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In un saggio dedicato al cubo e al volto il francese Didi-Huberman rilegge l’opera di Giacometti
di Simona Maggiorelli Mentre fino al 31 ottobre la Fondazione Maeght presenta un’importante retrospettiva dell’opera di Alberto Giacometti che il filosofo Marco Vozza ci racconta in queste pagine, un altro filosofo, Georges Didi-Huberman, torna a riflettere sull’opera dell’artista svizzero. In una serie di saggi raccolta da Electa nel volume Il cubo e il volto compare così l’indagine che lo studioso francese compie su una delle opere più criptiche e enigmatiche di Giacometti: Il cubo. Un’opera scultorea, di proprietà della Fondazione Maeght, che esula del tutto dal resto della sua produzione. Mentre le sue eleganti e filiformi figure umane non si impongono nello spazio, ma fragili e sottili, quasi ne paiono corrose, Il cubo del 1937,in gesso e in bronzo, si presenta invece come una pesante massa cieca e irregolare, che per la sua chiusa enigmaticità ha sempre messo in un certo imbarazzo critica e spettatori. Che cosa aveva voluto rappresentare il maestro con quel cubo dalle 13 facce, di cui una schiacciata a terra, con quel cubo che non è un cubo, ma una figura sghemba e all’apparenza senza costrutto? Con piglio quasi scanzonato, che non si lascia irretire dall’aura sacrale che circonda ogni realizzazione di Giacometti, Didi-Hubermann decostruisce tutte le interpretazioni che ne sono state date fin qui. Che si sia trattato di un esperimento alla Malevic?: «Troppo poco rigoroso per essere costruttivista», risponde il filosofo ma anche «troppo poco analitico per essere cubista e troppo geometrico per raccontare una qualsiasi storia». In questa densa presenza materica lo studioso vede con guardo disincantato la lotta strenua dell’artista di fronte al proprio fallimento. Così, tra biografia e lettura dell’opera, il filosofo francese che sarà ospite del Festival della mente di Sarzana (3-5 settembre), trasforma il caso del cubo di Giacometti in occasione per indagare il dramma esistenziale di uno scultore che si accorge di non riuscire a rappresentare, di non riuscire a trasformare quel blocco che ha davanti in un’immagine polisemica, emotivamente significativa. Ricorrendo ai trucchi della stagione surrealista a cui aveva aderito in gioventù, Giacometti cerca di coprire lo scacco della creatività con il ricorso alla stranezza, alla bizzarria. Ma in una conversazione con André Parinaud (ora in Scritti, Abscondita) finirà per ammettere: «Ho tentato tutte le possibilità di costruzione, fino al 1935. Fino all’astrazione. Fu l’ultimo passo prima di raggiungere il muro! La fabbrica di volumi che non erano altro che oggetti. Ma l’oggetto non è scultura! Non era più possibile nessun progresso». 23 luglio 2010
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