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L’universo magico di Mirò Stampa E-mail
Una retrospettiva in quattro tappe sul pittore catalano invita nel cuore della Maremma

di Simona Maggiorelli

Segno rapidissimo e una esplosione di colori. Gialli, rossi, verdi, azzurri; i toni brillanti della sua terra, la Catalogna. Ma reinventati sulla tela. E’ un caleidoscopio di forme in movimento quello che si compone nella mente visitando la mostra curata da Maurizio Vanni Jean Mirò, universi magici (aperta fino al 17 ottobre). Orchestrata in quattro tappe che invitano a un viaggio nel cuore della Maremma, offre uno sguardo ampio sull’opera del pittore spagnolo che si lasciò stregare dai surrealisti. E più della retrospettiva ferrarese Mirò e la terra di due anni fa questa esposizione riesce a mettere in luce i molti prestiti da André Breton che Mirò “nascose” sotto lo smalto di uno sfolgorante vocabolario di figurazioni che giocosamente sembrano richiamare una mitologia mediterranea e solare. Come ricorda il curatore Vanni nel catalogo Carlo Cambi editore che accompagna questa rassegna che si snoda fra l’archeologico di Grosseto, la pinacoteca di Follonica e spazi d’arte di Castel del Piano e di Sorano, André Masson aveva presentato il fondatore del surrealismo al pittore spagnolo nel 1923. E questo incontro di fatto segnò una tangibile svolta nella fucina creativa di Mirò. Dagli anni Venti in poi la sperimentazione di tecniche e materiali (dalla pittura, alla litografia, all’incisione, al disegno) che l’artista catalano praticava a tutto raggio fu improntata soprattutto a una suggestione intellettuale: la ricerca sul profondo declinata secondo il dettato surrealista e freudiano. E se sulla tela di Mirò non comparvero i mostri e le fantasmagorie da incubo che popolano, per esempio, l’immaginario pittorico di Ernst e di Magritte, la ricerca di Mirò finì comunque per incagliarsi in giochi calligrafici che richiamano da vicino la meccanicità della scrittura automatica surrealista.

Nonostante il pittore spagnolo si proponesse dichiaratamente di tentare una ricerca artistica su una dimensione psichica più profonda, come già  notava Giulio Carlo Argan, «la sua coscienza rimaneva estremamente vigile e lucida». Alla ricerca di un linguaggio preverbale, «primitivo», che rifiutava la razionalità del logos ma anche la mimesis della pittura ottocentesca, nel periodo di più stretto rapporto con il surrealismo, Mirò finì così per produrre soprattutto dipinti popolati di un vitalistico brulicare di “organismi biologici” e di piccole creature bizzarre. «Io non sogno mai di notte, ma nel mio studio sono in pieno sogno» raccontava di sé Mirò. Aggiungendo poi: «Quando lavoro, quando sono sveglio, sogno. Mia moglie mi parla ed io sono sempre assente». Ma come fa notare ancora una volta Maurizio Vanni la dimensione mentale in cui Mirò entrava allora quando si metteva dipingere era piuttosto una «trance vigile», una sorta di stato alterato di coscienza, che non gli permetteva di aprire veramente le porte della fantasia.

30 luglio 2010

 
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