Spesso accolte dall’imprenditoria locale senza opposizione, le cosche sono le protagoniste dell’attività economica. Inquinando la vita del territorio di Alessandro De Pascale
In Lombardia li chiamano “padroncini calabresi”. Sono gli esponenti della ‘ndrangheta che hanno messo le mani sul Nord Italia. Strozzano l’economia con le buone o con le cattive, e distribuiscono tangenti a destra e a manca, conquistando così i favori della politica locale. Girano in Ferrari, Porsche Cayenne e Lamborghini, tra le altre cose pagate dalle società che hanno conquistato. Ma lungo le strade di Milano si vede solo l’ultimo anello della catena. I pusher che vendono la droga, i regolamenti di conti tra le famiglie che non si mettono d’accordo. A Quarto Oggiaro, quartiere a nord-ovest della città, si spaccia a ciclo continuo con un sistema di controllo del territorio di tipo militare. Come avviene a Scampia, roccaforte degli “Scissionisti”, alle porte di Napoli. Difficile stroncare i business delle ‘ndrine. L’indagine “Isola”, condotta dalla procura di Milano a marzo 2009, ha infatti accertato che le cosche nascondono droga e arsenali di armi nelle ville di lusso e nei garage degli insospettabili imprenditori che hanno deciso di fare affari con i calabresi. Inoltre non esistono pentiti. Tutte le indagini portate avanti dalla procura di Milano, compresa l’ultima che il 13 luglio ha mandato dietro le sbarre 300 persone, possono infatti contare solo sulle intercettazioni. E forse tra pochi mesi nemmeno più su quelle, se passerà la nuova legge tanto cara a Berlusconi.
Ormai nell’80 per cento dei Comuni dell’hinterland milanese è attiva una “locale” della ‘ndrangheta. Cioè un gruppo forte di almeno 40 affiliati che controllano il territorio. Con la Lombardia che è diventata addirittura il quarto “mandamento” della ‘ndrangheta, una vera e propria macro area criminale. Le varie “locali” per risolvere i dissidi e spartirsi gli affari siedono al tavolo del capo mandamento della regione che i magistrati ritengono sia il boss Pino Neri, arrestato il 13 luglio. Milano per le ‘ndrine è diventata addirittura più importante della Calabria. A dirlo è la Direzione nazionale antimafia. «La Lombardia in questo momento è il centro economico e finanziario per le cosche calabresi», spiega Vincenzo Macrì, procuratore aggiunto presso l’antimafia nazionale. Inoltre anche al Nord, come già avvenuto per il Sud, la mafia è diventata un fenomeno sociale. Perché la ‘ndrangheta non è più ospite. Ma si è trasformata in una componente stabile della società. Tanto c’è spazio e ricchezza a sufficienza, per tutti. «L’ambiente circostante Milano ben volentieri si è fatto contaminare. Gli uomini della mafia si sono insediati al Nord, ricevendo una buona accoglienza», denuncia Antonio Ingroia, pubblico ministero antimafia a Palermo. Con parte dell’imprenditoria locale che ha ceduto ai boss spesso per proprio tornaconto personale. Favorendo la mafia e aumentandone affari e forza. Emblematica la frase di Nicola Carbone, un imprenditore edile, che in un’intercettazione parla di Francesco Barbaro: «Mi vuole un bene della madonna, mi sta facendo già ricco questo qua». I Barbaro-Papalia sono una delle ‘ndrine più antiche di Platì (RC) e tra le più potenti sui cantieri del Nord. Un altro rampante giovane imprenditore, Davide Lombardo, una notte incontra in discoteca Domenico Papalia. Decide così di avviare una collaborazione imprenditoriale e poco dopo conosce anche Rosario Barbaro, cui promette una serie di appalti. Il giovane Lombardo si recherà addirittura in Calabria per essere presente al matrimonio del cugino di Domenico Papalia. Due episodi che rendono bene l’idea di come le ‘ndrine riescono a infiltrarsi e diventare egemoni conquistando l’imprenditoria pulita. In questo caso con le buone, perché quando puntano qualcuno che non riescono a manipolare c’è sempre l’intimidazione mafiosa: colpi di pistola, mezzi che saltano per aria e capannoni dati alle fiamme. «Dobbiamo rimanere solo noi, nessun altro. Non ti dico che siamo i primi ma non dobbiamo essere gli ultimi», spiega Michele Oppedisano, ufficialmente autotrasportatore per conto terzi, in realtà inserito nelle attività imprenditoriali delle cosche ma anche «nelle vicende più marcatamente ‘ndranghetiste», intercettato in auto nel novembre 2008 mentre parla con suo cugino. Temeva di essere escluso dalla realizzazione di un tunnel sulla tangenziale di Rho (Mi). L’altro Oppedisano, suo omonimo, in un altro colloquio intercettato rassicura Pasquale Varca, responsabile della “locale” di Erba (Co): «Mettiamo una pietra sopra il passato, da oggi in poi siamo quattro, cinque che dobbiamo decidere quello che deve farsi, i lavori chi li deve prendere e compagnia bella».
