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di Massimo Fagioli

Di solito giunge alla fine di luglio e lo chiamano solleone. Quest’anno, forse sembrò a me, i raggi perpendicolari al suolo terrestre portarono un grande calore quando, ancora vicini al solstizio d’estate, la luce del giorno era massima. Eravamo dentro le ultime settimane in cui si svolgevano le sedute di psicoterapia di gruppo. Il tempo che si muoveva invisibile nello spazio definito dello studio dalle due grandi ali, correva via come una linea che si guarda quando è vicina agli occhi, ma poi allungandosi sempre di più svanisce lontano. Sembrava che il tempo fosse contenuto nello spazio della settimana che aveva il ritmo di quattro giorni iniziali e tre giorni finali. Ora, da due settimane questo ritmo non c’è più, ma so che il tempo  corre via perché sento il movimento. Ma so anche che non è lo stesso movimento di quando, nel pomeriggio, andavo allo studio per rispondere all’espressione del volto ed alla voce che mi chiedevano di rendere comprensibili i sogni spaventosi, o “belli” come dicevano, ma sempre misteriosi.
Sono solo nell’estate calda ed il tempo scorre via, e sembra che i giorni siano uguali l’uno all’altro ed anche il nome, domenica, scompare assorbito dal termine lunedì. Ripenso al ritmo quattro-tre delle settimane in cui si svolgono le sedute di psicoterapia di gruppo, e mi domando perché la solitudine non è la stessa di quella dei tre giorni del fine settimana. Sono nello stesso piccolo appartamento, ma ricordo che nell’autunno e inverno la terrazza è spoglia, non accoglie nel suo spazio il tripudio di verde e colori che piante e fiori fanno nell’estate. Ma ripenso alle tante settimane in cui il giovedì notte quando, avviandomi verso casa so, senza rendermi conto, che mi aspettano tre giorni in cui, seduto alla scrivania, scrivo in silenzio. E so che la parola è separazione e, subito, compare la sera del giovedì 15 luglio in cui mi sono avviato verso casa dopo che si era svolta l’ultima seduta dell’anno 2009-10. Il comportamento ed il rapporto con lo spazio furono uguali ma il movimento non fu lo stesso. Ora so, vivendo e guardando i giorni che passano, che il tempo è più lungo delle settimane delle altre tre stagioni dell’anno. Allora rivedo le tre file di esseri umani che entrano nello studio e penso che le tre linee si sono congiunte ed unificate in una sola che va verso un futuro sconosciuto. E la parola separazione svanisce e compare la parola unione dalle tre linee che disegnano un cammino diverso che ognuno fa da solo. è un comportamento normale, “ci vediamo tra sei settimane”. E cambia tutto perché vedo la parola separazione che va a seminare angoscia la notte di giovedì… perché venerdì sabato e domenica scrivo. E vedo la differenza con i tre giorni di fine settimana in cui c’è il “fare da soli” anche se il tempo è breve e poca la distanza. Tanti fanno le vacanze in un luogo diverso da quello del lavoro. Io resto a Roma, mi lascio andare al sole nella terrazza verde e fiorita per non far ricomparire la Gorgone che si chiama separazione.

Non so se è il tempo che mi permette di pensare di più; invece è vero che il pensiero emerge in maniera diversa. C’è più tempo, posso fare pause lunghe sdraiato cercando di seguire i rumori della piazza ed i rintocchi che segnano i quindici minuti passati. So che quella terrazza significa tante cose. Sono passati dodici anni da quando ho lasciato l’altra casa, in via del Pellegrino. Era senza terrazza ma aveva, anch’essa, il suo significato perché avevo lasciato lo studio di via Nomentana. Ma quattordici anni dopo nel ’98 , quando venni in questo appartamento accadde, forse, una separazione più significativa di quella precedente. Non so ma ricordo che là l’aria era più pesante c’era, forse, un’oppressione maggiore. Certamente la realtà ignota del pensiero di tanti non era la stessa di ora. E così, oltre il ricordo dello spostamento del corpo nello spazio, compare la parola movimento. E penso alla linea che viene tracciata, ma non si vede, quando ci si sposta da un luogo all’altro. Ed è un pensiero che, come una fanciulla investita dagli ormoni della pubertà, vuole unirsi alla parola tempo. E comprendo che se sposto una cosa dell’appartamento da un luogo all’altro non  c’è la parola tempo perché non c’è l’immagine della linea. Immagine è pensiero verbale che fa la linea che soltanto l’essere umano può fare con la sua mano, perché la natura non umana non l’ha creata. Le piante sanno fare la clorofilla verde, ma non la linea; l’essere umano non sa fare la clorofilla verde. E non sa fare neppure le proteine che deve prendere dagli animali. Però, fragile e senza difese, dopo sei anni di vita sa tracciare linee che, poi, diventano scrittura e non sono le stesse che l’animale traccia con l’urina per delimitare il suo territorio. E la scrittura ha un senso che dice che, anche se la distanza fatta a gennaio 1984 è misurabile in più chilometri, la distanza da via del Pellegrino, che è meno di un chilometro, è maggiore perché la separazione fu  “lasciare il tempo passato”.

