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«Una goccia pura in un oceano di rumore», secondo Bono, e un modello di stile per molti giovani band oggi. In una biografia un ritratto a tutto tondo di Buckley
Ha attraversato il mondo della musica come una meteora. Una luce calda, brillante. Ma è stato un attimo ed è subito sparita nel buio. Di lui ci restano una manciata di canzoni e una voce intima, struggente, che risuona profondamente. Una voce come ce ne sono poche nel mondo della musica oggi che tutto tende a standardizzare, con uno stuolo di produttori e architetti del suono capaci di confezionare alla perfezione talenti in scatoletta. Sensibile e di spigolo con la vita, Jeff Buckley non apparteneva al genere “pretenzioso-fittizio”. Lo dimostra la freschezza e la forza scontrosa di un album come Grace ( 1994) che, a distanza di sedici anni, suona ancora miracolosamente nuovo quando lo si ritira fuori dallo scaffale e lo si mette “sul piatto”. Con quel disco, il ragazzo dall’aria timida, cresciuto in una roulotte di Orange County- California, ha lasciato un segno profondo nella storia della musica. Non c’entra niente il fatto che sia morto troppo giovane anche se lo show biz americano, si sa, ama la gioventù bruciata. Non dipende dalla sua faccia da angelo sexy. O dal fatto che fosse il figlio che Tim Buckley (altro talento della musica scomparso troppo presto) non ha mai voluto crescere. Jeff Buckley ha lasciato il segno per il suo personalissimo, tormentato, innegabile talento. Fuori da ogni usurato cliché da “bello e dannato”. Ora lo ricostruisce anche la corposa biografia scritta da Jeff Apter, Jeff Buckley una goccia pura in un oceano di rumore (Arcana) che nel titolo fa sue le parole che disse Bono alla notizia della prematura scomparsa di Jeff, avvenuta nel 1997, a soli 31 anni, nelle acque del Mississipi. La storica firma di riviste come Rolling Stone e Vogue in questo libro raccoglie una messe straordinaria di testimonianze che ci rimandano indietro un ritratto di un Jeff Buckley inquieto, dopo un’infanzia nomade, forse fragile e o ferito, ma anche giocherollone, schietto fino alla crudeltà nei sentimenti e capace di grandi passioni.
«Jeff in realtà aveva una ragazza in Inghilterra, un’altra in Canada e un’altra ancora in Francia, l’ho scoperto dopo la scomparsa» racconta un’amica del musicista statunitense ad Apter che riporta le sue parole nel libro. E poi aggiunge: «Ma Jeff ti faceva sentire come se tu fossi una delle persone più importanti della sua vita». E accanto alle fonti che vogliono restare anonime, nel libro, fioccano anche le testimonianze blasonate del mondo della musica. A cominciare da quella di Bono vox, appunto, fino a quella di Marianne Faithfull che davanti all’implacabile Apter, dopo aver parlato dei talenti musicali di Jeff Buckley ammette: «Naturalmente, come tutti, mi innamorai perdutamente di Jeff». Ma chi era musicalmente Jeff Buckley? Certamente un musicista eclettico, capace di trasformare al meglio la tradizione del cantautorato americano (basta pensare alla sua imprevedibile versione di Hallelujah,il classico di Leonard Cohen) ma d’accordo con Apter possiamo dire anche che era «un punk affascinato da voci femminili senza tempo, come quelle di Billie Holiday e Nina Simone, dall’energia dei Led Zeppelin e dalla sfrontatezza dei Dead Kennedys»; certamente era un artista in rotta di collisione con le logiche di mercato imposte dai discografici. E stimatissimo dai colleghi come Radiohead, Coldplay e Muse che ne hanno tratto ispirazione. Mentre ancora oggi in tanti cercano invano di imitarne lo stile e il modo di cantare. di Carlotta Parronchi 23 luglio 2010
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