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Le pietre di Fedra Stampa E-mail
Magnifica regia e ottimi interpreti per l’allestimento dell’ultimo lavoro di Sanguineti, la traduzione della tragedia di Euripide 

Quando gli uomini non conoscono le ragioni sottili, ultramondane degli eventi, se non percepiscono i misteri che si celano dietro l’apparenza e s’affidano alla fallace verità del mondo sensibile, allora vanno incontro alla catastrofe. Solo visione e prudenza potrebbero salvarli ma siccome sono degli sconsiderati, sono menti di pietra, la tragedia euripidea di Fedra non potrà che compiersi fino in fondo. Questo sembra essere il fil di ferro che regge la traduzione di Edoardo Sanguineti, ultima opera del poeta genovese scomparso pochi mesi fa, il 18 maggio 2010, a lui commissionata dall’Inda, l’Istituto del dramma antico. Perché d’opera vera, come posata sull’originale di Euripide, trattasi, di lavoro d’autore che “grecizza” l’italiano mettendo sistematicamente il verbo alla fine della frase. Scelta sintattica pregna di senso non solo poetico ma filosofico, a dimostrare che prima vengono le cause ctonie degli avvenimenti, poi le azioni che sono le conseguenze sul piano essoterico delle prime. Difatti demoni sono chiamati gli déi da Sanguineti, non solo in riferimento al daimon greco, l’essere che intermedia tra gli uomini e gli dei, ma anche nel significato più medievale di satanico, inferico. Infatti la regia di Carmelo Rifici si scopre pervasa di accenti da dramma religioso. Con «parole petrose», secondo la definizione del regista, è costruito il lavoro di Sanguineti; «gesti di pietra» per Jacques Le Goff sono le più alte espressioni dell’età di mezzo, le cattedrali.

Nella città di Trezene, il dramma incomincia con l’erotica, licenziosa Afrodite offesa da Ippolito - figlio del re Teseo e dell’Amazzone - che la rifiuta, proclamandola la peggiore delle divinità. Il giovane per giunta onora la purezza, l’ascetismo di Artemide. Afrodite allora si vendica instillando in Fedra, moglie di Teseo, una insana passione per il figliastro. Fedra si uccide per riacquistare l’onore perduto ma si vendica lasciando a Teseo una lettera in cui accusa Ippolito di averle usato violenza. Il dramma precipita, il re scaglia una maledizione contro il figlio e invoca suo padre Poseidone. Sicché mentre Ippolito guida il carro, da un gigantesco flutto emerge un mostro marino con sembianze taurine che manda il giovane a schiantarsi contro le rocce. Sarà Artemide alla fine del dramma a rivelare a Teseo la verità, ma tutto ormai è compiuto per l’incapacità umana di vedere le ragioni prime e ultime delle cose.

Spettacolo difficile e grandioso, protagonisti molto bravi Elisabetta Pozzi (Fedra) e soprattutto Maurizio Donadoni (Teseo), interprete forte e autorevole abbastanza da non dover ricorrere ad artifizi retorici, mentre Massimo Nicolini (Ippolito) non possiede ancora sufficiente sicurezza nei propri mezzi da concedersi sottrazioni, asciugamenti, essenzialità. La nutrice, ruolo cardine della tragedia, è affidata a Guia Jelo, che lavora per conto suo, non si capisce bene se per scelta registica (allora si penserebbe che la nutrice, in quanto motore dell’azione, abbia da stare isolata a mo’ di esplicitazione scenica delle scelte sintattiche del traduttore) o per propria iniziativa. Magnifici gli interventi delle corifee, del coro di donne di Trezene, dei cacciatori di Ippolito, delle serve e dei servitori. Ha suscitato nelle spettatrici invidie sincere il vestito dorato di Afrodite (Ilaria Genatiempo), a maggior onore della costumista Margherita Baldoni.

Lo spettacolo, un kolossal teatrale che ha impegnato oltre cinquanta attori, già rappresentato a Siracusa, Agrigento e Atene, è potuto andare in scena al teatro romano Tuscolo (sopra Monte Porzio Catone) grazie una collaborazione ormai triennale fra l’Inda e la comunità montana dei Castelli romani e prenestini che gestisce il parco archeologico. A dimostrazione che le comunità montane se stanno praticamente al livello del mare, come Minturno (altezza: 145 metri), hanno difficoltà a giustificare se stesse. Però se lavorano in alta collina fino a quote da bassa montagna che sfiorano i mille metri, e con idee e spirito di servizio fanno adeguata promozione del territorio, possono permettersi di invocare l’articolo 44 della Costituzione che recita: «La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane».

di Marcantonio Lucidi

6 agosto 2010

 
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