L’aria si è fatta meno calda perché il sole, diventato rosso, sta gradualmente nascondendosi dietro la linea inesistente dell’orizzonte, ma che si vede. E penso che ho dato identità alla parola movimento. Svuotata di significato, viene usata anche per le foglie mosse dal vento che è, invece, soltanto spostamento di un corpo nello spazio. è legata soltanto alla realtà umana perché è indissolubilmente unita alla parola tempo. E poi penso che, da questa unione, è nata la parola linea che non definisce una cosa, ma indica una creazione della mano umana che sembra non abbia identità perché senza contorni definiti.
Scrivevo, quando abitavo in via del Pellegrino, che il vento dell’est era fatto dall’accoppiamento di Tifone ed Echidna ed aveva generato la Sfinge. Era il comunismo che accoppiato al ’68 aveva, di nuovo, fatto l’umano come irrazionalità, soltanto. Il comunismo, cacciata via la mente che aveva creato le favole della mitologia in cui l’essere umano, che era per metà bestia, fece una razionalità che rese inesistente l’irrazionale. Poi gli anni 60 videro la rivolta all’ordine costituito ed alla storia ma, dicendo “la fantasia al potere”, dimostrarono che l’irrazionale era pazzia. E tornò Lenin che aveva rifiutato la libertà della Kollontaj, dicendo che non si poteva ridurre la sessualità al puro piacere, piacevole “come un bicchiere d’acqua fresca”. Non pensò all’identità umana della nascita e degli artisti e riportò la donna al focolare come prima della rivoluzione d’ottobre, spingendo la cultura alle idee cristiane della donna sposa fedele e madre affettuosa.  

So, senza vedere che, nella massa di persone che il primo venerdì del mese si estendevano, disegnando il ricordo di un anfiteatro greco, davanti allo stand di Rinascita, c’era un’immagine invisibile. Gli individui erano immobili come le spighe di grano del mese di luglio, piantate per terra. Non c’era il vento dell’est che un tempo lontano, investiva la loro testa che si muoveva passivamente. L’aria immobile faceva intravedere la nebbiolina dei fantasmi di coloro che, entrando nello studio, si sedevano per stare, immobili, duecentoquaranta minuti. Poi se ne andavano, ma il fantasma venne tra gli alberi di Caracalla e, diffondendosi, unì l’uno all’altro i corpi che come i chicchi di grano che fanno la farina, fece unire le lettere della parola movimento. Allora, prepotente, venne la memoria della seduta di psicoterapia di gruppo in cui i corpi degli esseri umani entravano dritti come fossero spighe di grano sorrette da un esile stelo ma, in verità, erano le linee verticali con cui i primi esseri umani segnavano le cose necessarie per sopravvivere. Si sedevano piegandosi in tre segmenti poi, dopo quattro ore, si alzavano muovendo le gambe per scendere le scale e camminare.

Venerdì due luglio erano trascorse ventiquattro ore da quando avevo lasciato, nella notte, lo studio. Ora ricordo che gli individui si allontanavano avendo voltato le spalle alle altre porte-finestre che restavano aperte per alcuni secondi fino a che calmo, come se facessi un gesto d’abitudine, le chiudevo spegnendo le luci. Le ricordo con compassione perché so che sono immobili e passive e si muovono soltanto se toccate dalla forza della mano umana. Sono insensibili e non sanno che quando vengono spinte ad aprirsi o chiudersi assistono, inerti ed anaffettive, ad un movimento di corpi umani che, in verità, ha in sé la vita di una mente che non è animale. L’abbiamo detto tante volte, quasi ogni volta che entriamo e usciamo che, sconosciuto perché non percepibile, si svolge un fenomeno che abbiamo chiamato nascita e svezzamento. Poi le due parole si sono trasformate in sonno e risveglio. Ed abbiamo cercato, con il pensiero, di vedere la separazione dalla società e dalla razionalità come la separazione dalla veglia per andare nel mondo delle immagini che, poi svegli, chiamiamo sogni. Poi ci allontaniamo ed apriamo gli occhi in quel buio della notte. Come quando, al mattino, perdiamo quella vita passata che, ormai, è solo memoria. Ma ora ritorna perché la separazione dal mondo della notte non è più quella di Cupido che vola via ferito.

 
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