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Nel romanzo autobiografico di Anna Negri un chiaro j’accuse al padre e alla sua idea cinica e fredda di rivoluzione
Con un piede impigliato nella storia (Feltrinelli), autobiografia di Anna Negri, figlia di Toni, è un libro forse più triste di quanto voleva essere, ed è soprattutto un j’accuse radicale verso la generazione precedente. Si comincia con l’irruzione in casa della polizia armata fino ai denti e poi si continua con riunioni, cortei, cospirazioni, arresti, scontri, fughe, scorte, processi interminabili. Il punto di vista straniato di una bambina permette spesso di cogliere la verità nascosta di tante situazioni. A volte fa sorridere l’immagine di sé che vuole darle il padre, come quando vedendo nel film western Fiume rosso uno che perde tutto per aiutare dei poveracci, commenta: «Lui sì che è di Potere Operaio…». Quando sappiamo che Potop, accanto a una rilettura spesso originale di Marx e a una audacia teorica insolita, non ha mai mostrato la minima sensibilità umanitaria e anzi tendeva a disprezzare i cosiddetti “piagnoni” del Movimento! La figlia, divenuta più grande, confesserà i propri dubbi- però vanamente - al padre sulla reale “diversità” dei compagni rispetto alla società che volevano abbattere (e di cui riproducono vizi mentali, logiche di potere, comportamenti).
Accanto all’affetto verso il padre, al misto di tenerezza, pietà e venerazione nei suo confronti, c’è una nettissima, ostile dichiarazione di estraneità. Estraneità a cosa? Ad una vicenda collettiva e a una mitologia che le è stata imposta: «siamo stati tutti bambini traumatizzati da una Storia che non ci apparteneva e che non abbiamo scelto». Una diversa versione di questo stesso sentimento la ritroviamo in Io non ho paura (Einaudi) di Niccolò Ammaniti, dove viene messo in scena il conflitto originario tra bambini (traumatizzati) e adulti (tra loro tutti complici, anche se apparentemente nemici). A casa Negri si era sempre alla vigilia della rivoluzione, in un’atmosfera artificialmente sovreccitata, adrenalinica. Nel caso di Anna Negri si vede poi come la Politica sia stata l’illusione più micidiale della generazione precedente, una mistica vissuta come dovere assoluto, l’idolo davanti a cui si sono bruciati affetti, amicizie, una possibile felicità domestica…I libri del padre, che pure ha pagato di persona gli errori di quegli anni, mi sembrano paradigmatici: dietro la verve saggistica esprimono una voglia luciferina di mettere le braghe al mondo, la fede storicistica che cose e persone siano facilmente governabili. Un giorno Toni Negri racconta in famiglia, con un sorriso compiaciuto, che durante un’occupazione all’università avevano fatto tutto a pezzi di tre centimetri per tre, perfino le schede su cui lui faceva una ricerca. Credo che molti dei guasti del post-68 nascano proprio da un’idea (antiumanistica) di rivoluzione intesa come catastrofe e negazione di tutto. Alla fine del libro resta però l’amore struggente per i soggetti più deboli, quelli che hanno incistato nel loro stesso corpo il dolore vissuto: il fratello Checco, più vulnerabile di lei, e poi la madre Paola, con la sua dedizione ostinata, quasi religiosa. di Filippo La Porta 30 luglio 2010
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