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Trasloco, dunque sono Stampa E-mail
«Più si vive più si impara a sbagliare meglio». Con questo motto, Paolo Morelli dà il la alla sua nuova epica, con valigie

«Io come dico sbaglio...». Questo l’intercalare dell’io narrante di Il trasloco (Nottetempo) di Paolo Morelli, scrittore, performer e cronista calcistico. La sua è una finta umiltà, il gesto di chi ammette la propria fallibilità ma intanto sa che vivere non è altro che sbagliare, e anzi uno più vive più impara a “sbagliare meglio”, come sapeva Beckett. Dunque, un’esperienza banale e al tempo stesso traumatica come un trasloco diventa qui metafora dell’esistenza, fatta di un trasloco dopo l’altro fino a quello finale e definitivo. Trasloco = tracollo. Libro dunque  luttuoso, terminale, “discenditivo”(avrebbe detto Manganelli), attraversato da cimiteri, bare, carri funebri.

E proprio perciò pieno di un humour irresistibile, di chi sa di essere libero dalla speranza e di giocare continuamente con il limite. Soltanto due esempi della sua  metafisica comicità: «Mi sono sempre chiesto come mai i medici quando stanno male non riescono a curarsi da soli e devono farsi curare da un collega… se hanno qualche difficoltà potrebbero mettersi davanti allo specchio…»; «Io un’altra cosa che non sapevo è che se  non avete mai avuto un herpes non ce l’avrete, mentre se ce l’avete avuto ce l’avrete in futuro, …allora com’è che io che non ce l’ho mai avuto ora ce l’ho?”.  
Libro non solo monologico e ossessivo (sintatticamente un lungo, interminabile anacoluto): si alimenta di un dialogo continuo, come in quella conversazione ai bordi della piscina sulla malasorte in cui ogni tanto qualcuno in accappatoio prende la parola e dice la sua. Come se Morelli volesse dare voce a una filosofia di strada. Il suo è il punto di vista di chi sta in basso, di chi non ha potere e non vuole averlo. Potremmo dire: aristocratico (disprezza l’opinione conforme, lo stereotipo) e insieme populista. Se dovessi definire il genere letterario che Paolo Morelli inaugura direi: picaresco da camera.

Certo, il personaggio più memorabile è chi parla, con le sue caratteristiche e i suoi vizi: autocompatimento, sguardo naif, vittimismo paranoico (è sempre inseguito da qualcuno, è un fuorilegge), gusto del ragionamento sottile, quasi talmudico, logorrea come terapia omeopatica per
l’eccesso di chiacchera.
Insomma, un deviante normale, che per vivere si affida ai responsi dell’Yi-Jing. Molti capitoli sono meditazioni morali di una certa consistenza, come quello intitolato “La sindrome di Norimberga”, per cui chi ha subito un torto (e un trauma), ammira il suo persecutore e intende rifarlo subito a un altro… Centro del volume sono però le “apparenze”, che a volte complicano le relazioni ma che aiutano a sopportare il dolore. La nostra maschera, il ruolo sociale, l’identità in funzione difensiva. L’esistenza è un continuo cambiare le vecchie apparenze con le nuove. Di un barbiere che è morto si dice che si è tolto di dosso “quell’apparenza che ci inganna a tutti quando siamo vivi”. Forse uno dei compiti della letteratura è di togliere tutte le apparenze superflue, di aiutarci a traslocare senza tracollare.

di Filippo La Porta

16 luglio 2010

 
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