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Il teatro greco Stampa E-mail

di Massimo Fagioli

La testa si muoveva verso destra poi verso sinistra e lo sguardo si gettava, espandendosi come fosse un fiume giunto alla foce, su una massa di persone che, come fosse un enorme tappeto persiano dai colori mobili, si era disteso davanti allo stand di Rinascita alla festa dell’Unità. Alcuni fasci di luce violenta mi investivano il volto e, guardandomi intorno, vedevo soltanto ombre rischiarate, in parte, da raggi di luce che non era quella del sole. Ora, con lo sguardo basso sul foglio vedo, oltre il ricordo cosciente della percezione avuta, la luce del sole che, investendo il teatro di Epidauro, lo rendeva bianchissimo come fosse un mantello disteso di neve alpina.
Santilli, dirigente del Partito democratico, lo disse subito: “Sono passati trent’anni da quando veniste alla festa dell’Unità” ed il numero con soltanto due segni fece apparire i ricordo delle vacanze in Grecia e le vestigia dell’antica civiltà greca. Ma lo stesso numero trasformato in parole, trent’anni, fece emergere l’immagine nascosta del senso della frase: “Lasciare Venezia; lasciare la morta gora della psichiatria degli anni Cinquanta”. E penso, immagino e vedo che, dalle fessure delle pietre del teatro di Epidauro emergono insetti neri come se fossero termiti che, moltiplicandosi a miliardi, divorano le idee nuove che ancora non hanno parola. Ed io vedo che i punti neri si avvicinano l’uno all’altro come per fare l’amore; ma si fermano prima di toccarsi, si contorcono su loro stessi come serpentelli e compongono i nomi di Kant, Schopenhauer, Schelling, Hegel, ed Heidegger, Binswanger, Foucault. So che parlottano tra di loro e dicono che, nel fondo del termitaio, un gruppo di lettere non vogliono uscire perché hanno composto i nomi di Cartesio e Spinoza, che hanno divorato i nomi di Giordano Bruno e Caravaggio. E poi, come se fossero libere associazioni di parole vaganti nell’aria, penso che nel buio della storia senza scrittura ci sono le idee invisibili che, diventate segni immobili, hanno diffuso virus senza immagine che hanno svuotato di senso il pensiero verbale che ripete sempre: veglia, coscienza, ragione, linguaggio articolato, comportamento che sposta il corpo nello spazio. E la voce umana che fa il linguaggio articolato, e la mano che fa i segni sul fondo più chiaro di loro stessi, non fanno vedere l’assenza di amore per l’essere umano che dorme e pensa senza parlare e scrivere. Una carenza di amore e di intelligenza che aveva portato le idee alle favole di Giove, Minerva, Apollo. Ma ora la fantasia è deteriorata, perché ha perso il nome ed è diventata fantasticheria masturbatoria astratta; è una malata truce e violenta che ha perso se stessa. Ora, nella realtà della mente che dorme c’è il male, ci sono mostri e crudeltà, distruzione degli esseri umani tra di loro, perché così diceva Agostino d’Ippona. Ma, ricordando, fu il cristianesimo che fin dalle origini si volse con violenza contro ciò che non era ragione condannando a morte sogni ed interpreti di sogni. Nacque contro la ragione greca e mescolò il monoteismo con la razionalità violenta dello spirito assoluto.

Sembra il ricordo dei due veloci anni veneziani ma, in verità, è memoria senza coscienza del povero uomo che, gettato in un angolo di uno stanzone fetido, morì nel 1900. Non è riproduzione di una percezione ma fantasia provocata da scritti che raccontavano la storia di una persona geniale. Il suo nome, Nietzsche, mi fa vedere l’immagine invisibile che sta nelle parole: malattia mentale. E mi fa ricordare quel libro che aveva per titolo La tragedia greca, che fa comparire, subito, i tre nomi: Eschilo, Sofocle, Euripide. Si interessò e studiò il pensiero greco di tremila anni fa quando si formò l’identità umana come ragione. Il pensiero abbandonò, con i presocratici, le fantasticherie degli dei umanizzati per realizzare il pensiero verbale. Le immagini che comparivano nel sonno, i sogni apprezzati da Omero, furono chiusi nella stanza blindata della parola animalità che diceva di un non essere dell’uomo, di una mancata realizzazione dell’identità umana. Come se l’enigma della Sfinge, l’animale dal volto di donna, non fosse stato risolto. E pensai sempre che la concettualizzazione dell’uomo come realtà del pensiero verbale, non era stata raggiunta. Coscientemente abbandonata, l’immagine-favola dell’uomo animale, centauro, sirena, satiro, rimaneva anche se non veniva più detta. I filosofi cercarono la verità della natura esterna all’uomo con le parole. E, non comprendendo da dove il pensiero verbale nascesse, dissero che era imparato da coloro, gli adulti, che articolavano i suoni per indicare le cose percepite. Così non videro mai la realtà mentale umana perché l’intelligenza, senza fantasia, riuscì soltanto a vedere e capire la realtà del corpo ed il suo funzionamento. E la scienza rimase a capire la realtà biologica non realizzando che essa, nell’essere umano, è molto simile a quella animale. E, fino al secolo XIX, la comprensione della realtà-verità dell’umano non ci fu.