Le decisioni importanti vengono prese in veri e proprio summit, come quello avvenuto tra gli esponenti delle famiglie mafiose del Nord, il 21 gennaio 2009, al ristorante del centro di Milano Stella Marina. Un incontro per spartire gli affari del momento. Anche il mercato ortofrutticolo di Milano, il più grande del Nord, è da sempre il luogo storico di penetrazione delle famiglie calabresi. Come del resto quello di Fondi (il Mof) lo è per mafia e camorra. Le indagini della Direzione investigativa antimafia del capoluogo lombardo hanno infatti accertato che il traffico di mezzi carichi di frutta e verdura serve a trasportare nel Nord anche armi e droga. Gli investigatori in una sola operazione hanno sequestrato 250 chili di cocaina e indagato 90 cooperative dell’ortomercato, spesso fasulle, che in tre anni avevano riciclato oltre 9 milioni di euro. I cognomi non cambiano mai, a differenza dei nomi che segnano il salto generazionale. Il mercato di Milano resta saldamente nelle mani dei Piromalli, la famiglia egemone nella piana di Gioia Tauro e nel capoluogo lombardo. Antonio Piromalli viene arrestato nel luglio 2008 all’aeroporto di Malpensa, al ritorno da New York. Residente a Milano, aveva cercato di farsi nominare console onorario da un governo africano per ottenere immunità e libertà di movimento, grazie al passaporto diplomatico. Ma dentro l’ortomercato oltre ai Piromalli ci sarebbero anche i Morabito di Africo (Rc). Una potente famiglia di ‘ndrangheta i cui membri arrestati per narcotraffico avevano addirittura aperto un night club, il For a King, sotto la sede dell’Autorità comunale. All’inaugurazione, il 9 aprile 2007, noti boss della ‘ndrangheta come Antonino Palamara.
I profitti accumulati in questi decenni con lo spaccio di droga sono infatti stati investiti in discoteche, commercio di automobili, gioco d’azzardo, sicurezza privata nei locali, pompe di benzina, trasporti, servizi alberghieri e commerciali. Come pizzerie e bar, ottimi strumenti di controllo e presenza sul territorio. Ma principalmente nel settore delle società immobiliari e delle imprese, soprattutto edili. Così da infiltrarsi negli appalti, come ha dimostrato l’indagine “Isola” che ha trovato le ‘ndrine a lavorare sui cantieri della Tav e dell’autostrada A4. Nell’ultima inchiesta del 13 luglio è emerso anche che i calabresi si stavano organizzando per accaparrarsi i ricchi appalti dell’Expo di Milano del 2015 e la ricostruzione in Abruzzo. Il tutto attraverso la fusione e l’acquisto di altre imprese, nascondendosi dietro fiduciarie svizzere e dentro complesse strutture societarie a scatola cinese. Così da ottenere «un’apparenza assolutamente insospettabile e regolare». Andava in questa direzione l’acquisizione della Perego general contractor dove le ‘ndrine entrano a «controllare la stanza dei bottoni», grazie al fido Andrea Pavone e al «cocainomane» (così lo indica la Dia) Ivano Perego che le cosche avrebbero tenuto per le mutande grazie al suo vizio. È lo stesso Pavone a vantarsi dell’operazione con Salvatore Strangio, potente boss della cosca di San Luca che fa affari in mezzo mondo: «Con 300 dipendenti e 100 milioni di fatturato siamo la più grossa della Lombardia, abbiamo tutte le Soa (Società organismo di attestazione, ndr) per fare qualsiasi tipo di appalto». Oppure, scrive la Dia, «il disegno, quasi completato con successo, di fusione con la Cosbau spa, azienda di costruzioni trentina dalle grandi possibilità di sviluppo e dalle commesse di notevole rilievo economico e politico». Perché «assegnataria di alcuni lotti relativi alla ricostruzione post terremoto de L’Aquila». La Cosbau per le ‘ndrine significava entrare negli appalti pubblici dalla porta principale. È di nuovo Pavone ad occuparsi della Cosbau: «Ha appena preso 21 milioni di euro a L’Aquila, c’ha 318 milioni di commesse, oh, non sono numeri che vedi tutti i giorni». Viene firmata una lettera di intenti ma l’operazione, per fortuna, non si chiude. E scattano i nuovi arresti dell’antimafia di Milano. 23 luglio 2010
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