere, gli esseri umani si chiedono “qual è la verità?”. E non è la stessa domanda di prima. Usare il termine “qual è” dice che si ritiene che la parola verità indica qualcosa di ben definito che non si conosce. E, come fanno giudici, commissari e persone gelose, l’esigenza della conoscenza si limita alla ricerca di come si è svolto il comportamento. E la mente risponde immaginando, ma soltanto facendo figure del ricordo cosciente che registrano la realtà materiale dello spostamento di un corpo nello spazio. Ma, evidentemente, ho sempre rifiutato la dizione “verità dei fatti”. è realtà di un comportamento visibile ricostruita con il ricordo cosciente. E la parola verità quale realtà chiama? Sembra una ricerca impossibile. Ma io so che dimenticare non fa il latente ed il ricordo cosciente non è ricreazione di una realtà umana perduta.

Ma viene alla mente la parola “latente” e penso alle piante ed ai fiori che ho davanti agli occhi. Vedo la loro esistenza percepibile, non percepisco la struttura delle foglie e dei tronchi circondati dalla corteccia; ciò che penso di conoscere l’ho saputo dai botanici che hanno studiato… e se tento di scrivere la parola “latente”, la penna si blocca ed io non so se è catatonia schizofrenica o stupor depressivo. Infatti, se penso, la parola di uso comune ha assunto, nell’interpretazione dei sogni, un significato ed una identità diversa dal significato solito che allude a qualcosa di nascosto. Ed è ovvio il perché: “qualcosa di nascosto” è qualcosa che non è manifesto ma si può conoscere con i sensi della veglia e il pensiero della ragione che scoprono realtà esistenti ma  non immediatamente conoscibili. Ascoltare il racconto di un sogno e pensare al significato latente e pronunciare l’interpretazione vuol dire aver potuto fare un movimento mentale che investe tutto il corpo. Chiede, cioè, che si metta tra parentesi il comportamento che comprende lo spostamento del corpo, chiede che ci si renda indifferenti all’identità razionale e sociale. E nel momento in cui, attraverso la voce che parla, si vedano realtà latenti della mente umana e con l’interpretazione si dice di una realtà che non c’è, mancanza della fantasia della nascita, assenza o carenza di vitalità, simultaneamente si determina la comparsa di ciò che non c’è. E non è creazione dal nulla. è ricreazione di una realtà mentale perduta per…  malattia. Ma, forse, è soltanto norma in cui regna la ragione anaffettiva.

Tre settimane fa avevo preso il titolo di un vecchio film che proponeva il tormento dell’essere umano che ha l’esigenza di sapere la verità dei fatti. Parlano di verità se sanno come si era svolto il comportamento dei protagonisti, che ciascuno descriveva in modo diverso dall’altro. Ed ora penso le parole “realtà dei fatti” e non uso la parola verità. Ed è come se si sovrapponessero le due domande che sembrano uguali ma sono diverse: “cos’è la verità”, “qual è la verità”. So che mi devo separare dal rapporto con la natura in cui le parole realtà e verità sono sinonimi. Nel rapporto interumano si è conosciuta, nella storia, la realtà del corpo e la fisiologia di esso. Poi dissero la parola psichiatria, ma la medicina della mente rimase ad essere medicina del corpo. Chi tentò di pensare alla mente non fece mai nessuna medicina. L’idea di cura non è mai esistita. Forse, parlando di inconscio perverso che fa l’uomo cattivo, hanno pensato e visto una realtà diffusa. Ma io non mi rassegnai a pensare alla natura umana distruttiva come verità. Pensai che era una tragica realtà, la pazzia umana. E portai la parola malattia che trascina le parole possibilità di cura, alla mente.

Ed ora, guardando, vedo nuvole bianche piccole e grandi che, spinte dal vento forte, attraversano velocemente il cielo e scompaiono all’orizzonte. Sono le parole che compaiono nella mente e vanno via. Soltanto se le scrivo sulla carta rimangono ad accusare gli occhi di averle dimenticate annullate? Ma tornano, sembrano le stesse, ma non sono più le stesse. E so che pensare “come le nuvole bianche che corrono nel cielo”, non è la verità. Esse sono cose materiali che sono state  conosciute e …sono sempre uguali a quelle che ricompaiono. E so che la parola ricreazione è stata disprezzata e negata nella sua identità di essere vera, non nel rapporto sociale in cui si nega la realtà inconscia ma in quel rapporto interumano in cui si svolge l’interpretazione dei sogni. Sono passati tanti anni da quando, di fronte al racconto di un sogno, mi domandai “cosa mi sta dicendo?”.
Poi scoprii che, spesso, diceva cose non vere. C’era, latente, un pensiero che voleva proporre, dopo migliaia di anni, che quella immagine era “realtà inferiore, cattiva, mostruosa dell’essere umano”, pertanto non modificabile. Non pensai alla bugia perché sapevo che non era pensiero cosciente e presi la parola negazione. Così, invece di accusare la persona di essere un mentitore disonesto, feci le interpretazioni che dicevano che era negazione cui lui stesso credeva.

 
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