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di Massimo Fagioli

È stata una breve pellicola del cinema muto in cui il movimento delle immagini si svolge nel silenzio. Venne il ricordo dei film di cento anni fa perché, aprendo left, lessi: Le radici dionisiache dell’Europa. Vidi il titolo di un film nelle pagine che portavano un’intervista al professore di Teatro e drammaturgia di Torino. E, subito, le righe dai piccoli segni neri scomparvero perché le lettere dell’alfabeto si liberarono dalle catene del foglio, in cui erano state attaccate come se fossero una collezione di farfalle fissate su un piano di legno bianco, ciascuna con uno spillo. Divennero punti senza forma intellegibile e fecero una linea senza inizio né fine. Compaiono gli anni Cinquanta in cui Kurosawa fa vedere il tormento del pensiero umano di fronte alla parola verità. E la scienza, non può aiutarmi perché l’altra, la filosofia, si è appropriata delle parole “ricerca della verità”. E so che è vero perché la scienza ha ottenuto la conoscenza della realtà del corpo umano: soltanto. Ma io conoscevo la parola infinito perché avevo pensato a millenni di storia del pensiero umano. Mi fermai per un po’ a guardare quelle parole stampate grandi con tinta nera, come fossero il cartello che, nei film antichi, descriveva la scena che sarebbe stata raccontata da immagini in cui le bocche si muovevano senza emettere suoni.
L’illuminismo escluse dalla cultura ciò che non è pienamente razionale. Non seppi distinguere se quelle parole erano un’accusa o una condanna perché vidi ricomparire, come fossero ricordi, i fantasmi degli antichi greci che fecero il pensiero che prese il nome di filosofia. Ed il secolo dei Lumi si legò, prevaricandolo, a quel secolo che vide i presocratici fare pensieri che volevano comprendere la natura non umana: terra, acqua, aria, fuoco. Ma riuscirono a fare il pensiero verbale soltanto se prima c’era stata, nella veglia, la percezione della coscienza. Avevano abbandonato il pensiero che poneva nella natura figure di personaggi dall’aspetto umano o similumano per realizzare la conoscenza con la parola. Era stata già scritta la favola dell’astuto Ulisse, ma l’immagine inventata era diversa da quella di Apollo e Minerva. Un uomo aveva scritto poeticamente, per narrare l’emigrazione dei greci nell’Italia meridionale, di un altro uomo che, con una nuova intelligenza, si difendeva dagli elementi e movimenti della natura che distruggevano l’essere umano troppo fragile, alla nascita, per poter sopravvivere; troppo debole nel corpo da adulto; e quest’uomo, Odisseo, era la creazione di un’immagine. Ma poi il pensiero che cercava la conoscenza della realtà delle cose del mondo, la filosofia, ricerca della verità, dimenticò la poesia e la parola definì la realtà dell’essere umano come razionale. L’uomo si poteva dire umano quando raggiungeva l’età in cui compariva il pensiero che dava nomi alle cose percepite dalla coscienza, nella veglia. E non riuscì mai a dare nome alle cose che, senza veglia e coscienza, vivono nella mente dell’essere umano.

Nelle epoche arcaiche si dava speciale importanza al linguaggio dei sogni. Erano una fonte di conoscenza. È il secondo quadro di un famoso film muto. Ma credettero che il linguaggio dei sogni non fosse espressione del pensiero umano; era la voce di Apollo o Minerva. Neppure in Omero c’è l’idea di una attività della mente che nel sonno, dalla percezione della coscienza, fa una conoscenza della realtà umana. E la genialità e la poesia che, nel canto XIX dell’Odissea, distingue i sogni veri che escono dalla porta di corno dai sogni falsi “che riempiono d’inganni la mente”, non vengono dal pensiero umano che ha dato alla ragione la conoscenza della materia percepibile. Neppure dopo tremila anni è stato verbalizzato quanto diceva Omero, ovvero non è stato mai compreso il termine: negazione che rende il pensiero del sonno, fatto di immagini, non vero. Nel 1925 Die Verneinung viene detta menzogna; il linguaggio del sogno viene visto come linguaggio articolato della coscienza. L’Illuminismo, per una carenza di intelligenza e di vitalità, non ricrea ma ripete l’identità della ragione che è soltanto una realtà e non è la verità umana. Pensa quindi soltanto il ricordo cosciente che riproduce, in maniera esatta, le percezioni, ed il curare che è soltanto “prendersi cura, accudire”, è provocare il ricordo della cosa dimenticata. Se non è uguale alla cosa percepita o pensata dalla coscienza è per… una censura del Superio. Non c’è confronto con la genialità della poesia di Omero che trasformava la percezione delle prostitute dei porti, in Sirene. Ma anche quest’uomo che faceva, nella veglia, le immagini inconsce non oniriche, non era libero dallo “spirito” perché scrisse “Cantami o diva, l’ira funesta…”. Creava le immagini che non erano figure del ricordo cosciente, ma non portò al pensiero verbale la trasformazione della mente umana che, perdendo coscienza, comportamento e linguaggio articolato, ricrea le immagini di quel pensiero della nascita che è invisibile e silenzioso.