Forse Nietzsche realizzò, senza pensare, di non limitare la ricerca della verità umana al pensiero cosciente e razionale. E là, forse, l’idea che si esprimeva con il termine “animalità” diventò: irrazionalità; carenza o assenza di razionalità, ovvero carenza o assenza del pensiero della veglia e della coscienza. E ricordo gli scritti che dicevano: volontà di potenza, eterno ritorno dell’uguale, super o un altro essere umano. E mi inchino di fronte alla genialità ed il coraggio di pensare che nell’assenza o carenza di ragione, c’è la possibilità di trovare una volontà che vuole una identità umana diversa da quella della razionalità greca. L’“animale” non è più sempre tale per natura umana e destino. Ma l’idea nuova ebbe un laccio che legò le gambe e fermò il cammino del pensiero. “Eterno ritorno dell’uguale” furono parole che, urtando violentemente contro l’Übermensch lo mandò in pezzi. Voleva, certamente, capire il pensiero greco nell’arte del teatro, ma non si era liberato della filosofia che pensava soltanto nella veglia e con la coscienza. Non si accorse così che il linguaggio della poesia era diventato, dopo Omero, fredda razionalità che cantava soltanto Edipo, Agamennone, ovvero che l’origine del fallimento della ricerca dell’identità umana sta nell’uccisione del padre. Non si accorse che l’arte, raccontando il delitto religioso del sacrificio di Ifigenia, diceva che era necessario per vincere e distruggere Troia, porta dell’Oriente. Pensò a Zoroastro e parlò di Zaratustra ma non scoprì l’asino che, hanno scoperto, era l’animale fondamentale per il cammino dell’uomo.

Il pensiero religioso, che aveva fatto divino il vento, crede che il dio crudele chiede il sangue e la vita della fanciulla Ifigenia, per rabbonirsi. Ma il sacerdote assassino non fa scomparire l’immagine perché, in Omero, si vedono le fanciulle Calipso e Nausicaa. Poi l’idea dell’uomo razionale che abbandonerebbe le favole degli dei, fa sparire il nome della fanciulla che si chiamava Psiche. Ψυχή è il nome della farfalla ma Platone rese inesistente l’immagine di una fanciulla. Ciò che nell’uomo, non è realtà biologica ovvero pensiero non razionale senza coscienza e parola, diventò spirito, anima non materiale. Le figure inventate dalla coscienza poste nel mondo esterno all’essere umano, non ci sono più; c’è soltanto uno spirito unico assoluto non più legato all’umanità dell’essere uguale all’uomo, ma diverso. E l’identità umana come razionalità rivendicò l’indipendenza dalla religione. In verità si allontanò dal pensiero fatto da figure che erano ricordi coscienti, che alteravano soltanto un po’ la percezione dei corpi umani. Ed attribuirono a ciò che non esisteva qualità non umane come l’invisibilità e l’immortalità. E creò il dio unico assoluto.

“Sono passati trent’anni da quando veniste…”, ma io sento “sono quasi settant’anni …” ed il tappeto dai molti colori diventa la collina ed i prati in cui correvo per fuggire dalle squadre fasciste e dai bombardamenti degli aerei americani. Ricompare la memoria dei partigiani comunisti. L’onesto e bravo medico, Flamigni, aveva parlato la settimana prima. E dissi che la festa dell’Unità non ricordava soltanto il 1980 ma anche il mio amore tormentato per l’immagine che la parola comunismo evocava, perché aveva sopra e dentro le parole “umanità nuova” una collana di perle che creavano, con le lettere dell’alfabeto, il termine “uguaglianza”.
Poi, forse per la seduzione dell’immagine del medico che guariva dalle malattie fui sottomesso dalla parola libertà e pensai meno allo sfruttamento dell’operaio da parte del capitalista, perché l’attrazione del mistero della malattia mentale era fortissimo. Dopo aver saputo i motivi della distruzione del corpo, mi dedicai allo studio per comprendere i motivi della distruzione della mente. E guardai Nietzsche e compresi che qualsiasi compromesso con la razionalità che aveva ucciso l’immagine dell’essere umano diverso da me, avrebbe voluto dire morte della mente. Certamente perché emergeva dall’oblio la parola che sussurravo alla ragazza nei momenti d’amore: “anima mia”.

 
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