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Sulle tracce di Foster Wallace Stampa E-mail
Le partite di Matronola sul filo visionario della nuova narrativa americana e postmoderna

Diciamo subito che Daniela Matronola, esordiente con questo originale Partite (Manni), «affresco in tre movimenti», ha dei modelli alti. è tra i pochi autori italiani che tenta di misurarsi con alcune esperienze letterarie definibili sommariamente postmoderne (o meglio post-postmoderne) e ipernarrative. Penso soprattutto a Foster Wallace, che a sua volta discende dai Pynchon e De Lillo, e che ha una radicalità e serietà morale puritana appena dissimulata da un umorismo acre e irriverente. Analitico, riflessivo pur dentro l’affabulazione. La sua pagina è incrinata da una frattura appena percettibile e non rimarginabile. Ed è proprio questa frattura a far vibrare le storie, i personaggi, i dialoghi, il paesaggio. Ora, non dico che Matronola sia sempre al livello di un modello del genere. A volte, ad esempio, confida un po’ troppo in un lettore inesauribilmente paziente e allora non si cura per niente della trama e neanche si sforza di tenere un ritmo sufficientemente robusto della narrazione. Però al tempo stesso la sua pagina è ulcerata da un dolore originario, pur con un tono lieve che di solito stempera il tragico (accanto alle molte digressioni, e alle 15 note narrative). Nel libro ci sono due suicidi. Quello di Laura e poi il volo interminabile di Alberto, scrittore. Ne riproduco la pagina perché introduce benissimo allo stile virtuosistico ed ellittico dell’autrice: «Gli inquilini del primo piano pare avessero visto Alberto passare alle 22h03’ mentre, leggiadro come una foglia autunnale, planava in direzione del cortile sul retro: il mattonato duro lo aveva raccolto in forma sparsa e gonfia, riempiendo per la prima volta in assoluto il suo corpo, proverbialmente esile…». Dicevo che a Matronola non interessa tanto una storia - più o meno lineare - da raccontare, quanto la ritrattistica  morale, che poi affiora dalle tantissime storie e sottostorie. Notevole il ritratto parallelo di Pasolini e dello zio Carlo, «due morti violente». Di Pasolini si rievoca un episodio - tra le migliori pagine del libro - narrato all’autrice da uno scrittore e pittore casertano, Attilio Del Giudice. Poi un altro ritratto memorabile, quello di Bernardino, professore di chimica al liceo (e anche ricercatore universitario), fermato da tre carabinieri, con la sua «irriducibilità rabbiosa», che lo farà subito arrestare. è sdegnato e inerme, umile e sprezzante nei confronti del potere.

Nel suo romanzo-contenitore Matronola, non immemore della lezione di Sandro Veronesi (una delle dediche del libro) infila di tutto: esperienze vissute, esperienze ascoltate, leggende metropolitane, letture, cultura alta e cultura pop: l’amatissimo Bacharach, Totò e Aroldo Tieri, Richard Harris, Ivan Fossati, Cheever, Capote, Jannacci, Dino Campana, etc. Il suo centro seminascosto è la partita che Borg giocò nel 1978 a Wimbledon (lo sport vi è largamente presente: anche il calcio). Per concludere che la vita stessa è fatta di partite: non devi vincerle tutte (sarebbe irrealistico) però occorre almeno giocarle con intima adesione e un pizzico di saggia ironia.

di Filippo La Porta

6 agosto 2010

 
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