I presidenti delle Camere sono sovrani quasi assoluti: controllano la programmazione dei lavori, interpretano la prassi, garantiscono le opposizioni. Fini combatte la sua battaglia senza mai travalicare i margini di manovra che il suo ruolo gli riconosce di Luigi Degas
La canicola di luglio sembra avere ulteriormente aumentato la temperatura dello scontro fra Berlusconi e Fini. I nuovi scandali che investono con un ritmo impressionante uomini di primo piano dell’entourage del Capo, la via crucis del progetto di legge sulle intercettazioni, sembrano aver ormai esaurito gli effetti tonificanti del viaggio nelle Americhe. Riferiscono che il Capo sia molto nervoso e infastidito anche perché tutto questo lo distrae e lo pone in difficoltà nella partita interna al Pdl, nella quale il suo avversario viene percepito come il difensore della legalità. La battaglia fra i due cofondatori non sembra più questione di diversità caratteriali, o di normale competizione anche generazionale fra leader. Essa sembra ormai toccare l’essenza stessa della contrapposizione, in relazione agli spazi politici che i due hanno progressivamente occupato e che va forse al di là delle stesse intenzioni dei protagonisti.
Berlusconi si è sempre vantato di rappresentare l’antipolitica. Questo lo ha premiato agli occhi dell’opinione pubblica. Ma questo atteggiamento tradisce una sua difficoltà a giocare sul terreno istituzionale per il quale dimostra una vera e propria idiosincrasia. Nei suoi anni di governo, in particolare in quest’ultima esperienza, Berlusconi non ha mai preso la parola in Parlamento, salvo che per l’adempimento costituzionale dell’illustrazione del programma di governo al momento dell’insediamento e del dibattito sulla fiducia; non partecipa mai alla versione italiana annacquata e noiosa del question time, nonostante l’obbligo che gli impongono i regolamenti; non è mai intervenuto a difesa dei suoi provvedimenti. Tutto questo non sarebbe concepibile in qualunque democrazia occidentale ma in Italia non fa nemmeno notizia. Egli predilige il terreno dei salotti televisivi senza interlocutori dell’opposizione. Soprattutto controlla i media e detta i tempi e i modi della sua presenza e della sua comunicazione. Parla al popolo, insomma, senza contraddittorio e del popolo controlla gli umori attraverso gli amati sondaggi. Queste sono le sue formidabili armi.
Fini ha scelto di muoversi proprio sul terreno che Berlusconi non riesce a praticare. Questa scelta è stata certo consapevole, anche sulla base dell’esperienza fatta in precedenza da Casini, ma le sue implicazioni gli si sono rivelate progressivamente, e verosimilmente sono andate ben oltre le sue previsioni e le aspettative di quanti avevano assistito alla repentina nascita del progetto Pdl e alla defenestrazione dell’Udc. Il fatto è che Fini è il presidente della Camera. Nel nostro sistema, i presidenti delle Camere sono, ciascuno nel proprio ordinamento, sovrani quasi assoluti. Hanno il controllo pieno delle regole, che difficilmente potrebbero essere cambiate a colpi di maggioranza, interpretano le prassi, controllano la programmazione dei lavori, garantiscono le opposizioni. Non sono semplici notai, non sono speaker ma rappresentano crocevia istituzionali con i quali bisogna fare i conti. Le regole alle quali hanno lavorato negli anni, per restare alla Camera, presidenti quali Iotti o Violante, per citare solo quelli che forse si sono spesi di più su questo terreno, conferiscono a Fini i poteri necessari, consustanziali all’esercizio della funzione ma anche al rafforzamento del prestigio personale ed evidentemente allo svolgimento di un ruolo politico al quale egli non intende affatto rinunciare.
Si pensi alla vicenda delle intercettazioni. È chiaro che si sta giocando una partita politica ma il regolamento della Camera consente di contingentare i tempi della discussione, evitando i possibili ostruzionismi, solo nel calendario del mese successivo a quello nel quale è iniziato in aula l’esame di un provvedimento. Questo significa che se l’aula di Montecitorio inizia a discutere del disegno di legge a luglio (fine luglio), non potrà concluderlo prima del mese successivo. Poiché è impensabile che si lavori, soprattutto su un tema così controverso, a Ferragosto, i finiani sanno di poter tranquillamente alzare il prezzo, senza che il Presidente possa essere ragionevolmente incolpato dei ritardi. Insomma, Fini dispone a sua volta di armi formidabili nella sua battaglia e bisogna dire che la combatte interpretando con intelligenza i margini di manovra che il suo ruolo gli riconosce, senza mai travalicare. Egli ha occupato, secondo le ordinarie leggi della politica, lo spazio che aveva a disposizione. Certamente Fini ha trovato la sede migliore ove portare a compimento un’elaborazione ideale e personale iniziata da tempo che non mette però affatto in discussione il suo essere profondamente uomo di destra. Anzi, alla destra egli intende riportare valori tradizionali, quali la difesa della legalità, dell’ordine costituzionale e delle ragioni della politica che l’assalto dell’antipolitica, iniziato e certo legittimato dai tempi di Tangentopoli, le hanno a lungo tempo sottratto.
Nel frattempo è certo doloroso constatare come in questa partita epocale, destinata probabilmente a modificare in profondità la stessa geografia della politica italiana e a rimescolare gli schieramenti e le appartenenze, la sinistra non sia tuttora in grado di toccare palla. 16 luglio 2010
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