Platone scelse di chiudere la porta che si apriva sull’inconscio. L’intelligente ed onesto studioso riconosce la violenza di Platone che fermò, paralizzò ed annullò qualsiasi possibilità che la fantasia di Omero si sviluppasse per comprendere l’essere umano, oltre l’enigma della Sfinge e la storia di Edipo. E la domanda apriva una strada di cui non si vede la fine. Una donna chiedeva “…dall’Oriente era giunta una favola che narrava di una fanciulla, Psiche, che sarebbe andata in sposa al dio dell’amore”. Poi venne Platone che ne fece un concetto astratto di anima. Ed io, senza averlo percepito, ho visto il volto dello studioso ritrarsi come fosse spaventato da una immagine mai vista. Leggo le parole “Sì, i mostri della mitologia greca sono quasi tutti al femminile… la donna conserva le radici della natura dentro di sé…”. Ed io mi domando se queste parole intendono dire che la donna… è ancora animale.
Come un torrente che, scesa la collina, nella pianura fa una curva come volesse, impossibile per il declivio, tornare indietro alla sorgente, mi sembrò che il pensiero riprendesse le immagini inventate dalle radici dionisiache dell’Europa. “Il tema della follia… la follia fu considerata, in alcuni casi, come un mezzo per forzare i limiti della coscienza e dilatare la personalità”. Allora mi confondo perché si intrecciano le parole follia, donna, inconscio. Per fortuna gli artigli dell’aquila, che mi portano all’acqua purissima, sono le parole distinte: identità di donna, parole diverse da immagine femminile, “il diverso” dall’Io cosciente che l’uomo dovrebbe ricreare.

Ora il film muto in cui la parola era soltanto l’espressione del volto, cambia o diventa fantascienza perché è come se una macchina della verità mi portasse al tempo di quaranta anni fa quando dissero che l’Lsd dava la creatività a chi non l’aveva. E la distruzione della mente divenne genialità di persone diverse dal normale che avevano il coraggio di far emergere l’inconscio sempre oppresso dalla ragione degli uomini normali. E la parola libertà travolse case costruite male ma sradicò anche alberi piantati bene. Non fu distinta la realtà della fantasia creativa, dalla libertà della pazzia distruttiva. Vita e morte furono uguali perché furono uguali verità e negazione. Furono uguali coscienza e ciò che era stato chiamato inconscio, perché non ebbero la forza e l’intelligenza di pensare per conoscere la parola trasformazione. Avevo trovato, adolescente, la favola di Amore e Psiche; avevo sentito, più che compreso, la possibilità della ricerca. Cresciuto, lessi che Platone aveva fatto diventare la fanciulla anima spirituale non umana. La verità sta in ciò che, sveglio, ogni uomo deve dimenticare senza negare o annullare il mondo dei sogni che poi rivede nell’essere umano diverso da se stesso.

Ora guardo le piante della mia terrazza. Viene alla coscienza che non conosco il nome di esse. So soltanto alcuni nomi: mandarino, limone, rosa. Ma il ricordo della vegetazione del cortile dello studio scompare perché affiora l’immagine invisibile delle persone dritte come alberelli che entrano ed escono. Si spostano nello spazio, delimitato da mura e balconi, ma io so che è movimento. Quando escono sono diversi da quando entrano. Ed una parola diventa più netta nei contorni della lettera, cresce e diventa un bassorilievo che raffigura Dioniso seduto su un ghepardo. Io avevo scritto la parola diverso che, per una rara magia, era diventata il paggio di una regina che aveva il nome di Psiche. Aveva intorno a sé la damigella che si chiamava notte ed era vestita di nero, un altro paggio detto inconscio, ed ancelle dette fantasia e desiderio che tenevano ferme la strega cattiva detta negazione. Erano in attesa del principe che si chiamava Cupido. Forse, o certamente, fu l’amore per la fanciulla che mi disse che la favola di Amore e Psiche non era latino. Poi seppi che non era nata dalla lingua greca. Ed Anna Maria Zesi dice che è nota in tutte le parti del mondo antico. Una storia d’amore di due adolescenti, come quella di Dafne e Cloe, che conduce alla formazione di una donna adulta che pone la farfalla nel palmo della mano del ragazzo.

 
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