|
Montenegro al voto il 21 maggio. Ma per separarsi da Belgrado c’è bisogno del 55 per cento dei “sì” di Giacomo Scattolini
Cetinje. Nel 1878 il Montenegro, al Congresso di Berlino, ottenne il riconoscimento di Stato indipendente. Con lo scoppio della prima Guerra mondiale e l’invasione austro-ungarica il Montenegro perse di fatto la sua indipendenza. A guerra finita fu inglobato alla prima forma di Jugoslavia. In questo intervallo di tempo, che va dal 1878 al 1914, questa piccola nazione europea ebbe un periodo di sviluppo economico e culturale. La città designata a capitale fu Cetinje. Le grandi potenze dell’epoca: Francia, Italia, Russia e Gran Bretagna vi costruirono le loro rispettive ambasciate. Attualmente Cetinje ha 15mila abitanti e non è più la capitale della Repubblica, sostituita da Podgorica, ma è ancora un centro culturale e capitale morale del Montenegro. Camminando per le sue strade ci si può imbattere ancora nelle vecchie ambasciate abbandonate. Un palazzo neorinascimentale porta ancora una targa all’ingresso: “Ambasciata del Regno d’Italia”. E sì, perché lungo la “via delle ambasciate” il tempo si è fermato al 1914. Solo uno stabile stanno ristrutturando: il vecchio Palazzo presidenziale.
Il 21 maggio 2006 si giocherà una delle ultime partite politiche che hanno sconvolto questa fetta di mondo che, fino al 1991, era conosciuta e rispettata da tutti come Jugoslavia. Dopo varie battaglie, il Parlamento di Podgorica ha stabilito che gli abitanti del Montenegro decideranno, attraverso un referendum, se rimanere o meno all’interno della Federazione di Serbia-Montenegro. Dopo la fuoriuscita pacifica di Slovenia e Macedonia, e quelle sanguinose di Croazia e Bosnia Erzegovina negli anni Novanta, ora la fragile Federazione rischierà di scomparire del tutto. Per l’indipendenza è il presidente Milo Djukanovic il quale sostiene che rimanendo all’interno della Federazione il Montenegro perderà ancora del tempo prezioso per l’avvicinamento alla Ue a causa della scarsa collaborazione della Serbia con il Tribunale penale dell’Aja. Strenuo difensore dell’unione con i “fratelli ortodossi serbi” è invece Predrag Bulatovic del Partito socialista e capo dell’opposizione. La secessione non è certo scontata visto che il Parlamento montenegrino ha accettato le direttive dell’Unione europea per un pieno riconoscimento della validità del referendum: valido se si raggiunge il quorum del 50 per cento degli aventi diritto e possibilità di secessione se i “sì” otterranno il 55 per cento dei voti. Ma se i “sì” raggiungessero una percentuale compresa fra il 50 e il 55 per cento che cosa succederebbe? Sarebbero la maggioranza ma l’indipendenza non verrà riconosciuta, con il rischio concreto di destabilizzare il paese.
Già nel 1992 fu proposto tale referendum e fu bocciato dai montenegrini, ma erano altri tempi. Gli attori che hanno infiammato i Balcani nello scorso decennio sono tutti morti - Tudjman in Croazia, Milosevic in Serbia, Iztbegovic in Bosnia e Rugova in Kosovo -. Ora la situazione è completamente cambiata. Il Montenegro di fatto ha applicato una secessione leggera nel 2004. Ha adottato l’euro come moneta ufficiale contrariamente alla Serbia che mantiene il dinaro, fra il Montenegro e la Serbia non esiste una frontiera vera e propria ma sono stati comunque istituiti posti di controllo di polizia fissi con sbarra per bloccare le macchine e controllare documenti.
Il ministro della Difesa Zoran Stankovic, che è unico per la Federazione, ha comunque assicurato che l’esercito si smembrerà pacificamente in caso di vittoria degli indipendentisti. Ma fra i due Stati la tensione cresce. Al festival musicale Eurovision song contest 2006 di Atene il gruppo vincitore che dovrà rappresentare la Federazione Serbia-Montenegro sono risultati i No Name (montenegrini) ma non hanno ritirato il premio e non sono riusciti a suonare al Sava Center di Belgrado per una feroce contestazione del pubblico che a gran voce acclamavano vincitori morali i Flamingosi, un gruppo serbo. A molti questo episodio ha ricordato gli incidenti del 1990 fra i tifosi di calcio della Dinamo (Croazia) e Crvena Zvezda-Stella Rossa (Serbia). Incidenti che simbolicamente dichiararono conclusa l’esperienza della Jugoslavia. |