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L’attrazione del pedofilo è per il mondo irrazionale del bimbo, temuto ma, insieme, fatalmente concupito. di Domenico Fargnoli, psichiatra e psicoterapeuta
La Chiesa cattolica, di fronte ai continui scandali, si difende sostenendo che i preti pedofili sono pecore nere: eccezioni numericamente irrilevanti. Secondo altri la pedofilia “ecclesiale” che diventa reato penalmente perseguibile è la punta di un iceberg. A favore di questa tesi depone la ben nota omofobia e più in generale sessuofobia di Santa romana Chiesa sulla quale è stato scritto molto. Indagini sociologiche, anche di parte cattolica, confermerebbero che molti preti sarebbero sessualmente immaturi (anche per ovvia mancanza di esperienza) o, sovente, deviati rispetto alla norma “naturale” per dirla con Benedetto XVI.
La pedofilia che si sviluppa negli ambiti tormentati della catechesi e della confessione, sarebbe solo l’aspetto più grave di un diffuso “malessere” sessuale di cui sarebbe affetto più del 50 per cento del clero. Lo riporta un sondaggio pubblicato nel libro di Richard Sipe Celibacy in crisis (2005): su un campione di 2.776 preti cattolici, il 50 per cento si attiene al celibato. Di questi, solo il 2 per cento in maniera assoluta e da sempre. L’8 per cento in passato ha vissuto qualche situazione o sentimentale o sessuale. Il restante 50 per cento non rispetta il celibato. Fra loro il 30 per cento ha relazioni eterosessuali. Il 15 per cento di tipo omosessuale e il restante 5 per cento pratica il travestitismo, l’esibizionismo, la pornografia o la masturbazione compulsiva. Inoltre le statistiche di studiosi italiani, come don Stefano Federici, parlano, per Roma, di più del 60 per cento di preti con orientamento omosessuale. Dietro l’intransigente esaltazione della monogamia eterosessuale da parte del clero si nasconde una realtà ben diversa, costretta peraltro alla repressione e alla segretezza.
Il celibato è un rifugio o una facciata dietro cui conflitti sessuali irrisolti rischiano di essere acuiti da una concezione distorta della sessualità? Le “parafilie” dei preti sarebbero alimentate da un fattore che è stato definito “ecclesiogenico”. Si potrebbe ricordare che a partire dal II secolo d. C. cominciarono le speculazioni sul peccato di Adamo. Il problema diventò capitale in Sant’Agostino. Secondo il quale con la prima colpa comparvero l’ignoranza e la concupiscenza destinata a manifestarsi nell’effervescenza sessuale non più controllata dalla ragione. Se il paradiso terrestre non fosse cessato gli uomini avrebbero generato figli «senza alcun moto voluttuoso». Il male si sarebbe annidato, dopo la cacciata, proprio nella sessualità: anche il legittimo matrimonio non sarebbe stato altro che il buon uso di una cosa cattiva. Pastorali della paura, disprezzo del mondo, ma soprattutto demonizzazione del bambino non solo frutto ma anche preda di un peccato, di una concupiscenza non mitigata dalla ragione: questa è l’eredità del vescovo di Ippona ancora profondamente radicata nei cattolici.La demonizzazione, più o meno conscia, del bambino prepubere ha giustificato storicamente una pedagogia inflessibile e corporalmente punitiva: in una cultura che esalta soprattutto nel clero l’ideale ascetico dell’astinenza e ipertrofizza in modo inverosimile la coscienza e il senso di colpa potrebbe essere una delle matrici della pedofilia.
L’attrazione del pedofilo scatta nel percepire il mondo irrazionale del bambino, temuto ma, insieme, fatalmente e irresistibilmente concupito. È con questo mondo, paradiso per sempre perduto, che la pratica perversa cerca di stabilire un ponte oltre ogni controllo della ragione. Tentativo vano che sottende un rischio di morte quando la difesa fragile dell’erotizzazione si frantuma e dà libero corso alla violenza lucida che viene da una relazione impossibile. Le buone intenzioni della “difesa della vita”, della “fratellanza universale” naufragano allora di colpo sullo scoglio della psicopatologia, sulla mostruosità criminale di un impulso in agguato che trasforma nel suo contrario ogni speranza e ogni “amore” per l’infanzia. I bambini sopravvissuti dovranno combattere contro la condanna a portare per sempre dentro di sé un’ “esperienza di morte”: vuoto che appare incolmabile, terrore senza parole di fronte all’Orco delle favole. |