Ha riportato in auge la canzone politica nell’America di oggi. Per la prima volta Kenny White si presenta live in Italia. Da solista
Comfort in the Static è l’album che lo ha consacrato tra gli autori cult della scena newyorchese. Dopo aver per anni sbarcato il lunario facendo colonne sonore per spot pubblicitari e dopo essersi dato per qualche tempo alla scrittura, Kenny White ha deciso da qualche tempo di cambiare strada e di mettersi a scrivere canzoni in proprio. L’album, Comfort in the Static, uscito per l’etichetta Wildflowers, è oggi distribuito in Italia dalla Audioglobe. White è venuto appositamente a presentarlo a Firenze in una data organizzata dal Popolo del blues al Teatro del sale. Uno spazio raccolto, da club intimo, che ci permesso di conoscere l’artista ameriano più da vicino. Parlando di musica, di politica ma anche di temi più personali come l’arte della composizione. E proprio da qui è partita la nostra conversazione. In musica chi preferisce iniziare dal testo, chi dalle note, ognuno ha un suo modo personale per comporre. Qual è quello che Kenny White sente più proprio?«Non ho un piano preciso per i miei brani - racconta il musicista a left -. Posso cominciare da uno o più versi, oppure da un ritornello. Una volta partito con la tonalità giusta, il resto è facile. Pensi che a volte mi metto a scrivere le parole sulle tovaglie del mio ristorante preferito a New York, sei o sette pagine che sono poi diventate basi per due canzoni. Come cantautore a me interessa principalmente aver qualcosa da dire». Un ristorante a New York, come teatro di vita e di arte; il fascino della Grande Mela, appunto. Che per lui non è solo la città di residenza ma anche una grande musa. In che modo la metropoli statunitense esercita un’influenza sulla musica di Kenny White? «Sono cresciuto a New York - racconta di sé -. E questa è una città dove le cose ti arrivano direttamente senza mediazioni. Quando le giornate sono belle e va tutto bene magari non ci sono ispirazioni particolari ma in altri casi giungono tante sensazioni, problemi, visioni della vita che possono diventare temi di canzoni». Quattro anni fa, in America, ha vinto un importante premio per la musica indipendente. Per Kenny White quanto è importante essere indipendente per poter comporre?«In realtà ho vinto quel premio grazie a una canzone politica. E sinceramente ero stupito dal fatto che fosse riconosciuta come tale. Negli anni Sessanta e Settanta ce ne erano tantissime, poi il genere si è perso. Personalmente ero molto arrabbiato e frustrato negli anni dell’amministrazione guidata dal presidente Bush. Essendo cantautore non puoi che sentirti fortunato perché puoi esprimere in musica la tua frustrazione e puoi cantare davanti alla gente, Anche se non è d’accordo con te. Quindi è stata una bella soddisfazione scrivere una canzone contro Bush e vincere un premio grazie a quella». E la sua prima volta da solista in Italia? Che impressioni ha ricavato del pubblico in questo teatro trattoria nel cuore di Firenze? «Devo dire che ero molto nervoso, anche perché non sapevo come una platea che non era di lingua madre inglese potesse reagire. Alla fine devo dire che qui ho notato una grande attenzione per la mia musica. Ma forse è una caratteristica di voi italiani». di Michele Manzotti 27 agosto 2010
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