Piglio da cantastorie e senza ombre di retorica. La storia antifascista raccontata da uno scrittore di classe, che ha il coraggio di schierarsi
Forse il New italian epic, presentato da Wu Ming 1 al prestigioso Mit di Cambridge con tutte le citazioni al posto giusto (e “ideologicamente” corretto) l’ha scritto un autore aideologico, provinciale, più incline al vernacolo che a formule da marketing internazionale. Si tratta di Antonio Pennacchi from Latina, che con Canale Mussolini (Mondadori, vincitore dello Strega) ci offre un grande romanzo epico-storico che spazia dalla Prima alla Seconda guerra mondiale. Proprio come il modello auspicato nel Nie, Canale Mussolini rifiuta l’ironia conformista del postmoderno, si sofferma su un episodio controverso della Storia novecentesca (la bonifica delle paludi pontine), usa il passato come allegoria che ci parla del presente, ha un piglio decisamente popolare e soprattutto rivendica uno sguardo obliquo, dal basso sulle vicende narrate. La sua è una lingua colloquiale, di un cantastorie che si rivolge a un interlocutore. I protagonisti sono altrettanti zii, dai nomi antichi: Pericle, Temistocle, Adelchi, Adrasto, Iseo… Al centro del libro un evento concreto e una grande epopea popolare: il trasferimento di 30mila contadini, in tre anni, dal Veneto e dal Friuli nella provincia di Latina: un momento quasi di “rivoluzione maoista” dentro il fascismo (anche se l’idea originaria fu di Turati), poiché lo Stato confiscò in brevissimo tempo le terre ai signori per darle ai contadini (né il giudizio sul fascismo vi è mai indulgente: anzi si ricorda il voltafaccia di Mussolini e poi lo squadrismo durissimo degli inizi, che costò tante vittime anonime). Pennacchi ha scritto la saga dei senza potere e dei senza terra, dedicata a quei contadini e a quelle famiglie con le pezze al culo (tra cui la sua), brulicante di uomini e bestie. Ha un ritmo narrativo stringente, è pieno di humour (in Africa orientale ci furono più medaglie che caduti!) e al contrario di tanta epica contraffatta di oggi non annoia mai. Ci informa inoltre su tante vicende poco conosciute, come il fatto che furono i coloni, non i tedeschi, a fermare gli Alleati dopo lo sbarco ad Anzio, riallagando le paludi. Due riflessioni. La prima su certe costanti della storia patria. Quando compare sulla scena il duce, entrando nella casa del nonno, a mangiare polenta e a riparare un’erpice, così viene descritto: parlava semplice, «frasi secche e incisive che tu capivi subito», e poi rivolge alla nonna uno guardo rapace. Insomma: demagogo e donnaiolo. E poi: c’è in queste pagine un’idea della Storia come susseguirsi di azioni che intendono fare giustizia, generando però altre ingiustizie: ogni volta si vuole aggiustare uno squilibrio e se ne crea un altro. S’impianta l’eucalyptus, perché assorbe l’acqua, e dopo beve troppo e non ci cresce più niente. Come uscire da questa ruota scintillante e priva di qualsiasi sintesi? Occorre certo descriverla bene, come fa Pennacchi (sapendo anche che bisogna schierarsi). E soprattutto prendendosi cura delle piccole cose, degli affetti privati e più reali, delle relazioni che formano il quotidiano, del nostro prossimo e di noi stessi, custodendone la memoria. di Filippo La Porta 27 agosto 2010
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